ESERCIZI SPIRITUALI

 

ROVERE’ VERONESE

03-07  AGOSTO 2003

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

S.E. Rev.ma Mons. ALESSANDRO PLOTTI

ARCIVESCOVO della diocesi di PISA

 

 

Nato a Bologna l’8 agosto 1932;
ordinato presbitero il 25 luglio 1959;
eletto alla Chiesa titolare di Vannida e nominato ausiliare di Roma il 23 dicembre 1980;
ordinato vescovo il 6 gennaio 1981;
promosso alla sede arcivescovile di Pisa il 7 giugno 1986. Vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana. Presidente della Conferenza Episcopale Toscana.

 

 

Corso di esercizi spirituali per i diaconi permanenti del triveneto tenuto a Roverè Veronese dal 03/08/2003 al 07/0872003

da Mons. Alessandro Plotti, arcivescovo di Pisa.

 

Il presente  documento  è  stato  ricavato dalle conversazioni

a cura di Don Gianni Trabacchin, G.Agostinetto e G.Bressan

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Indice:

Riflessione introduttiva

Diacono promotore di una spiritualità di comunione

Spiritualita diaconale

Comunione nella Chiesa e con la Chiesa

Spunti per una celebrazione penitenziale

Fondazione teologica del diaconato

Diaconato e matrimonio

Conclusione

 

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            Riflessione introduttiva di DOMENICA 3 agosto SERA

 

Ritengo che il diaconato sia ancora tutto da scoprire. È un grande dono che il Concilio ha fatto alla chiesa, ma ancora tutto da capire. E quindi il nostro impegno è per rinnovare il nostro essere diaconi e la bellezza e la grandezza di questo dono.

Definirei il titolo del nostro corso così :

“Il diacono, promotore di una spiritualità di comunione nella chiesa e nel mondo”

Oggi più che mai c’è bisogno di comunione, comunione vera, autentica.

I rigurgiti di conservatorismo, che abitano il nostro mondo e la nostra chiesa,  corrono il rischio di rovinare tutto, creando tensioni tra poli opposti.

 A noi il compito di riscoprire e, forse, rifondare il Diaconato come strumento indispensabile e imprescindibile di comunione; un ministero di frontiera per andare incontro al mondo, in dialogo con il mondo.

Non certo un diaconato che si esaurisca dentro la struttura ecclesiale.

Bisogna impegnarsi per rompere la sclerotizzazione istituzionale, sempre più presente nella nostra realtà. Da trent’anni, per esempio, ci battiamo sull’evangelizzazione, la professiamo come impegno primario del nostro essere Chiesa, ma continuiamo soltanto a catechizzare. Nel frattempo diviene sempre più grande il numero di coloro che non sanno che farsene né di Cristo né della Chiesa.

 

La “Pastores dabo vobis” (esortazione di GP II circa la formazione dei sacerdoti) al n. 12 (lo dice in riferimento ai preti specificatamente, ma indirettamente vale per noi tutti),

 afferma: "L’identità sacerdotale – hanno scritto i Padri sinodali – come ogni identità cristiana, ha la sua fonte nella Santissima Trinità, che si rivela e si autocomunica agli uomini in Cristo, costituendo in Lui e per mezzo dello Spirito la Chiesa come “germe e inizio del Regno” .

 

 L’Esortazione Christifideles laici, sintetizzando l’insegnamento conciliare, presenta la Chiesa come mistero, comunione e missione: essa è “mistero” perché l’amore e la vita del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo sono il dono assolutamente gratuito offerto a quanti sono nati dall’acqua e dallo Spirito (cf. Gv 3,5), chiamati a rivivere la comunione stessa di Dio e a manifestarla e comunicarla nella storia (missione)”.

 E’ all’interno del mistero della Chiesa, come mistero di comunione trinitaria in tensione missionaria, che si rivela ogni identità cristiana, quindi anche la specifica identità del sacerdote e del suo ministero …. Si può così comprendere la connotazione essenzialmente “relazionale” dell’identità del presbitero ".

Il mistero quindi della comunione trinitaria è l’orizzonte entro il quale vivere il nostro ministero.

La nostra relazione con questo mistero, la nostra spiritualità, diviene la forma del nostro ministero.

Possiamo quindi vedere il diacono come lo strumento di collegamento tra l’Ordine e il laicato, e ciò affinché ognuno possa essere sacerdote secondo la misura del dono di Cristo nel popolo di Dio, popolo tutto sacerdotale.

Quali sono i mezzi e gli strumenti per diventare servitori della comunione?

Ne accenniamo  due tra i più importanti, che riprenderemo con altri nei prossimi giorni:

 

1.  il primo modo di evangelizzare è che ci vogliamo bene, volerci bene sul serio,

    secondo il vangelo,  accettandoci nella diversità.

    ( Qui ognuno vive la fatica della propria diversità)

2.  porre sotto la luce di Dio il proprio modo di essere diacono

     senza vittimismi, senza false prudenze, senza diritti acquisiti.

 

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Tema: Il diacono promotore di una spiritualità di comunione nella Chiesa e nel mondo

 

Conversazione del 04/08 mattino

 

Desidero questa mattina introdurre il tema di questi nostri esercizi: la promozione di una spiritualità di comunione.

Credo che tutti ci rendiamo conto di quanto sia urgente, oggi più che mai, questa spiritualità di comunione, perché viviamo in un mondo sempre più lacerato da incomprensioni, da contrasti, da polemiche e da violenze.

C’è una competizione sempre più aggressiva e, volenti o nolenti, tutti respiriamo quest’aria. E rischiamo, sia pure inconsciamente, di portare dentro anche le nostre comunità questa specie di tensione, di battaglia, per diventare i primi della classe. A scapito poi di una vera politica di accoglienza, di rispetto, di tolleranza e di comunione nella diversità.

Questa mattina vorrei introdurre il discorso sulla comunione come dato teologico e spirituale.

Quando parliamo di comunione parliamo di un dono dello Spirito. La comunione non è frutto delle nostre diplomazie ecclesiali o del nostro sforzo per andare d’accordo a tutti i costi, facendo finta di non vedere o di non sentire, ma è un dono dello Spirito. E il dono dello Spirito si può accogliere soltanto nella misura in cui la Signoria di Dio diventa preminente nella nostra vita.

Noi non possiamo accogliere il dono di Dio, il dono dello Spirito, se la nostra anima non chiede e non cerca questo rapporto intimo, profondo e sempre nuovo con il Signore.

Sappiamo che Dio vive nella Trinità, questo grande mistero di comunione. Il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo sono l’espressione di questo grande amore, di questa comunione d’amore piena, totale ed eterna, che esiste entro l’unico Dio.

 

Abbiamo affermato che dobbiamo cercare di entrare dentro questo grande mistero. Non è un mistero che dobbiamo accettare a scatola chiusa, ma il mistero della Trinità ha una incidenza fondamentale nella nostra vita spirituale, e quindi anche poi nell’esercizio del diaconato. Tutte le funzioni, tutti i ministeri e i carismi della Chiesa hanno origine da questa inserzione, intrusione, nel mistero della Trinità.

Non possiamo diventare veramente fratelli se non diventiamo come riverbero e come eco di questa profonda comunione misteriosissima ma reale, tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Bisogna cercare di entrare dentro per scoprire qual’è il rapporto tra Padre e Figlio nella forza e nella luce dello Spirito Santo. E’ il Padre che ci chiama, che ci cerca, è il Padre che prende l’iniziativa, è il Figlio che la realizza e ce la porta nel mondo e nella storia, è la forza dello Spirito che la realizza.

Qualche volta si sente dire che la Trinità è un mistero che preso com’è, non riesco a capire, ma lo accetto. E’ uno di quei misteri fondamentali della Fede ai quali dobbiamo avvicinarci senza cercare di capire.

Questo è un atteggiamento un po’ primitivo e rozzo; bisogna invece entrare in questo grande mistero e capire che noi dobbiamo sempre di più realizzare questa comunione con il Padre, con il Figlio e con lo Spirito Santo. Questo è quello che Dio vuole; vuole cioè farci entrare in questo flusso di Amore e di Grazia che esiste tra le persone della S.Trinità.

Siamo presi dentro a questo vortice d’amore; in questo vortice possiamo scoprire le dimensioni vere e storiche della comunione che dobbiamo realizzare nella Chiesa.

Non sono due discorsi staccati uno dall’altro; più entriamo nel mistero della comunione di Dio più scopriamo quali sono le dimensioni storiche della comunione che dobbiamo creare tra noi, nella Chiesa e nel mondo intero.

 

** Ecco allora un primo punto di riflessione: noi siamo fatti per la comunione con Dio, il Signore ci ha fatti per Lui; siamo stati fatti a Sua immagine e somiglianza, leggiamo già nelle prime pagine della Scrittura.

Essere fatti a immagine e somiglianza di Dio vuol dire questo: Dio ci ha costruiti, ci ha pensati, ci ha creati non per poi abbandonarci al nostro destino, proteggendoci dall’alto e da distante, ma ci ha creati a sua immagine perché potessimo condividere la sua stessa vita divina.

Questo è un pensiero che ci commuove profondamente ma che anche ci inquieta. L’uomo è essenzialmente relazione con Dio; è Dio il protagonista, è Lui che prende l’iniziativa.

E’ molto dolce e molto pacificatore questo pensiero: Dio che cerca l’uomo; e l’uomo non può conoscersi, non può sapere chi è, se non dentro a questo quadro, se non dentro a questo rapporto con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Sant’ Agostino diceva: “ Signore fa che io ti conosca, Signore fa che io mi conosca”. Conoscendo Dio, penetrando sempre di più nel mistero di Dio uno e trino, io conosco me stesso e scopro qual è la mia dimensione umana, la mia identità, e qual è la mia vocazione.

Dobbiamo fare questo sforzo per entrare nel mistero di Dio, perché Dio è fedele, non smette mai di cercarci e di offrirci i suoi aiuti e la sua grazia perché possiamo entrare il questo grande mistero di Comunione.

 

Mi ha sempre colpito una frase che Bernanos ha messo in bocca al curato di campagna; “quale dolcezza pensare che pur offendendolo noi non cessiamo mai di desiderare nel più profondo santuario dell’anima ciò che egli desidera”.

Credo che questo è un grande ministero che dobbiamo riscoprire: aiutare le persone a scoprire che Dio non è un padrone dispotico che ci muove come marionette nel teatro della storia, ma che Dio è un Padre che ci vuole partecipi della sua stessa vita e ci vuole fruitori del suo stesso amore.

S. Paolo nella prima lettera agli Efesini, nelle prime battute, parla di questo amore che è stato riversato nei nostri cuori. Dio ce lo ha buttato addosso con abbondanza. Pur sapendo che noi questo amore, per tanti aspetti, lo sprecheremo, perché siamo così stupidi e superficiali da non cogliere tutta la portata misteriosa del dono che Dio ci fa.

Dobbiamo aiutare le persone a scoprire che senza Dio non si può conoscere se stessi. Ci accorgiamo infatti che le persone che perdono il senso di Dio perdono anche il senso della propria identità, sono come degli ubriachi che girano a caso qua e là senza trovare la porta di casa.

Credo che questo sia un grande ministero da compiere; aiutare le persone a scoprire la vera immagine di Dio, il volto di un Dio che è Padre e che ci vuole partecipi della sua stessa vita. Infatti molti hanno abbandonato Dio e la Chiesa perché è stata loro presentata una immagine negativa di Dio, un volto che metteva paura.

La vita è già complicata, è già difficile ogni giorno, perché complicarla ancora di più? Trovandosi tra i piedi questo Dio ingombrante e pretenzioso, è meglio decidere di liberarsi da questo fardello inutile e vivere senza Dio o come se Dio non ci fosse, non sapendo che con questa illusione di liberazione si diventa schiavi di se stessi e si finisce per non capire più perché si sta al mondo.

La Chiesa oggi ha questo compito fondamentale : quello di aiutare le persone a scoprire il vero volto di Dio, il Dio dei Cristiani, il Dio buono e misericordioso, il Dio Padre.

Dentro il cuore di ciascuno c’è un anelito che va liberato da tutte le scorie che si sono accumulate perché emerga, in tutta la sua portata, questa sete di verità, che c’è in tutti i cuori degli uomini.

Oggi si vendono surrogati di Dio, allora le persone nella loro superficialità e nella loro fatica di pensare si accontentano di nutrirsi con cibi sofisticati e persino velenosi; c’è il bisogno di scoprire che nella comunione con Dio c’è la risposta a tutti i grandi interrogativi, è Lui il vero cibo.

Vorrei invitarVi a leggere e meditare il salmo 25, perché il salmo 25 a mio parere descrive esattamente questo desiderio che dobbiamo coltivare nel cuore. E guardate che anche noi, che siamo gli addetti ai lavori, che siamo abilitati a gestire le cose di Dio, rischiamo, a furia di maneggiare le cose di Dio, di perdere questo anelito e diventare dei funzionari del sacro; un pericolo che corriamo tutti, dal papa fino all’ultimo cristiano.

Noi che siamo abilitati a gestire le cose di Dio nel nostro ministero , sia episcopale , sia presbiterale che diaconale, rischiamo di fare un po’ il callo diventando dei funzionari che non danno più testimonianza di questo anelito, di questa tensione verso il possesso sempre più pieno della comunione con Dio.

 

** Il salmo 25 : “A te , Signore, elevo l’anima mia,

                         Dio mio, in te confido: non sia confuso!

    Non trionfino su di me i miei nemici!

    Chiunque spera in te non resti deluso,

    sia confuso chi tradisce per un nulla.

 

Fammi conoscere, Signore, le tue vie,

insegnami i tuoi sentieri,

guidami nella tua verità e istruiscimi,

perché sei tu il Dio della mia salvezza,

in te ho sempre sperato.

 

Ricordati, Signore del tuo amore,

della tua fedeltà che è da sempre.

Non ricordare i peccati della mia giovinezza:

ricordati di me nella tua misericordia,

                      per la tua bontà, Signore.”

 

“Conoscere le vie del Signore” è un tema fondamentale che dobbiamo tutti sempre più meditare. Ecco perché dobbiamo intensificare la nostra preghiera, la meditazione della Parola di Dio. Dobbiamo intensificare i momenti di silenzio e di raccoglimento, perché altrimenti non conosceremo mai le vie del Signore e arriveremo a pensare che le nostre vie, quelle che inventiamo noi, siano le vie di Dio.

Voi sapete meglio di me che c’è la tentazione del funzionalismo. Si moltiplicano gli organigrammi, si moltiplicano le commissioni, si moltiplicano gli assetti, gli apparati, spesso a scapito di questa immediatezza e della testimonianza di una inquietudine del cuore che cerca Dio.

Questo testimoniare la nostra inquietudine, anche i nostri dubbi, i nostri problemi di fede, significa trovarsi in sintonia con l’uomo, con tante persone che sono alla ricerca di un senso da dare alla loro vita.

Sono molto belli i verbi che usa il salmo 25, conoscere, fammi conoscere, insegnami; mettersi alla scuola di Dio come gli scolaretti analfabeti che devono imparare a leggere e a scrivere.

“Guidami nella tua verità, rivelami le tue vie, ricordati della efficacia della tua fedeltà, liberami dagli affanni, proteggimi, allevia le angosce del mio cuore, volgiti e abbi misericordia di me”.

Credo che questo tema, della comunione con Dio, sia fondamentale e che durante questi esercizi ciascuno di noi debba domandarsi a che punto è questo rapporto con Dio uno e trino? Qual’ è la misura del mio inserimento dentro il mistero della Trinità? Perché la autenticità della mia scelta sia sempre più verificata, affinché tutto quello che io faccio, dico, testimonio abbia come fondamento, come radice, questo rapporto profondo con il Signore.

 

** un secondo punto : Dio, nella sua follia per l’uomo, per questo suo amore incredibile per l’uomo fatto a sua immagine e somiglianza, ha deciso addirittura di farsi uomo. Questa è cosa incredibile.

Siamo abituati a questa idea, è una idea di una stravaganza incredibile, Dio, che per cercare l’uomo e per stabilire un rapporto con l’uomo, per vivere la comunione con questo uomo, ha deciso di farsi simile a lui, di prendere corpo e anima come noi e di condividere con noi la stessa vicenda umana. Il grande mistero della incarnazione è mistero di comunione; ed è così che Gesù il Cristo, il Gesù di Nazareth svela il vero volto di Dio.

Per stabilire un rapporto più profondo di comunione con Dio non possiamo fare altro che guardare a Gesù Cristo.

Gesù è la vera realizzazione di questa autentica comunicazione che Dio vuole stabilire con l’uomo; allora Gesù è voce e specchio della immagine fedele di questo Dio, che vuole a tutti i costi rincorrere quest’uomo, raggiungerlo e farlo partecipe della sua stessa vita.

L’incarnazione del Verbo diventa allora il segno più strabiliante dell’amore, della Carità che è la manifestazione più clamorosa della misericordia di Dio, della pazienza di Dio. I ciechi vedono, gli zoppi camminano, …. , questa è la testimonianza che i discepoli di Cristo danno ai discepoli di Giovanni, “ venite a vedere, questa è la vera comunione ”, la rigenerazione di un uomo nuovo perché attraverso Cristo, la sua morte e la sua risurrezione, l’uomo possa entrare ancora più entro il mistero della comunione con Dio.

Questo è il grande mistero Pasquale che deve in qualche modo illuminare tutta la nostra esistenza.

Noi consacrati dobbiamo essere coloro che manifestano in pienezza questo grande mistero Pasquale, questo passaggio dentro la comunione con Dio attraverso la morte e la risurrezione di Cristo. Questo è importante perché attraverso Gesù Cristo noi possiamo sempre più conoscere Dio.

Pascal diceva che non solo noi conosciamo Dio per mezzo di Gesù Cristo, ma anche non conosciamo noi stessi, la nostra vita, la nostra morte, se non per mezzo di Gesù Cristo. Al di fuori di Gesù Cristo non sappiamo cosa sia la nostra vita, la nostra morte, Dio e noi stessi.

Questo grande tema dell’incontro con Dio diventa ancora pressante, ancora più forte, nella rivelazione di Cristo; Gesù, l’esegeta del Padre, diventa l’esegeta dell’uomo, colui che interpreta e rivela il vero volto dell’uomo.

Gesù, da una parte ci rivela il volto di Dio e ci apre un nuovo spiraglio attraverso la sua risurrezione per entrare in comunione con Dio e dall’alta  rivela il vero volto dell’uomo. Ecco che si ricostruisce questa sintonia piena, tra Dio che chiama e invita, e l’uomo che riscopre la sua vera identità.

La centralità di Gesù Cristo è fondamentale anche nella nostra vocazione ed educazione di persone ordinate; il vero volto dell’uomo e il vero volto di Dio lo raggiungiamo attraverso la manifestazione di Gesù Cristo.

Oggi c’è, anche negli studi teologici, questo ritorno alla centralità di Gesù Cristo. Nei due documenti “Tertio millennio ineunte” di Giovanni Paolo II e il documento della CEI, “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”, si ritorna alla centralità del messaggio e della contemplazione del volto di Cristo.

Questo cristocentrismo deve in qualche modo ripresentarsi come testimonianza dominante. Noi dobbiamo spostare, come orizzonte, la centralità della Chiesa alla centralità di Gesù Cristo.

Forse abbiamo troppo insistito nella centralità della Chiesa e in questo rapporto Chiesa-mondo, spesso insolubile; dobbiamo ripresentare il vero volto di Cristo; perché attraverso la ripresentazione e la ricentralizzazione del mistero di Cristo, possiamo anche recuperare la vera missione della Chiesa, perché la Chiesa ha questo compito: ripresentare il volto di Gesù Cristo. Se vogliamo sempre più entrare nel mistero della comunione, dobbiamo sempre più entrare nel mistero di Cristo; che è come il centro della Comunione Trinitaria.

 

Questi sono alcuni spunti su cui possiamo meditare perché il nostro cammino di ascesi continui sempre più. Io mi accorgo che, crescendo negli anni e diventando vecchi, si rischia di lasciare un po’ correre, di lasciare un po’ perdere, quello che si è fatto è fatto e vivere un po’ di rendita, si cerca di salvare il salvabile e tenere una freschezza spirituale non è sempre facile.

Se noi perdiamo questo spessore soprannaturale veramente il nostro ministero viene svuotato; possiamo fare delle cose bellissime, delle cose convincenti, però tutto non regge, a lungo andare, tutto si sfalda, perché manca questa tensione e questa inquietudine dello Spirito che vuole cercare Dio e che vuole in Cristo trovare il vero volto del Signore.

La comunione con Dio nel mistero di Cristo deve essere un po’ lo slogan della nostra vita spirituale. Non è come un modo di dire, ma è una vera partecipazione della carità e della santità di Dio. Per questo siamo stai creati, siamo figli di Dio e non è appunto un modo di dire ma lo siamo veramente perché partecipiamo alla stessa vita eterna di Dio.

Quindi, santificati in Cristo, dobbiamo sempre più inserirci dentro questa vita che è appunto la beatitudine di Dio; questa contemplazione dell’amore trinitario.

Questo è il grande tema che oggi apre la strada ai nostri esercizi.

Vorrei invitarvi a ripensare a questo spessore della vita spirituale, perché sempre di più le nostre migliori energie siano spese per costruire dentro il nostro cuore la comunione sempre più profonda con il Signore.

Allora potremo poi parlare di comunione nella Chiesa e nel mondo, solo allora! Perché non daremo ricette ma saremo testimoni di questo grande disegno che Dio ha preparato e ha affidato a noi, che è appunto quello di riconciliare tutti in Cristo perché tutti siano partecipi di questo disegno di Beatitudine e di Salvezza.

Che è appunto l’unico scopo per cui Dio ha creato l’uomo.

 

 

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       Tema : Spiritualità diaconale

 

 

Relazione  del 04/08/Pomeriggio

 

 

Nel documento della CEI " Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia " la parte centrale e più corposa è quella che ci indica di puntare lo sguardo sul volto di Cristo, in tutte le sue articolazioni : il volto dolente di Cristo crocefisso, il volto raggiante del Risorto, il volto trasfigurato del Cristo che verrà alla fine dei tempi e il volto del Cristo che si attua e si realizza nella Chiesa e nel mondo.

La contemplazione ci permette di entrare ancora in maniera più incisiva ed efficace nel grande mistero della comunione con Dio.

Questo è un Cristocentrismo trinitario, nella contemplazione del volto di Cristo posso scoprire il vero volto del Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe; cioè posso conoscere il volto del Dio che ci ama, che si scomoda per noi, che ci cerca, che ci invita ad entrare sempre più profondamente nel mistero del suo amore.

Contemplando il volto di Cristo, oltre che scoprire il volto del Dio Trino, posso scoprire anche il vero volto dell'uomo.

Cristo è come bifronte, da una parte ci rivela il vero volto di Dio e ci permette di entrare in comunione con lui, dall'altra parte ci rivela il vero volto dell'uomo, permettendoci di entrare in comunione con l'uomo, con ogni uomo che vive sulla terra.

Questa è la funzione sacerdotale di Cristo, quella di rimettere in rapporto Dio con l'umanità.

C'è stata una frattura, che è stato il peccato originale, c'era questa specie di non comunicazione, di incomprensione, ora in Cristo si ricongiunge Dio all'uomo.

Il nostro ministero è dentro a questa mediazione, noi siamo stati ordinati per questo, per essere mediatori di questa ricostruzione armoniosa del rapporto tra Dio e l'uomo.

Ci sono due condizioni per contemplare il volto di Dio: la prima è la purificazione della vita spirituale, se io non ho una intensa vita spirituale, se non ho questo continuo anelito alla purificazione e alla riconciliazione non posso contemplare, ma vedrò sempre una immagine distorta.

L'altro punto è quello che definirei il miracolo dell' " Effatà "  facendo riferimento alla guarigione del sordomuto.

Queste sono le due condizioni indispensabili, il libro dell'Apocalisse al cap. 3 vv. 18  usa l'immagine del collirio e dice: " Ti consiglio di acquistare da me oro purificato dal fuoco, per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere queste vergognose tue nudità e collirio per ungerti gli occhi e recuperare  la vista ".

Il collirio che noi dobbiamo acquistare è appunto la purificazione della vita spirituale, avere questi occhi senza lenti, senza difetti, per guardare in faccia G. Cristo nella sua vera identità di salvatore.

 

Spesso, abbiamo una immagine di Cristo a nostro uso e consumo, anche le interpretazioni del messaggio di Cristo potrebbero essere diverse a seconda degli occhi che abbiamo.

Se vogliamo percepire Cristo nella sua vera identità e nella sua totale radicalità noi dobbiamo  purificare la nostra vita interiore, ecco perché dobbiamo continuamente confessare le nostre colpe, perché sempre di più i nostri occhi possano vedere nel volto di Cristo le sembianze del Padre.

 

Ricordiamo la domanda, un po' ingenua che gli Apostoli fecero a Gesù: "Mostraci il Padre", ci parli continuamente del Padre, faccelo vedere una buona volta  e ci basta, Gesù dice loro : " Chi vede me, vede il Padre, guardate me e vedrete il Padre ".

Probabilmente gli Apostoli non avevano capito che ci voleva questo collirio, che bisognava rivificare lo sguardo per poter guardare in faccia distintamente il Cristo.

Quella di vedere il volto di Dio, era stata la grande tentazione del popolo Ebreo nella Antica Alleanza; Dio non si poteva vedere, chi per caso avesse visto il volto di Dio sarebbe morto, sarebbe stato come folgorato.

 

Noi che viviamo nella nuova alleanza possiamo contemplare il volto di Cristo, possiamo riposare lo sguardo entro questo volto pieno di amore.

La contemplazione del volto di Cristo non è un fatto intellettuale, è un fatto che deve invece coinvolgere tutta la nostra sensibilità, tutto il nostro essere, tutti i nostri sensi è l'esperienza dell' " Effata ".

Tutti ricordiamo, quello che Giovanni dice nella sua prima lettera : " Ciò che era fin da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che noi abbiamo visto, quello che noi abbiamo  contemplato, ciò che le nostre mani hanno toccato noi ve lo presentiamo "   Perché  anche voi possiate fare questa esperienza che abbiamo fatto noi.

Questa contemplazione, oltre ad esigere la purificazione del cuore  e della vita interiore, ha bisogno anche del coinvolgimento di tutto il nostro essere, diventando una esperienza traumatica e travolgente; ecco perché la vera contemplazione del volto di Cristo diventa, per tutti noi,  una esperienza radicale, che cambia tutta la nostra vita.

 

Il grande problema, oggi, è quello di ripresentare la figura di Cristo in questa prospettiva.

Purtroppo abbiamo spesso ridotto il messaggio  a qualcosa di ermetico, mentre l'esperienza cristiana è l'incontro con la persona di Cristo, il volto di Cristo è la sua persona, lui è la Parola fatta carne, la Parola fatta storia; noi possiamo realizzare la nostra vocazione solo coinvolgendo tutto il nostro essere, in questa esperienza totalizzante che cambia la nostra vita.

Oggi, purtroppo, molti abbandonano la fede perché hanno percepito il messaggio cristiano come un imperativo, una dottrina da credere, un insieme di leggi da accettare e da vivere, mentre invece dobbiamo ripresentare questa esperienza cristiana come una esperienza da persona a Persona.

Quanto facciamo, per la iniziazione cristiana dei fanciulli e degli adolescenti dobbiamo avere davanti ai nostri occhi questa esigenza e questa necessità : fare incontrare Gesù Cristo come persona.

 

E' importante, che in questa nostra riflessione sulla comunione, facciamo una riflessione anche sulle tappe della vita di Cristo, perché se vogliamo che Cristo sia l'espressione dell'Amore di Dio e sia anche la liberazione della identità umana dell'uomo, è importante anche accogliere gli aspetti umani di G. Cristo.

Abbiamo, forse, troppo insistito sulla divinità di G. Cristo, quando invece sarebbe stato utile ripresentarlo nella sua umanità: G. Cristo era vero uomo, non è venuto qui sulla terra per recitare un copione preparato prima, ma è venuto a vivere una esperienza uguale a quella che noi tutti viviamo.

 

E' chiaro, che in questa sua esperienza umana, c'era dentro la sua natura divina, questo discorso non si può esasperare troppo, rimarrà sempre un mistero come le due nature giocavano entro nell'unica persona, però non possiamo togliere nulla allo sviluppo fisico, psicologico e spirituale di G. Cristo.

 

Gesù ha, come tutti noi, progressivamente scoperto , crescendo, la sua appartenenza al Padre, ha scoperto che era venuto a fare la volontà del Padre e non la sua, anche lui ha dovuto accettare, come ogni altro uomo, la famiglia in cui era nato, ha dovuto accettare il contesto culturale in cui è cresciuto, ha dovuto accettare le potenzialità e i limiti della sua corporeità, aveva fame, aveva sete, aveva sonno, provava stanchezza.

 

" Cresceva in età e in sapienza ", come dice il Vangelo, come ogni figlio di Israele, anche lui  leggeva e ascoltava la Parola del Dio dei Padri, scoprendo dentro a questa progressiva esperienza della parola, la sua storia e la storia del suo popolo.

Mi pare importante avvicinare sempre più la figura di Cristo alla nostra esperienza umana, allora sentiremo il Cristo vicino a noi, altrimenti rischiamo di presentare il Cristo come un SuperMan, una specie di Diabolik, una persona che passa sopra e al di là delle esperienze.

Facciamo alcuni accenni soltanto a dei  momenti della sua vita, mi sembrano importanti da rileggere anche in relazione alla nostra vita  alla luce del Cristo:

il suo Battesimo; è vero che nel suo battesimo c'è un momento in cui si rivela in tutta la sua divinità, si sente infatti la voce del Padre e appare lo Spirito Santo sotto forma di colomba, però mi pare importante cogliere anche l'aspetto umano.

 

Gesù si presenta a Giovanni Battista, si mette in fila con i peccatori, il fatto scandalizza in qualche modo, però dall'alto della sua divinità, Gesù vuole passare attraverso questa esperienza, per dimostrare che lui vive la stessa esperienza dei suoi fratelli, certo in lui non c'è peccato, ma sarà lui ad addossarsi tutti i peccati del mondo, della umanità di ieri, di oggi e di domani. Ricevendo il battesimo di penitenza sulle rive del Giordano Gesù mostra il grande amore per i peccatori.

Mi pare, che in questo fatto della sua vita, che inizia la sua vita pubblica, ci sia anche un grande insegnamento per noi: il mettersi in fila con i peccatori, dalla parte dei più deboli; questa è stata la sua strategia, non ha cercato alleanze strane con i potenti, compromessi con coloro che imbrogliando si facevano forti interpreti della legge Mosaica, ma è andato a scegliere coloro che erano al margine di questa società del perbenismo.

 Quanto c'è da imparare da questo !!

 

Sappiamo quanto sono le resistenze, lo vediamo anche nelle nostre comunità, raccogliere le persone che non sono allineate, quanto disturbo portano alle nostre comunità coloro  che in qualche modo appartengono a questa categoria di emarginati.

Gesù ha voluto iniziare il suo ministero con questa chiara e precisa scelta di campo: mettersi dalla parte dei poveri; questo sarà un dato permanente della sua esistenza e del suo ministero, tanto da non essere stato lui stesso riconosciuto.

 

Altra tappa importante della vita pubblica: Gesù va nel deserto per 40 giorni per prepararsi ad annunciare la nuova alleanza.

Che cosa fa nel deserto ??  Cerca di mettere a punto la modalità di esercizio della sua messianicità.

Quelle che noi chiamiamo impropriamente " Tentazioni ", sono in fondo le altre strade che aveva davanti per poter realizzare la sua messianicità.

 

Poteva essere un Messia politico: lo aspettavano, poteva far piacere a tanti se  avesse liberato il popolo dalla schiavitù dell'Impero Romano e se avesse dato, al popolo Ebraico la libertà e l'egemonia nella regione. Non ha scelto questa strada non era un Messia politico, non doveva assolutamente ricomporre quella spiritualità intrisa di potere politico.

 

Non ha scelto neppure una messianicità straordinaria, miracolistica, che facesse colpo, ha scelto invece la strada dell'annientamento, della kenosis, di mettersi veramente dalla parte degli ultimi, si è messo all'ultimo posto, così nessuno ha potuto portarglielo via, meno di così non c'era.

Tutto questo è una grande lezione per noi, perché dobbiamo identificarci con Cristo; se vogliamo che Cristo sia il modello della nostra esistenza, se vogliamo che Cristo sia il punto di riferimento per costruire comunione profonda con il Padre e anche con l'uomo, dobbiamo passare per questo crogiolo.

Dobbiamo vedere come esercitiamo il nostro ministero, non possiamo essere presi dalla tentazione di fare cose strabilianti.

C'è oggi, purtroppo, tanta gente che va cercando messaggi straordinari, va cercando i miracoli, va cercando esperienze ed emozioni forti, guai a noi se dovessimo dare retta a tutto questo, se dovessimo andare dietro a queste attività spirituali che non portano nessun frutto; allora Gesù diventa come un Totem, una specie di fantoccio che serve soltanto a bloccare alcuni processi nevrotici, abbastanza diffusi oggi.

Questa interpretazione della religione dobbiamo combatterla ardentemente e violentemente perché non porta effettivamente nessun risultato e nessun frutto; presentare Gesù come uomo straordinario, che dice tutto, che ha l'ultima parola per tutte le situazioni, significa veramente, guardare Cristo con occhio molto viziato e molto compromesso con quelle che sono le emotività della nostra vita.

Dobbiamo metterci sulla strada di una messianicità che sia quella che ci porta ad incontrare l'uomo soprattutto nelle sue dimensioni più difficili.

 

Oggi ci sono tanti problemi sul piatto della nostra vita pastorale, pensiamo a tutti i problemi che riguardano la vita matrimoniale, i divorziati, i risposati, i separati; pensiamo a tutte le persone che non trovano spazio per una pacificazione del proprio spirito, pensiamo a tutti quelli che noi chiamiamo diversi, pensiamo a tutti quelli che non hanno speranza, non hanno voce.

 

 

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      Tema: Comunione nella Chiesa e con la Chiesa

 

       Relazione del 05/08 mattino

 

 

Ieri abbiamo meditato sulla necessità di entrare in comunione con Dio attraverso G. Cristo, questa contemplazione del volto di Cristo per capire chi è il Padre e contemporaneamente anche chi è l’uomo.

Abbiamo meditato sulla dimensione personale della comunione, oggi vorrei introdurre il tema della comunione nella Chiesa e con la Chiesa, perché la contemplazione personale di Dio attraverso il volto di Cristo deve poi sfociare in un impegno più serio, più profondo e più costruttivo verso la comunità dei credenti.

 Questa è una prima tappa, non c’è la possibilità di vivere in pienezza la dimensione personale della comunione con Dio se non insieme ai fratelli.

La comunità cristiana non è un optional, il cristiano non è un navigatore solitario che si costruisce da solo un rapporto di comunione con Dio.

Il rapporto personale è sempre fondamentale e primario, ha bisogno però di essere continuamente verificato e autenticato nella comunità e con la comunità; appartenere alla comunità cristiana e appartenere alla Chiesa è condizione indispensabile e irrinunciabile per essere in comunione personale con Dio.

Sono come due facce della stessa medaglia, oggi purtroppo c’è molta gente che dice: ”Cristo sì,Chiesa no “.

Se, sono cristiano coltivo il mio rapporto con Cristo, ho la mia fede, vivo il mio vangelo come lo interpreto io, ma non ne voglio sapere della Chiesa, il rapporto con il Signore me lo gestisco da solo.

Questo è un frutto del soggettivismo esasperato, che è uno dei tanti dati, purtroppo, più rilevanti della cultura che respiriamo: soggettivismo, individualismo.

Se fermiamo per strada 10 persone a caso, tutte 10 vi diranno di essere cristiane, però poi non vanno in chiesa, non si accostano ai sacramenti e non si sentono parte di una comunità cristiana.

Ecco il grande tema della Chiesa, non possiamo ridurre la Chiesa soltanto a coloro che frequentano perché la Chiesa è la comunità dei battezzati, di tutti i battezzati, se di fatto, non frequentano, sono lo stesso membri e devono essere ricondotti all’ovile, perché si faccia un solo gregge e un solo pastore.

Questo è il grande compito: ricostruire la comunità cristiana attraverso una rifondazione dello spirito di appartenenza, qui viene alla ribalta un grave interrogativo: “ Le nostre parrocchie sono davvero delle comunità cristiane ?  Si respira veramente questo spirito di appartenenza ? “.

Sono state definite, le nostre parrocchie, come stazioni di servizio, dove molte persone vanno a fare il pieno di Sacramenti, se hanno bisogno di battezzare un figlio, di fargli fare la prima comunione, hanno bisogno di sposarsi, pagano il prezzo di un cammino di preparazione, il più possibile ridotto, una volta avuto il sacramento chi si è visto, si è visto.

Manca lo spirito di appartenenza di una continuità, di un cammino che si compie insieme.

Abbiamo moltiplicato i servizi, come abbiamo alzato i prezzi, perché tutti devono fare il cammino di preparazione, un anno, due anni di incontri, la rampa si è allungata  e una volta ricevuto il sacramento, c’è il baratro.

 

Molte persone si presentano già con le carte fatte, .. per sposarsi, hanno già stabilita la data, noi ci accontentiamo di fare 3-4 incontri, mentre hanno alle spalle anni e anni di latitanza, forse da quando hanno ricevuto la Cresima,e non si confessano da decenni.

 

Pretendiamo poi, di far vivere agli sposi  il sacramento in maniera profonda, vediamo  quali sono i risultati: moltissimi matrimoni vanno a gambe all’aria, perché manca questo “Humus“ di appartenenza alla comunità cristiana , che è la garanzia, perché i sacramenti possano produrre i frutti insiti nella loro portata teologico-sacramentale.

E’ importante meditare il ruolo del diacono proprio in questa comunità, che deve realizzare  sempre di più lo spirito di appartenenza, affinché tutti coloro che vivono in quel territorio abbiano un rapporto costante ed efficace nella comunità.

C’è sempre, questa mentalità di utenza, vado in parrocchia quando mi serve qualcosa e quando non mi serve, non ci vado; così la comunità cristiana rischia di essere identificata per quei pochi, sempre meno, che frequentano e che collaborano.

Il rischio è che le comunità cristiane diventino un qualcosa per gli iniziati, perdono la vocazione popolare, si crea sempre più un solco tra praticanti e non praticanti.

Il tema della koinonia, della compartecipazione all’interno delle comunità è importante, credo che il diaconato, sia stato messo in sesto e in auge, proprio per questo, perché il diacono nella comunità parrocchiale sia strumento di aggregazione.

Ieri sera ascoltavo un po’ tutte le vostre testimonianze belle, con tante esperienze … però devo dire onestamente, che non sono molto d’accordo che il diacono si prenda una fetta  della pastorale parrocchiale, questo lo devono fare i laici.

 

I laici, in riferimento ad un carisma particolare che maturano nella comunità, svolgono un servizio essenziale, come i catechisti che vengono formati nella comunità per occuparsi dell’itinerario di formazione cristiana dei fanciulli e adolescenti; le coppie di sposi, che molto produttivamente possono seguire i fidanzati e le coppie di sposi giovani, mentre ci sono altre persone che possono occuparsi  seriamente della pastorale degli anziani, questi particolari settori penso non sia proprio  il compito del diacono.

 

Il diacono deve avere il compito di costruttore della comunità accanto al presbitero, o forse anche senza presbitero.

Nelle grandi parrocchie ormai si va diffondendo l’esperienza delle comunità di base, penso alle parrocchie della periferia urbana di 30-40.000 abitanti ove si fanno delle comunità di base, queste sono guidate da un diacono, il quale è il pastore di quella comunità, naturalmente tenendo sempre presente il respiro generale , affinché non diventino delle chiesuole all’interno della grande Chiesa.

Il ruolo del diacono è di avere sott’occhio tutta la pastorale, di tutta la comunità parrocchiale e di essere catalizzatore di tutto quello che è la pastorale, che noi chiamiamo di insieme.

 

Dobbiamo auspicare che ogni parrocchia abbia il suo progetto pastorale in sintonia con quello della diocesi, sappiamo quanto sia difficile programmare e spesso si fa una pastorale che risponde solamente alle urgenze, una pastorale di tappabuchi, ecco vedo il diacono che insieme al presbitero, in sintonia con il vescovo, si fa promotore dello studio e della realizzazione di un progetto pastorale e ne diventa il sostenitore, l’artefice.

Il diacono deve avere un occhio su tutto il progetto, senza assumersi un particolare settore, che poi finisce per fagocitarlo o settorizzarlo; proprio perché  possiede il sacramento dell’ordine, il diacono è abilitato ad essere costruttore di tutta la comunità cristiana.

Vorrei indicare alcune prerogative del ruolo del diacono nella comunità parrocchiale, è questo un aspetto importante che cercherò di ripetere anche domani e cioè il diaconato "Extra Moenia ", il diaconato fuori dalla parrocchia

Sono stato nella commissione episcopale per il clero, abbiamo parlato spesso del diaconato, ho presente tutte le esperienze vissute in Italia, mi pare però grossomodo che siamo più orientati al versante intraecclesiale ; non so quanto questo sia corretto, bisogna pensare a un diaconato in tutte due le dimensioni, la mia paura è che, che se esasperiamo l'aspetto intraecclesiale, rischiamo di clericalizzare il diacono, di costruirgli la fossa entro una casta presbiterale dalla quale non riuscirà più togliersi, come nei secoli, purtroppo, è accaduto al clero.

 

Nella prospettiva del servizio, all'interno della comunità parrocchiale, il diacono deve essere l'animatore di tutta la pastorale parrocchiale, con uno sguardo di insieme.

Prima di tutto, penso al compito dello stimolo, deve stimolare tutti a vivere più forte la Koinomia all'interno della parrocchia, per evitare che le parrocchie diventino una specie di federazione di gruppi, di movimenti, di iniziative; ciascuno fa per conto suo, pensate alla grande spaccatura che c'è tra la catechesi e la liturgia.

Se abbiamo 100 bambini a catechismo ne  abbiamo si e no 30 alla messa domenicale, pensate al grande problema dei catechisti, spesso sono molto preparati sul piano dottrinale, ma poi mancano di quella capacità di comunicare esperienze di fede; Ieri dicevamo che contemplare il  volto di Cristo significa fare esperienza di Cristo con tutta la portata della  propria umanità in tutti i sensi.

Così la iniziazione cristiana rimane fondamentalmente una scuola di catechismo, poi scatta l'ora X , tutto viene cancellato come se non avessero ascoltato nulla per anni.

Questo compito di stimolo, credo sia tipico del diacono, insieme al presbitero deve sempre  di più sollecitare le persone a fare comunità, a vivere questa voglia e gioia di stare insieme e nel condividere.

Per fare questa azione di stimolo bisogna avere una capacità di discernimento dei carismi che ci sono nella comunità.

Chi è che individua i carismi ?  Nelle nostre comunità, spesso, molte ricchezze rimangono sopite perché nessuno è capace di scoprirle, di scavare in tutte le potenzialità e le energie che ci sono, così sempre i soliti hanno in mano tutto, creando una specie di oligarchia attorno al parroco e volenti o nolenti escludono gli altri.

Il ricambio di forze ed energie è fondamentale, questo discernimento per scovare, per sollecitare, per invitare le persone ad essere più presenti nella comunità cristiana , questo occhio particolare lo deve avere il diacono, come responsabile della vita di tutta la comunità.

Credo, che se entriamo in questa prospettiva,  avremo delle sorprese meravigliose e incredibili di tante persone che invitate, sollecitate, istigate porterebbero un contributo efficace alla vita della comunità.

Questo discernimento è un compito fondamentale del pastore, il diacono è un pastore, insieme al presbitero, insieme al vescovo, partecipa alla funzione gerarchica della chiesa: pascere il gregge di Dio.

Non riduciamo il diacono a seguire un solo settore particolare della pastorale ma diamogli la possibilità di armonizzare tutte quelle che sono le varietà dei doni dello spirito, altrimenti ingabbiamo lo spirito e lo costringiamo entro parametri che noi abbiamo stabilito e che non sono assolutamente sacrosanti.

La parrocchia si deve rinnovare, ha bisogno di nuove energie, il diacono diventa veramente il catalizzatore di tutto questo, con la responsabilità che gli viene dalla sua ordinazione, non è che se lo inventa, ha ricevuto lo spirito il giorno della sua ordinazione perché il suo compito sia di sollecitare le persone entro la comunità a questo spirito di appartenenza.

 

Un secondo aspetto importante è quello di educare alla libertà.

Spesso mi domando, e domando anche ai miei preti e ai miei catechisti : nelle nostre comunità si vive veramente uno spirito di libertà, di liberazione ? oppure viviamo in un clima un po’ pesante, appesantito dalle deficienze , anche spesso sul piano umano ?

 

( Adesso in Ottobre sto per cominciare la terza visita pastorale, amministro io tutte le cresime, non voglio che nessuno mi sostituisca in questo compito fondamentale del vescovo, quando arriva il vescovo per la cresima è una grande festa per quella comunità, certo se fossi a Milano con più di 1000 parrocchie questo non lo potrei fare).

 

Dobbiamo educare alla libertà, alla libertà dei figli di Dio, questo riguarda soprattutto l’uso corretto della libertà di coscienza, questo è un tema veramente scottante.

Oggi, purtroppo molti cristiani, che vengono nelle nostre parrocchie, si sono costruiti una loro etica, giudicano il loro agire non secondo il vangelo ma secondo elucubrazioni, fatte, non si sa in base a quale principio.

Per molti la libertà di coscienza è il fare quello che piace, quello che più è di tornaconto ; l’azione del diacono deve essere veramente un aiuto alla comunità parrocchiale a respirare un clima di libertà nello spirito, di libertà dove ciascuno educa e si educa ad un uso corretto della propria coscienza; una coscienza illuminata dal vangelo e sostenuta dal magistero della Chiesa.

Vediamo anche nei nostri ambienti, spesso quali reazioni anche negative, si hanno quando il Papa o anche i vescovi intervengono su alcuni temi.

Questo sta a significare che siamo molto lontani da una libera e autentica adesione al Vangelo e al magistero della Chiesa.

Credo che  anche questo sia un compito fondamentale del diacono, di diventare punto di riferimento per una sana libertà di coscienza, per una chiarificazione di quello che il Vangelo ci dice sul piano della morale.

E’ chiaro che l’etica scaturisce dalla fede, guai se dovessimo ridurre il Vangelo ad un codice morale, ma la fede ha bisogno di essere tradotta in gesti concreti della vita; anche qui notiamo quale spaccatura c’è tra la fede ( che spesso è soltanto un sentimento ) e poi i gesti, le decisioni, e le scelte  che si fanno nella vita, spesso in contrasto, almeno oggettivamente, con il dato rivelato.

Questo è un compito fondamentale, dobbiamo aiutare anche i presbiteri a riprendere in mano la formazione delle coscienze, ci sono delle mancanze veramente gravi e peccaminose.

Ricordo, nella mia generazione, quando ero giovane, l’impegno della formazione delle coscienze era primario; si faceva attraverso il dialogo, attraverso il contatto personale, con il direttore spirituale, il confessore il prete, l’animatore dei gruppi giovanili, tutti quelli che hanno passato i 50 anni si possono ricordare i dieci punti della regola dell’aspirante di azione cattolica.

Pensiamo a tutto il grande problema della sessualità, non se ne parla più, facciamo finta di non sapere e di non vedere, forse non abbiamo voglia più di rispondere a certi interrogativi, e allora chi se ne occupa ?.

Questa promiscuità dei gruppi giovanili non so poi se sia una cosa positiva , questi campi scuola ( io sono un po’ retrogrado, ma permettetemi di dirla ) dove stanno ragazzi e ragazze  di 14  15 anni , dormono insieme, camminano, vanno, si spogliano, si lavano : tutto questo serve a formare una coscienza e quindi una disciplina ??.

Credo che il diacono sia una persona che si debba occupare anche di questo, attraverso il contatto personale, l’amicizia, attraverso il dialogo,  perché proprio di più nella parrocchia si respiri la libertà di una coscienza veramente formata e illuminata nella gioia.

 

Perché molta gente si allontana ? 

Perché pensa che la Chiesa imponga cose che non hanno più senso, la morale cristiana, per alcuni è qualcosa di aberrante, che toglie la libertà, quindi molti giovani dicono: “ Ma perché mi devo legare a questo treno, a questo carro, mi piace essere libero, mi piace fare quello che mi passa per la testa, quello che risponde alle mie esigenze “.

Questa è una falsa libertà che diventa schiavitù, la schiavitù terribile al male, alle mode, ai modi di fare, basta vedere si vestono tutti uguali, tutti con l’ombelico fuori, c’è la moda che lentamente domina la libertà e non permette più di avere questa libera e gioiosa adesione al messaggio di Cristo. Hai voglia tu ad insistere, se poi sotto non c’è una formazione della coscienza.

 

Terzo elemento : educare al servizio.

Il diacono è per eccellenza il testimone della diaconia e del servizio, deve essere colui che educa al servizio tutta la comunità, dal più piccolo al più grande, la comunità deve aspirare questo spirito di servizio, questa voglia di mettersi al servizio degli altri.

Nella iniziazione cristiana dei fanciulli, invece di imbottirli continuamente di nozioni, li dobbiamo educare a servire.

Abbiamo coniato l’anno scorso uno slogan che suonava così :” Non la comunità è per me, ma io per la comunità “.

Molti pensano che la comunità sia al servizio del singolo, allora pretendono che la comunità risponda alle loro esigenze, ai loro problemi’ : “ Tu sei al servizio della comunità e la comunità potrà rispondere nella misura che tu metti la tua vita al servizio degli altri, nella comunità”.

Nella comunità si impara lo spirito, lo stile di servizio e di donazione che potrà essere portato nel mondo; questo bisogna farlo subito, fin da piccoli, perché l’itinerario di formazione cristiana sia un itinerario che stimola e prepara al servizio, un servizio che si deve attuare nella reciprocità.

 

Quanto è importante la reciprocità !! …  Nelle nostre famiglie i problemi si accumulano e si esasperano perché manca una  reciprocità, forse si seguono ancora degli schemi sorpassati, ci deve essere reciprocità tra moglie e marito, il padre con i figli; tutta la comunità ha bisogno di reciprocità, perché questa è un servizio non a indirizzo unico, ma si dimensiona  a secondo dei bisogni, delle situazioni e delle esigenze  particolari di quel momento.

Lo spirito di servizio è un atteggiamento interiore, non è tanto il fare alcune cose, ma il sentire che i veri rapporti e le vere amicizie si costruiscono là dove c’è questa capacità di uscire da se stessi e mettere la propria vita a servizio dei fratelli.

Tutti possono dare qualcosa, è questo spirito che deve aleggiare entro la comunità, perché diventi elemento importantissimo di evangelizzazione ; siamo in un mondo in cui non si fa niente per niente, se qualcuno fa qualcosa che sembra gratuito subito si dice :” Vedrai che poi dietro sicuramente c’è un secondo fine “.

La gratuità è qualcosa di totalmente tabù, quando si vede nella comunità cristiana che si serve senza contropartite, perché si crede seriamente al dono dell’amore, allora la gente dice :” allora perché lo fanno ?? “.

Questa è la testimonianza di quei quattro gatti che costituivano la comunità cristiana delle origini : “ Guarda quelli come si vogliono bene, vedi come si aiutano, vedi come mettono in comune i propri beni perché non ci siano più poveri. ”.

Quanto siamo lontani da questo.. ?  ecco il servizio che diventa esemplarità.

Dobbiamo dare buon esempio, altro tema caduto in disuso, chi parla più di buon esempio??

Da giovani eravamo bombardati su questo, si parlava di rispetto umano, tutte cose ormai uscite dal vocabolario del pastoralese.

Il buon esempio lo dobbiamo dare in questa particolare condizione, il diacono diventa sostenitore ed educatore dello spirito di servizio per tutti, dai catechisti agli animatori della liturgia , insieme al presbitero e in riferimento al vescovo.

E’ importante quanto si è detto , perché altrimenti non so se ci sia veramente la necessità di ordinare un diacono che si occupi dei fidanzati : ci sono molte coppie di laici che lo possono fare, perché allora, ordinare una persona per fare delle cose che possono fare tutti ??.

Il diacono ha ricevuto  dal vescovo che gli ha imposto le mani, questo mandato : essere costruttore di Chiesa.

Questo è un compito importante sul quale noi tutti dobbiamo meditare e su questo sarà giocato il futuro del nostro diaconato, altrimenti rischiamo di ridurre il diaconato a una specie di benedizione particolare per fare un certo lavoro, che si perde dentro i meandri di un funzionalismo che non produce nessun frutto.

Nella profeticità della Chiesa si deve vedere il diacono come un’artefice, allora acquista anche la sua vera dignità e il suo vero volto di protagonista, ordinato per la chiesa.

 

 

 

 

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Tema : Celebrazione penitenziale

 

Conversazione del 05/08  pomeriggio

 

 

Questa meditazione vuole preparare il nostro spirito ad una seria e profonda celebrazione del sacramento della Penitenza. Vorrei ritornare un po’ sulle tematiche che abbiamo affrontato in questi giorni, questa specie di esame di coscienza potrebbe essere focalizzato su tre punti:

 

       il diacono come testimone del mistero

       il diacono come servitore della comunione

       il diacono come operatore della missione

 

Sono tre sfaccettature e i tre momenti dell‘impegno del diacono.

 

 **Primo punto: Testimone del mistero:

 

Siamo partiti nella nostra riflessione con questa considerazione, che la vita interiore di ciascuno di noi, soprattutto noi consacrati, deve essere tutta orientata ad entrare sempre più in comunione con la Trinità.

Man mano che noi procediamo nella nostra ascesi spirituale il mistero della Trinità diventa più trasparente, non è un mistero insondabile e quindi impenetrabile, ma è anche un mistero che si può rivelare come la fonte della nostra gioia e soprattutto della nostra vocazione, dobbiamo lavorare sempre di più nella nostra ascesi interiore per possedere in maniera sempre più forte e più potente questo amore che Dio realizza nel rapporto tra le persone della S.S.Trinità.

Il Signore non è geloso di questa sua circolazione di amore tra le persone, vuole che anche noi ne facciamo parte, e diventiamo una quarta, una quinta, una ennesima persona della S.S.Trinità.

Anche noi siamo presi entro questo vortice di amore, di relazione, di dialogo, di interconnessione tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

 

Questo deve essere l’obbiettivo della nostra vita spirituale, questo avviene se noi scegliamo Gesù Cristo come la chiave che apre questo arcano, è lui , e attraverso di lui che noi possiamo scoprire la volontà del Padre nei nostri confronti, possiamo scoprire la forza irresistibile dello S.S. Santo e possiamo più godere del mistero della sua morte e risurrezione.

E’ in Cristo che si apre questa porta, prima per così dire era chiusa, l’uomo dopo il peccato originale era affidato al suo destino, nella antica alleanza c’era un rapporto con Dio, il popolo Ebreo sapeva che Dio era il Padre protettore nella fedeltà della sua promessa alla alleanza, ma questa visione trinitaria non era così presente e così attuale, è Gesù Cristo che ci ha rivelato  che Dio è Padre e che nella forza dello S.Santo possiamo penetrare  questo flusso di grazia.

E’ una cosa veramente strabiliante, siamo creature fragili e deboli, diventiamo creature nuove quando partecipiamo della stessa eternità di Dio, siamo immessi in questa nuova prospettiva che cancella il peccato e la morte, allora il diacono come il presbitero e come colui che ha scelto questa strada di consacrazione deve sempre di più penetrare entro questo mistero.

Qui dobbiamo porci alcune domande, come, per esempio:

A che punto è il mio itinerario entro il mistero di Dio Trinitario ?

A che punto è il mio rapporto con il Padre?

Quel Padre che un giorno mi ha fatto balenare l’idea di diventare diacono, quel Padre che mi ha manifestato segni evidenti della sua volontà .

 

Che rapporto c’è tra me e G. Cristo, è veramente il mio ideale ? Lo ho scelto come identificazione della mia vita ? Lui, che è evangelo, è veramente la ispirazione fondamentale di tutto il mio essere, delle mie scelte, di tutto il mio camminare per il mondo ?

Come mi comporto nel confronto con i miei fratelli ?

Sono capace di rivelare ai miei fratelli questo mistero? Perché non diventi io il fruitore  di questo, ma possa aiutare gli altri ad entrare in questo mistero trinitario ?

Come mi colloco in questa comunità ? Nella mia Chiesa in particolare, per aiutare i fedeli e tutti i laici di tutte le età e di tutte le condizioni sociali perché possano scoprire la santità di Dio e viverla in questo rapporto con il Padre e il figlio ?

 

Spesso nei nostri cristiani c’è molta confusione e va quindi spiegato questo mistero.

Tutte le volte che preghiamo, ci rivolgiamo al Padre, ma lo facciamo per mezzo di G. Cristo ? tutte le preghiere liturgiche finiscono con : “ Per Cristo nostro Signore che vive e regna nei secoli dei secoli …”.

Il nostro compito è anche quello di comunicare il nostro cammino spirituale, non lo possiamo tenere tra i denti, chiuso egoisticamente per fruirne soltanto noi, ma la nostra ascesi spirituale vuole diventare anche fonte di grazia per i nostri fratelli , affinché tutti possano incrementare il loro cammino di santità.

Si sprecano, anche qui, molte energie  e molte potenzialità, abbiamo intono a noi tante persone che potrebbero avviarsi ad una esperienza spirituale  più forte, ad una santità più convinta, ma nessuno le aiuta e così rimangono ai piedi della montagna.

Si accontentano così di qualche formula, di qualche idea vaga, senza questo anelito forte; ecco necessitano di un accompagnamento spirituale, quanto questo è importante, io credo che la crisi delle vocazioni dipenda anche da questo.

Ci sono poche persone, anche pochi preti, che si prendono cura di accompagnare con pazienza e con perseveranza, soprattutto i giovani, nella crescita della loro dimensione interiore.

Le vocazioni non nascono così come i funghi e non nascono neppure in terreni sofisticati, ma nascono là dove c’è qualcuno che coglie i germi e li sa interpretare, e si fa accompagnatore paziente e rispettoso.

L’accompagnamento è molto importante anche nella vita matrimoniale, molti matrimoni vanno in crisi perché non c’è nessuno che accompagni gli sposi nella loro esperienza quotidiana: cosi le piccole cose si assommano divengono macigni e non si spostano più, diventando motivo di incomprensione, di aggressività e di fallimento.

La nostra vita spirituale è il nostro primo punto nel quale è importantissimo interrogarsi, come io cresco ?

Devo crescere per dare  questa crescita agli altri, non posso crescere solo io, ma devo crescere per diventare strumento nella mani di Dio per portare altri nell’orizzonte del mistero Trinitario.

La comunità cristiana, se c’è qualcuno che accompagna le persone in questa scoperta, diventa una comunità vera, autentica, viva.

Le nostre comunità sono spesso appiattite, pensano tutto alla prassi sacramentale ,che purtroppo perde la sua risonanza e la sua significanza, perché i sacramenti non sono visti come tappe di un cammino, ma sono collocati lì, così, uno accanto all’altro, senza una logica che esprima  un cammino che ognuno deve compiere; la vita cristiana è un cammino, un itinerario, una salita sulla montagna.

Andiamo a leggere, se non lo abbiamo ancora  mai fatto il grande padre  della vita spirituale che è S. Giovanni della Croce, questa salita della montagna, certo qualche volta con il fiatone, con la lingua fuori, che ci porta in alto verso la purificazione dello spirito che lentamente si libera di tutte le scorie di tutti i fardelli, per entrare nel mistero di Dio.

Quante persone avrebbero questo desiderio, forse ancora impreciso, non del tutto chiaro, ma se c’è qualcuno che le accompagna, che fa da guida, credo che questo sarà un grande servizio che possiamo fare, questo rivelare il mistero di Dio.

 

Dobbiamo interrogarci su come tutto questo avviene nella nostra vita, se è funzionale ad alcuni servizi da compiere o se è soprattutto una collaborazione alla realizzazione della santità nel popolo cristiano.

La santità è per tutti, o invece abbiamo paura a pronunciare questa parola ?

Ci  sembra troppo alta, troppo irraggiungibile ?

Stiamo veramente costruendo la nostra santità ?  Stiamo esprimendo quella santità che abbiamo dentro e che abbiamo ricevuto con il battesimo ? Con la cresima ? e Con l’ordinazione ? Che alimentiamo ogni giorno con l’eucaristia ?

 

Questo lo tengo per me o lo metto a disposizione perché tutti , il più possibile , possano usufruire di  questo mio cammino ,che io ho compiuto o sto compiendo, che non è solo per me, ma per la Chiesa,  ogni ministero è per la Chiesa.

 

** Secondo punto: il diacono come servitore.

 

Come servitore della comunione abbiamo parlato in lungo e in largo, abbiamo parlato della comunione.

Come noi siamo a sevizio della comunione ?

La comunione nella Chiesa si fa soprattutto su tre linee:

  la prima è l’ascolto e la meditazione della Parola,

  la seconda è la celebrazione dell’Eucarestia e di tutte le dimensioni sacramentali della vita cristiana,

  la terza è la condivisione nella Carità.

Sono i grandi filoni delle attività parrocchiali, la catechesi, la liturgia e la carità.

Per servire la comunione non bisogna fare chissà quali diavolerie, non dobbiamo inventarci chissà che’, ma dobbiamo entrare sempre più in queste tre linee portanti della evangelizzazione:

il momento della parola, ascolto, celebrazione dell’eucarestia, una Eucarestia celebrata serenamente, gioiosamente ma anche efficacemente e poi la Carità soprattutto l’attenzione ai più poveri ai più deboli, che non sono soltanto i più poveri socialmente ma sono poveri spiritualmente.

 

Oggi ci sono delle povertà che sono più drammatiche delle povertà tradizionali, chi ha perduto addirittura il lume dell’intelletto, non sa più perché sta al mondo, non sa più come esprimere la propria identità, quante persone sballano oggi, gli ambulatori degli psicoanalisti sono pieni di persone che vanno a cercare il senso della vita.

 

Come io mi colloco di fronte alla Parola ?

La parola di Dio è veramente il nutrimento quotidiano della mia vita ?

La liturgia della ore come la recito ?

 

Dobbiamo dirlo onestamente, io non ho difficoltà a confessarlo, spesso la diciamo più  per dovere che per nutrimento, perché siamo presi da centomila cose.

Abbiamo questo dovere che non vogliamo tralasciare, però spesso non abbiamo il tempo e la voglia di meditare profondamente quella miniera che sono i Salmi.

La parola la dobbiamo avere sempre tra le mani, è quella Parola che è affidata in modo specifico al diacono, non deve solo meditare la Parola ma il diacono la deve proclamare, sbocconcellarla ai fratelli ; la Chiesa affida ai diaconi La parola, è una cosa terribile questa, non solo deve essere custodita, ma anche bagnata con il sudore della sua ascesi personale.

Quando chiunque tiene una omelia, immediatamente si capisce se quello che dice è frutto soltanto di qualche lettura improvvisata o se è frutto di una ruminazione della Parola di Dio, la Parola va ruminata, deve risuonare dentro in modo che diventi come un gorgoglio delle nostre budella, che diventi un qualcosa che ci inquieta continuamente dentro.

 

Domandiamoci: quella Parola di Dio che posto ha nella mia vita ?

Quanto tempo dedico alla meditazione ?

C’è uno spazio nella mia giornata per ritrovarmi solo con questa parola che poi dovrò portare ai miei fratelli ?

 

Il nostro Dio è un Dio che parla non è muto, è un Dio che provoca, pensate come spesso viene buttata via la Parola di Dio nelle celebrazioni domenicali, la Parola è affidata a delle persone che se la leggono addosso, non la hanno prima meditata, non la hanno maturata, la leggono ma non la proclamano.

La Parola allora viene buttata, è vero che questa è una scoperta recente, una volta si diceva che la messa era valida da quando si scopriva il calice, tutta la parte della liturgia della parola era una specie di aperitivo o antipasto che poteva non essere necessario.

Oggi dobbiamo dare centralità alla parola:

 

Io diacono come custodisco la parola?

Come la presento ai fratelli ?

Sento questa responsabilità di fronte la Parola ?  Per non banalizzarla per non personalizzarla per creare veramente attraverso la parola  spazi autentici di comunicazione e di comunione .?

 

Siamo convocati dalla Parola , è la Parola che ci fa diventare popolo è la Parola che ci fa diventare tutti figli dello stesso Dio, che parla al suo popolo e attraverso la Parola lo tiene unito.

L’Eucaristia, questo pane spezzato, il diacono,sappiamo bene, non può celebrare la messa ma sappiamo che il diacono è il custode dell'Eucaristia, perché la può distribuire ai fedeli, perché se celebra la Parola può anche concludere con la distribuzione dell’Eucaristia.

Non c’è soltanto la celebrazione dell’Eucaristia, c’è anche la adorazione, mettersi davanti al tabernacolo e parlare con il Signore che è lì presente, che mi aspetta per dirmi una parola di conforto e di luce; ecco  l’Eucaristia come centro e viatico per il mio diaconato.

L’Eucaristia quotidianamente vissuta, celebrata e mangiata, il Signore ha scelto questa strada , di farsi mangiare da noi, per diventare una cosa sola con noi.

E’ attraverso l’Eucaristia che io devo diventare eucaristia per farmi mangiare dagli altri, per la comunione, devo spendermi eucaristicamente, per costruire spazi di vera e particolare partecipazione.

 

Attraverso l’Eucaristia si costruisce la comunione della Chiesa locale, e Chiesa diocesana, non per nulla nel canone della preghiera eucaristica si cita il nome del vescovo, non è così per una specie di onore che si dà, ma se io celebro l’Eucaristia, se io partecipo all’Eucaristia partecipo perché in questa Chiesa c’è un Pastore che ha un nome e un cognome e che è il garante della comunione, l’Eucaristia la celebro in unione con lui.

 

Posso avere anche delle riserve sul suo modo di essere o di vivere però è il pastore di questa mia Chiesa, sono stato ordinato da lui e quindi celebro e partecipo con lui all’Eucaristia.

Questo è anche un grande compito del diacono, di far capire che l’Eucaristia che si celebra nelle varie comunità ha sempre come punto di riferimento l’Episcopo.

 

Mi pare sia importante che ciascuno di noi si domandi : “ Io cosa sto facendo perché questa comunione sia sempre più piena.?”

La comunione è un dono dello spirito, è nella dimensione della Chiesa locale, non è così una specie di ammucchiata, io devo poter discernere perché tutti si sentano integrati nella comunione, non si può dire  “ io sì , tu no “ .

Non si può escludere nessuno, certo ci sono alcuni che per situazioni particolari non si possono nutrire di Eucaristia però non possono essere messi al bando dalla comunione ecclesiale, devono sentire che non si esclude nessuno, non sarà una comunione piena , ma la comunione  deve essere un cammino che noi costruiamo.

Anche i movimenti, i gruppi le associazioni come le vivo, come le integro, come le aiuto a vivere questa comunione ?

Perché la Chiesa locale non sia come una specie di prefettura o organo superiore, ma siano tutti membra di questa unica Chiesa che ha nel vescovo il suo punto di riferimento.

 

 

 

** Terzo punto: operatori della missione.

 

La Chiesa, diceva Paolo VII , non può che essere missionaria; se la Chiesa non fosse missionaria è destinata a morire.

C’è una missione ad Gentes, che va, a portare il messaggio di Cristo a chi non lo ha mai conosciuto, nella terra di missione.

C’è una missione da compiere anche tra noi, ricordo, negli anni ’50  il cardinale  Souvre Arcivescovo di Parigi pubblicava quella famosa lettera pastorale: “ La Francia paese di missione ? “, c’era un punto interrogativo, era un punto interrogativo pleonastico, oggi possiamo anche dire: “ L’Italia è paese di missione ? “.

C’è una dimensione missionaria da recuperare, perché se le statistiche hanno un senso, i cattolici che vivono nella realtà parrocchiale sono una piccola minoranza, c’è una diaspora che si allarga sempre di più .

Che cosa faccio io per coinvolgere il più possibile i cristiani più sensibili nella nuova evangelizzazione?

Il Papa Giovanni Paolo II parla spesso di nuova evangelizzazione, non è la ricerca di ricette inedite, ma è un rilancio e un nuovo vigore da dare a questa dimensione permanete della Chiesa, che è quella di evangelizzare e “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”.

Il mondo cambia più rapidamente di quello che noi immaginiamo, cambiano i nostri interlocutori, la mentalità, i costumi e noi rischiamo di essere dei comunicatori che non hanno il coraggio o la forza di cambiare e di dare nuovo vigore e nuovo impulso alla evangelizzazione.

La evangelizzazione così è qualcosa che passa sopra la testa della gente senza incidere e lasciare traccia .

Cosa faccio io diacono per infondere nella comunità a cui appartengo uno spirito autenticamente missionario ?

Che cosa faccio per illuminare, per incoraggiare la presenza dei laici ?

Il diacono deve essere colui che aiuta i laici a diventare sempre più ministri del cammino di evangelizzazione, i laici devono portare il Vangelo nella laicità della propria vita, nell’ambiente dove vivono, nella famiglia, nel posto di lavoro, tra le amicizie e nelle responsabilità sociali e politiche.

Che cosa faccio io per aiutare i laici per cambiare la modalità del loro impegno ?

Nelle nostre parrocchie si cercano dei collaboratori, dei cirenei, che possono in qualche modo assumersi dei compiti, ma che non sono capaci a passare poi a una sollecitazione ministeriale.

Durante il penultimo sinodo dei vescovi, molti vescovi dell’America Latina chiedevano, per esempio, che fosse riconosciuto tra i ministeri istituiti, il ministero del catechista.

In molte parrocchie si da il mandato ai catechisti, attenzione però a non svilire anche questo, perché il mandato è una cosa molto impegnativa, è una vocazione, un servizio, una missione.

Il diacono deve sempre avere attenzione a suscitare tra i laici una ministerialità autentica.

Pensiamo alla ministerialità degli sposi, gli sposi devono amarsi come Cristo ama la Chiesa, G. Cristo ha elevato a sacramento l’unione matrimoniale, proprio perché diventi ministero specifico nella comunità dei credenti e nel mondo intero.

 

Che cosa faccio io perché i laici nella realtà temporali diventino ministri. ?

 

Il diacono proprio perché sta a metà tra clero e laicato può diventare come una cerniera perché la comunità possa svolgere sempre di più questa ministerialità e lanciare le persone a vivere nel mondo le loro responsabilità laicali.

 

Che cosa faccio io  per operare attivamente nella missione della Chiesa ?

Che cosa faccio io perché la missione della Chiesa non sia solo uno slogan ma diventi veramente una scelta di campo ?

 

Le nostre comunità parrocchiali da erogatori di servizi possano diventare veramente luoghi ove si matura la ministerialità e la missionarietà.

Questi sono i punti sui quali è importante riflettere, non si tratta di individuare dei peccati gravi, probabilmente non ci sono, se vogliamo celebrare in modo corretto il sacramento della penitenza, si tratta di fare una revisione della propria vita.

Dobbiamo vedere se tutto il nostro diaconato è vissuto su queste tre dimensioni, che sono quelle di rivelare il mistero, di farlo trasparire dalla propria vita, e di essere servitore della comunione entro la comunità.

Ci sono molte potenzialità che potrebbero essere sviluppate, ma questi nostri falsi pudori non ci permettono di essere propositivi e più provocatori verso tante persone, che potrebbero dare di più e di meglio, per sviluppare una vocazione missionaria .

 

Questa penso possa diventare una griglia per esaminarci ed eventualmente sottoporre la nostra vita alla assoluzione sacramentale.

 

 

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    Tema : Fondazione teologica del Diaconato

 

   Relazione  del 06/08 mattina

 

Questa mattina vorrei continuare il discorso che abbiamo introdotto ieri sera durante la conversazione, vale a dire quella che è la fondazione teologica del diaconato; ritengo sia importante riflettere su questo punto, anche se forse non abbiamo idee molto chiare, però mi sembra utile riflettere sul diaconato nella comunione della Chiesa.

Se il diacono deve essere una presenza che anima e catalizza in maniera istituzionale e sacramentale, bisogna che sia chiaro il suo ruolo, la sua funzione, la su missione; perché l’esistenza del diacono possa essere situata nella Chiesa in modo inconfondibile.

Questo è un lavoro che dobbiamo fare tutti, ma che dovete fare anche voi diaconi, perché attraverso l’esperienza diaconale, sempre di più si vada chiarendo qual’ è il quadro teologico-istituzionale del diaconato.

 

Un primo problema è quello delle candidature; se andiamo a leggere l’istituzione del diaconato così come è descritto nel cap.6 degli " Atti degli Apostoli " vediamo che è la comunità cristiana che sceglie; dice il testo: “in quei giorni mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento tra gli Ellenisti verso gli Ebrei perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana, allora i dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero loro:‘ non è giusto che noi trascuriamo la Parola di Dio per il servizio delle mense, cercate dunque (non cerchiamo) fratelli, tra di voi sette uomini di buon reputazione, pieni di spirito e di saggezza, ai quali poi noi affideremo questo incarico, noi ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola…’ li presentarono quindi agli apostoli, i quali dopo aver pregato, imposero loro le mani”…

 

Questo è un aspetto importante da tenere presente: le candidature al diaconato devono nascere dalla comunità e nella comunità cristiana, non c’è posto per le autocandidature, anche chi si sentisse chiamato al diaconato, per una specie di afflato interiore, ha bisogno di fare una lunga e profonda esperienza della comunità.

La comunità cristiana è la garanzia dell’autenticità della chiamata, ci deve essere una specie di vaglio abbastanza preciso sui candidati che mettiamo in cammino, proprio perché siano espressione della comunità cristiana.

Deve essere evidente, che attraverso la ordinazione diaconale, questi nostri fratelli vengono chiamati ad un ruolo specifico.

Bisogna andare a vagliare con molta precisione quelle che sono le caratteristiche fondamentali del diacono, tenendo presente anche quelle che sono le condizioni della sua famiglia e del suo lavoro. C’è una serie di considerazioni che vanno fatte, perché le candidature poi possano avere il loro successo e si avvii la realizzazione di questo progetto.

È chiaro che è sempre difficile coniugare insieme la Vocazione personale con la chiamata della comunità, sono aspetti che si devono integrare vicendevolmente non basta dire “io mi sento chiamato, ho maturato questa vocazione, ho sentito dentro questo richiamo, questo invito e allora mi presento…”.

 

Bisogna che la vocazione sia vagliata e sia autenticata dalla comunità, perché poi il diacono una volta ordinato è chiamato a un ruolo che è sostanzialmente diverso da quello  che prima svolgeva nella propria comunità.

 

Le candidature dunque nascono dalla comunità, nascono dalla Chiesa e vediamo come gli apostoli affidano l’incarico alla comunità dei discepoli di individuare le persone.

Si fidano di questa individuazione, una volta che sono stati individuati, gli apostoli pregano e poi impongono le mani.

Questo è un aspetto importante, perché se non facciamo un vaglio serio sulle vocazioni diaconali rischiamo di svalutare il diaconato.

Il diaconato non può essere una specie di commenda data a chi ha dei meriti nella Chiesa, soltanto come gratificazione di un servizio fedele.

Non è una onorificenza ma un servizio da compiere, va valutato quindi lo spirito di servizio, lo spirito di obbedienza, perché una volta che il vescovo ha imposto le mani su quel candidato, quel candidato non è più padrone della sua vita, ma la mette nelle mani del vescovo, rendendosi disponibile ad andare qua o là  dove il vescovo lo invierà; questo vale sia per i presbiteri sia per i diaconi.

Le candidature vanno vagliate seriamente, ci deve essere questa disponibilità ad una obbedienza senza riserve, la donazione del diaconato è una donazione totalizzante.

Chi è diacono da qualche tempo e ha alle spalle una esperienza diaconale deve in qualche modo farsi carico della individuazione di nuovi candidati, perché ci sia sempre di più questa qualificazione dello spessore spirituale sopranaturale.

Al di là degli incarichi, che poi si realizzeranno, al di là delle funzioni organizzative che il diacono poi dovrà svolgere, occorre valutare soprattutto quella che è la dimensione interiore.

E’ qui, nella dimensione interiore, che matura la vocazione particolare a questo tipo di servizio, a questo ministero, ma bisogna che ci sia una chiamata e una individuazione di quelli che potrebbero essere i futuri diaconi.

Ci sono tante persone che non ci pensano, ma deve essere la comunità cristiana che deve avere l’occhio per quello che potrebbe essere il futuro diacono, ci sono delle caratteristiche della sua vita e della sua personalità che giocano a favore di questa possibilità, ecco allora la proposta di fare un cammino, ecco allora la rivelazione di una vocazione e poi la autenticazione attraverso la ordinazione.

Man mano si allarga la schiera dei diaconi c’è bisogno di questa qualificazione, credo sia un punto importante, perché non si possa poi dire che accedono al diaconato persone che non hanno quelle doti fondamentali per un servizio di prim’ordine, che non sia poi di gregariato.

Un secondo aspetto, che mi sembra importante da considerare è la partecipazione del  diacono attraverso la ordinazione a quelli che sono i “ tria – numera “ di Cristo, il diacono partecipa direttamente alla missione Sacerdotale, Profetica e Regale di Cristo.

I diversi gradi dell’ordine esprimono l’unico sacerdozio di Cristo; i gradi possono essere considerati come gradi di qualità e non di quantità, non è che il diacono riceva meno, il prete un po’ di più e il vescovo ancora di più, ma tutti ricevono l’ordine sacro, perché unico è il sacramento e diventano partecipi a pieno titolo del sacerdozio regale e profetico di Cristo.

E’ importante fare una riflessione su questi tre “ numera “ che costituiscono il fondamento sacramentale del diaconato.

Il primo è quello Sacerdotale, cosa vuol dire essere sacerdote ?

La “ La lumen Gentium “ e tutto il concilio ha messo in evidenza il sacerdozio comune dei fedeli, cioè tutti i fedeli  partecipano al sacerdozio di Cristo, chi è ordinato partecipa in modo ontologicamente diverso, però c'è un sacramento che  inserisce in questo dato di partenza, è il battesimo.

Attraverso il battesimo noi siamo partecipi del sacerdozio di Cristo, questo cosa vuol dire ?

Vuol dire che anche noi, attraverso il battesimo diventiamo mediatori; Cristo celebra il suo sacerdozio soprattutto sulla croce, perché in quel momento è innalzato tra cielo e terra e ricongiunge  tutte le vicende umane alla eternità di Dio.

Chi riceve l’ordine diventa mediatore e questa mediazione è un fatto che tocca la vita della persona consacrata, al di là di quello che farà poi.

Tutta la mia vita, una volta che sono ordinato diventa una vita sacerdotale, una vita che ritrova la sua funzione e la sua identità nel sacerdozio di Cristo, partecipo in modo sacramentale a questa mediazione, allora tutta la mia offerta, tutta la mia vita, tutti i miei problemi, tutte le mie ansie , tutta la mia storia diventa strumento di mediazione per la salvezza del mondo.

E’ molto importante che il diacono sappia, che nel giorno in cui è ordinato, si prende sulle sue spalle i peccati del mondo, come Cristo; tutto il suo sacrificio, tutta la sua ricerca, tutta la sua inquietudine e tutto il suo cammino spirituale deve svolgersi secondo la regola della mediazione.

Anche se il diacono non facesse  nulla, sul piano dell’impegno pastorale, già nella sua vita nel suo essere partecipa a questo sacerdozio di Cristo, perché sulla sua carne vengono impressi i sigilli della redenzione.

Questo da’ alla vita spirituale del diacono, del prete, del vescovo, una carica incredibile, perché io non posso occuparmi solo di alcune cose da fare, ma devo realizzare tutto il mio essere e tutta la mia consacrazione entro questa partecipazione sempre più viva alla mediazione che Cristo celebra per salvare il mondo.

Ogni gesto che il diacono compie è un gesto sacerdotale, perché in questo sacerdozio è intrisa tutta la sua vita, questa partecipazione alla missione redentiva di  Cristo, il diacono la realizza soprattutto nella modalità della Carità.

Non si tratta di occuparsi dei poveri o di occuparsi di alcuni aspetti della pastorale della Carità, ma si tratta di assumere la diaconia, la mediazione di Cristo attraverso i segni della Carità.

Capite, che allora cambia la vita, il diaconato non può essere visto soltanto come un incarico da svolgere, ma l'incarico nasce e si sviluppa dentro a questa partecipazione sacerdotale al ministero redentivo di Cristo.

Il diacono, come il presbitero, come il vescovo prendono su di se i mali del mondo e offrono la propria vita, il proprio ministero per la realizzazione del regno, con Cristo, in Cristo e per Cristo.

Allora, qui non c’è di più o di meno, c’è una modalità precisa, il diacono realizza la sua partecipazione, la sua mediazione redentrice attraverso il carisma della carità, carisma tipico della diaconia.

Il presbitero realizza questa sua mediazione soprattutto nel momento in cui consacra il pane e il vino e assolve i peccati.

Il vescovo, realizza questa sua mediazione redentrice, guidando la comunità verso la unità e verso la pienezza del regno, come pastore di un gregge.

Sono compiti diversi ma che hanno l’unico spessore che è appunto la partecipazione piena e totale al sacerdozio di Cristo, non c’è un più o un meno, ma dobbiamo tutti entrare con modalità diverse e con carismi diversi entro questo grande mistero che è quello di Cristo, che si offre vittima dei peccati del mondo.

Anche il diacono nel momento in cui riceve l’ordinazione deve diventare vittima nella Chiesa e con la Chiesa per la salvezza del mondo, esercitando il suo diaconato svilupperà sempre di più questa dimensione sacerdotale.

 

C’è poi la dimensione profetica.

Dobbiamo tutti essere profeti, anche l’ultimo cristiano; tutti i battezzati in quanto partecipano al sacerdozio comune di tutti i fedeli diventano profeti, ogni cristiano deve annunciare il regno, deve testimoniare il regno nella sua vita, essere consapevole che la sua appartenenza a Cristo non può esaurirsi nella sua dimensione individuale, ma deve sfociare nella testimonianza credibile ed efficace là dove  vive.

 

Per chi è ordinato, questa profezia diventa ufficiale, cioè riceve un mandato specifico di profezia, di profetizzare, come i profeti dell’antico testamento che ricevevano direttamente da Dio un mandato, l’efficacia della loro profezia dipendeva da questo mandato, questo mi sembra importante sottolinearlo.

Quando il diacono annuncia la Parola lo fa da Diacono, cioè con un’autorità che ha ricevuto  attraverso la imposizione delle mani, c’è una differenza sostanziale tra l’annuncio della parola che fa il diacono e l’annuncio della Parola che fa un semplice fedele.

La Parola è uguale, certo, la Parola di per sé ha una valenza, una efficacia, una sacramentalità di per se stessa, ma nel momento in cui il diacono la annuncia, la annuncia a nome della Chiesa, essendo partecipe al ministero profetico di Cristo attraverso l’imposizione delle mani.

Il diacono ha una responsabilità, perché nel momento che annuncia la Parola lo fa per conto della Chiesa, deve approfondire sempre di più la profezia della Parola.

 

Abbiamo molti gruppi biblici , scuola della parola, centri di ascolto, molti laici sono bravissimi a fare questo, si sono preparati attraverso le scuole di teologia per il laicato, abbiamo laici molto bravi che sanno guidare dei gruppi, sanno interpretare la parola ma quando lo fa il diacono è tutto diverso, perché  partecipa a questo “numus” , a questo compito che la Chiesa gli affida attraverso la imposizione delle mani.

L’efficacia della sua parola passa attraverso la sua autorevolezza e soprattutto attraverso la sua autorità; il laico commenta la parola , realizzando una sua autorevolezza personale, il diacono invece lo fa con autorità perché è deputato ufficialmente e istituzionalmente ad essere profeta della Chiesa di Dio.

E’ la profezia della Chiesa che passa attraverso il ministero diaconale, non c’è nessuna differenza tra l’omelia che fa il presbitero e quella che fa il diacono, perché, quando è investito di proclamare la Parola, gli viene data l’autorità che viene dall’ordinazione.

Le persone devono accogliere questa sua profezia attraverso questo mandato che si esprime nella Parola che annuncia e che proclama.

La profezia non passa solamente attraverso l’annuncio della Parola ma passa attraverso l’annuncio nel mondo di ciò che il Signore ha rivelato, ecco quindi che il diacono si sposta dall’annuncio della Parola entro la comunità al rapporto con il mondo, porta nel mondo questa sua autorità.

Il diacono , quando annuncia la parola con la sua vita , con il suo esempio, il suo lavoro, le sue relazioni sociali costruisce veramente  e autorevolmente il regno di Dio in quel luogo.

I risultati possono essere diversi, ma non si misura l’autorità dai risultati che si ottengono, altrimenti dobbiamo chiudere bottega subito.

I risultati verranno, nella misura in cui crediamo all’autorità della Parola, che passa attraverso la testimonianza della nostra partecipazione al ministero regale di Cristo.

Questa è la carica spirituale che dobbiamo mantenere, certo serve preparasi, conoscere bene i temi che andiamo ad annunciare, è importante avere l’occhio sul mondo, per sapere quali sono le urgenze che dobbiamo avere, per prevedere e far penetrare il vangelo nel cuore dei nostri fratelli.

Quanto è importante sapere: che tutto quello che noi facciamo sul piano della profezia, non nasce da noi, dalla nostra preparazione, dalle nostre capacità intellettuali o dalla nostra simpatia, ma nasce da questo ordine che abbiamo ricevuto e che ci ha abilitato a portare la Parola ovunque si trovino spazi per annunciarla.

 

C’è poi il ministero Regale:

 Qui, mi pare importante rilevare che anche il diacono presiede alla comunità, la presiede in modo diaconale, però la presiede e quindi esercita la funzione di governo della Chiesa. Questo è importante, perché il diacono è costituito proprio entro questa realtà gerarchica della Chiesa.

Quando parliamo di gerarchia pensiamo subito che ci sono dei generali , dei colonnelli e poi ci sono dei caporali, allora il Diacono è una specie di sottotenente, poi c’è il prete che è un colonnello mentre il vescovo un generale di corpo d’armata.

Non è questa la struttura gerarchica della Chiesa, questa è una visione verticistica; la costituzione gerarchica significa che ci sono funzioni diverse, che ci sono ruoli diversi di governo e che nella varietà di queste funzioni di presidenza, si realizza l’unica dimensione regale di Cristo.

Cristo regna attraverso il servizio, attraverso la kenosis, l’umiliazione, attraverso lo spogliamento, non attraverso i gradi sulle spalline.

Noi purtroppo abbiamo paludato i vari gradi della gerarchia  ecclesiastica, allora più si va in alto più ci si paluda, questo è un atteggiamento un po’ ridicolo, fortunatamente oggi, sempre più cerchiamo di spogliarci di questi fardelli, che sono un po’ barocchi e bizantini.

 

Dobbiamo recuperare questa caratteristica fondamentale del diacono: il diacono partecipa alla funzione regale di Cristo, quindi presiede ed è segno autorevole del regno, costruisce il regno e lo diffonde in maniera propria e ufficiale.

Quando presiede non è che sostituisca qualcuno ma presiede a pieno titolo, non presiede soltanto la celebrazione ma anche quando guida la comunità; quando aiuta la comunità a crescere nella fede il diacono diventa , in qualche modo, pastore di quella comunità, certo in comunione con il presbitero, in comunione con il vescovo in questa varietà di funzioni e di prerogative.

Quando presiede la Carità, soprattutto questa, e tutte le espressioni della Carità, che sono le tipiche  funzioni del diacono, la presiede a nome della Chiesa con l'autorità della Chiesa, essendo partecipe di questa autorità del Cristo.

Mi pare importante che si sappia che il diacono non può vivere in pienezza il suo diaconato se non lo mette in comunione con gli altri partecipi alla regalità di Cristo, vescovo e presbiteri.

Il diacono non può avere una piccola fetta di attività pastorale, questo lo possono fare anche i laici. Il diacono deve presiedere, è chiamato a questa presidenza dalla comunità, non è presidenza piena, non è una presidenza presbiterale del sacerdote che celebra e consacra l'Eucaristia, ma è una presidenza  vera e propria, esprime nella sua presidenza questa partecipazione piena e totale alla regalità di Cristo.

Possiamo dire che il diacono è un uomo di Chiesa, appartiene in maniera totale al ministero della Chiesa, è un uomo per la Chiesa, dentro la Chiesa, entro la missionarietà della Chiesa e il primato lo dobbiamo dare alla evangelizzazione.

Nasce qui un ultimo punto nel quale vorrei fermare la vostra attenzione che è quello dei rapporti che si devono creare all'interno della Chiesa.

Se il diacono è uomo di Chiesa e uomo per la Chiesa, deve anche essere attento ai rapporti che si stabiliscono all'interno della Chiesa, spesso questi rapporti sono conflittuali.

Questo è un punto abbastanza delicato sul discorso del diaconato: prima di tutto i diaconi in una Chiesa locale devono costituire una comunità, proprio per dare l'esempio che la collegialità è una delle caratteristiche fondamentali della Chiesa.

I presbiteri fanno fatica a vivere in maniera collegiale, parliamo dell' " Unum presbiterium " attorno al vescovo; sappiamo quanto sia difficile questo, perché la formazione per secoli è stata di tipo individualistico, quindi c'è una fatica a condividere, ciascuno pensa al suo orticello, che cura con zelo e con dedizione, però fa fatica a condividere con gli altri e sappiamo quanto sia difficile la compartecipazione, la costruzione di unità pastorali e la vita in comune.

I diaconi hanno una grande profezia da annunciare: far vedere che vivono insieme, crescono insieme, vivono collegialmente come comunità diaconale insieme alle loro mogli e ai loro figli.

Credo sia importante far sentire che si crede fermamente alla comunione, si sta insieme non soltanto per programmare delle cose da fare, ma si sta insieme per la gioia di stare insieme, per la condivisione del proprio carisma.

La collegialità non è tanto mettere insieme le energie per lavorare meglio, ma è proprio il fare esperienza di questa dimensione irrinunciabile che è la comunicazione della Carità.

Nella nostra diocesi, quando si staglierà sempre più chiaramente la comunità dei diaconi, che vivono insieme, che si aiutano, che si vogliono bene, che si ritrovano con gioia, avverrà  che questo stile di vita ecclesiale inesorabilmente diventerà contagioso, allora altri potranno vivere questa realtà.

Voi, diaconi, avete il dovere di chiedere ai vostri vescovi di partecipare alla vita della vostra comunità, perché questo aiuterà sicuramente anche i presbiteri ad accorgersi che non possono sparpagliarsi così in piccoli  feudi, ma devono sempre più sentire che i problemi di uno sono i problemi dell'altro.

Eravamo abituati ad una stabilità eccessiva, ha certamente dei lati positivi, un parroco che sta per 50 anni nella stessa parrocchia, conosce tutti, vita, morte, miracoli di tutti , ma di fatto poi molto si sclerotizza, perché la novità fa fatica a riciclarsi.

I diaconi dovrebbero dimostrare anche qui una grande disponibilità alla mobilità, a fare più esperienze; vedo con terrore un diacono che fa il diacono per tutta la sua vita nella sua parrocchia, questo è un limite forte, proprio questa profezia del regno ha bisogno invece di dilatarsi nell'unica missione della Chiesa.

Quando si riceve l'ordinazione, bisogna essere disponibili proprio a muoversi, ad andare la dove più urgente si presenta il bisogno di evangelizzazione.

Lo stile della vita diaconale può diventare veramente una specie di provocazione per una Chiesa che spesso ristagna nelle sue pigrizie, in questa prospettiva la comunità diaconale può diventare il motore che spinge; la restaurazione del diaconato nella Chiesa possa essere una provvidenza  proprio per questo, perché diventi come una linfa nuova che smuove tutte le sclerotizzazioni .

Credo ci sia una tensione da mantenere, una funzione da rivendicare, ma non sulla linea del potere, ma sulla linea del servizio, da realizzare nella Chiesa e con la Chiesa.

In questa prospettiva, se avremo della candidature belle e valide, umanamente ricche e con un buon cammino di preparazione e di studio, avremo una schiera di diaconi che possono diventare veramente provvidenziali per il futuro delle nostre Chiese, che hanno  bisogno di essere rinnovate

 

 

 

 

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     Tema :Diaconato e Matrimonio

 

 

  Relazione  del 6/08/2003 pomeriggio

 

 

Questa sera vorrei centrare la  nostra riflessione  tra il diaconato e il matrimonio , due modalità di appartenenza a Cristo  per la comunione , perché credo che anche questo tema vada affrontato sotto la prospettiva della comunione. Il matrimonio è il sacramento tipico della comunione , un uomo e una donna che si incontrano , che si amano , e che decidono di progredire in questa comunione per diventare un solo spirito e una sola carne, per diventare una cosa sola; quindi la finalità del matrimonio è questa comunione sempre più profonda tra uomo e donna  che può diventare feconda nella generazione dei figli, per aprirsi quindi a una nuova prospettiva di comunione tra genitori e figli.

Questa scelta per molti aspetti  irreversibile,  perché il Sacramento  vive ed opera  dentro  questa dimensione di indissolubilità .

L’indissolubilità non è soltanto un fatto giuridico  ma è un fatto sacramentale  perché nel momento in cui due sposi  celebrano il sacramento del matrimonio  e  se lo celebrano come ministri  Cristo entra dentro , quindi non si può più estirpare, si può dichiarare nullo il matrimonio  ma allora si può dire che non c’è  mai stato, non si può sciogliere ciò che Dio ha unito.

Questa è la visione cristiana del matrimonio perché il cammino di comunione è un cammino irreversibile , è un cammino che gli sposi devono compiere ogni giorno perché l’amore di comunione non è mai pienamente realizzato, anzi può avere degli alti e bassi, dei momenti  più favorevoli e dei momenti meno favorevoli ,ci possono essere momenti di incomprensione, di chiusura  questa è la vita. Ci possono essere  alti e bassi, dei momenti di particolare entusiasmo o dei momenti di particolare crisi ma gli sposi proprio perché hanno  Cristo, come pietra angolare su cui è fondato il matrimonio devono continuare il loro cammino noi dobbiamo aiutare gli sposi a vivere questo rapporto sempre con una tensione verso una comunione più profonda.

Comunione che non sarà mai realizzata pienamente perché ,  come sappiamo la comunione vera e definitiva la avremo soltanto nella vita eterna.

La sponsalità è una categoria spirituale fondamentale , non a caso la sacra scrittura ci presenta il rapporto tra Dio e l’uomo , prima nell’antico testamento  tra Dio  e il popolo eletto , come un rapporto sponsale .

Si  potrebbero citare  molti  passi , ma  mi piace soprattutto  citare il capitolo 16  del profeta Ezechiele  dove ci sono delle pagine molto forti.

 

Dice il profeta  Mi fu rivolta la parola del Signore  , figlio dell’uomo fa conoscere a Gerusalemme tutti i suoi abominii , dirai loro –cosi’ dice il Signore Dio a Gerusalemme tu sei per origine e nascita del paese dei Cananei tuo padre era Amorreo tua madre Ittita. Alla tua nascita ,quando fosti partorita, non ti fu tagliato l’ombelico non fosti lavata con l’acqua per purificarti; non ti fecero le frizioni di sale  ne fosti avvolta in fasce. Occhio pietoso non si volse su di te per farti una sola di queste cose e usarti compassione, ma come oggetto ripugnante fosti gettata  via in piena campagna , il giorno della tua nascita .

Passai vicino a te e ti vidi mentre ti dibattevi nel sangue e ti dissi : Vivi nel tuo sangue e  cresci come l’erba del campo . Crescesti e ti facesti grande  e giungesti al fiore della giovinezza : il tuo petto divenne fiorente  ed eri giunta ormai alla pubertà ; ma eri nuda e scoperta.

Passai vicino a te e ti vidi ; ecco , la tua età era l’età dell’amore , io stesi il lembo del mio mantello  su di te e coprii la tua nudità; giurai alleanza con te , dice il Signore Dio , e divenisti mia..

Ti lavai con acqua , ti ripulii del  sangue e ti unsi con olio ; ti vestii di ricami , ti calzai  di pelle di tasso ,ti cinsi il capo di bisso e ti ricoprii di seta ; ti adornai di gioielli : ti misi braccialetti ai polsi e una collana al collo , misi al tuo naso un anello , orecchini agli orecchi e una splendida  corona sul capo.

Cosi fosti adorna d’oro e d’argento ; le tue vesti erano di bisso, di seta e ricami ; fior di farina e miele  e olio  furono il tuo cibo; diventasti sempre più bella  e giungesti ad essere regina. La tua fama si diffuse tra le genti per la tua bellezza , che era perfetta, per la gloria che io avevo posto in te, parola del Signore Dio.

Tu però infatuata per la tua bellezza e approfittando della tua fama , ti sei prostituita  concedendo i tuoi favori  ad ogni passante .

Prendesti i tuoi abiti per adornare a vari colori le alture su cui ti prostituivi .

Con i tuoi splendidi gioielli  d’oro e d’argento , che io ti avevo dati , facesti immagini umane e te ne servisti per peccare ;poi tu le adornasti con le tue vesti ricamate e davanti a quelle immagini presentasti il mio olio e i miei profumi.

Il pane che io ti avevo dato, il fior di farina, l’olio e il miele di cui ti nutrivo ponesti davanti ad esse come offerta di soave odore. Oracolo del signore Dio

 

Qui prosegue ..  ecco la storia travagliata di Dio e il suo popolo; questo popolo che è come la sposa  raccattata per strada  nuda piena di sangue  questa sposa che viene  accolta , viene amata  da Dio , viene rivestita solennemente  e sontuosamente , viene adornata di gioielli , e poi nel momento più tipico , più forte di questo amore travolgente questa donna si prostituisce.

Si dona ad altri dei  ed abbandona il Signore , il Dio di Abramo, di Isacco , di Giacobbe.

Questa è la storia del popolo Ebreo,  questa è la storia dell’antica alleanza  che viene tutta rivisitata  proprio in questa prospettiva  .

Anche nel profeta Osea troviamo questo, perché il matrimonio di Osea  con  la prostituta è l’immagine  di questo matrimonio che Dio a tutti i costi  vuol fare con il popolo, questo popolo si prostituisce, tradisce la fedeltà di Dio, ma che Dio continua ad amare .

La categoria della sponsalità è presente  in tutta la storia della antica alleanza , questo Dio geloso che vuole per se  questo popolo come uno sposo vuole per sé, ed esclusivamente per se la sua sposa.

La categoria della sponsalità torna anche nel nuovo testamento, tutti ricordiamo l’obiezione che i farisei  e i pubblicani  fanno ai discepoli di Gesù dicono :” Come mai  i discepoli di Giovanni  digiunano  e i tuoi invece non digiunano ? “  e Gesù risponde : “ Come possono digiunare  quando lo sposo è con loro ? “.

 

Troviamo anche nel vangelo di Giovanni  al cap 3 ,19  questo riferimento allo sposo  sono le parole di Giovanni Battista : “Non sono io il Cristo , io sono mandato  innanzi a lui , chi possiede la sposa  è lo sposo , ma l’amico dello sposo  che è presente  e ascolta  esulta di gioia alla voce dello sposo , ora questa mia gioia  è compiuta  egli deve crescere  io invece devo diminuire “.

 

Cristo è presentato  come lo sposo , allora credo che questa categoria  della sponsalità  è fondamentale per capire  quale deve essere il nostro rapporto con il Signore.

E’ uno sposalizio e tutto questo diventa  più evidente e più significativo  nel matrimonio Cristiano.

 

Ecco che ritorna ancora una volta questo tema della sponsalità, come tema pregnante di questa fedeltà che Dio ha per tutti gli uomini.

Il matrimonio cristiano diventa come l’icona di questo amore fedele e unico che Dio vuole avere con il suo popolo.

Gli sposi cristiani, che hanno celebrato il loro matrimonio come sacramento, devono diventare come segno e testimonianza di questa fedeltà di Cristo al popolo che ha redento con il suo sangue.

Tra le letture che si fanno nel rito del matrimonio c’è quella famosa parabola della casa costruita sulla roccia.

La casa costruita sulla sabbia crolla, quella costruita sulla roccia resiste. Le case sono identiche, c’è voluta la stessa fatica per costruirle, non si distinguono una dall’altra , ma c’è un piccolo particolare : una  è costruita sulla sabbia e crolla e l’altra costruita sulla pietra , resiste. Un'altra immagine torna spesso nel Vangelo, oltre allo sposo, Cristo è presentato come la pietra angolare, la pietra scartata dai costruttori che è diventata pietra d’angolo. Ecco dunque, Cristo è lo sposo,  allora ogni cristiano deve in qualche modo, nella sua vita, sposarsi con Cristo.

Gli sposi che celebrano il sacramento del matrimonio, questo sposalizio tra il fedele cristiano e Cristo, lo rendono evidente, palpabile, soprattutto nella fedeltà reciproca in questo cammino continuo e progressivo di comunione.

Questa è la condizione per fare un passo oltre; il diaconato si va ad inserire entro questa realtà, per il diacono che è sposato. Parleremo anche del diacono celibe, che ha lo stesso itinerario, perché anche il celibato è una scelta di Cristo sponsale.

 

Gli sposi, lo sposo soprattutto che diventa diacono, ecco che va a collocare questo nuovo sacramento in questo cammino, ma questa inserzione, questa irruzione del diaconato dentro il matrimonio è un elemento di disturbo o un elemento di completamento?

Questo il grande tema del diacono uxorato, del diacono sposato, che attinge dal diaconato un’energia per vivere il suo matrimonio in comunione più profonda, più incisiva e viceversa attingere dal suo matrimonio, dall’amore che vive nel matrimonio, una carica di amore per servire meglio la Chiesa nel ministero Diaconale. Quindi matrimonio e diaconato non come due realtà che camminano parallele e che si integrano ogni tanto ma due realtà che vengono a costituire visibilmente  un amore che coglie tutta l’esistenza umana.

 

Non si può essere un po’ diaconi e un po’ mariti, questa specie di altalena tra due astri che si guardano un po’ in cagnesco; ma bisogna sempre più integrare questo cammino, che è un cammino di ascesi e di comunione, dentro queste due realtà facendole diventare una cosa sola, senza alterità, senza altalena.

Nel cammino di ascesa Diaconale, (è un cammino anche questo) uno deve costruire la sua ascesi spirituale; è un cammino lungo e difficile da compiere, però in questo cammino, che deve compiere per vivere il proprio diaconato in maniera sempre più globale nella luce piena e totale di Cristo, porta dentro anche tutto l’amore che vive nel suo matrimonio.

Viceversa nel matrimonio, in questo cammino di ascesi matrimoniale porta dentro la carica sacramentale che il diaconato gli offre.

C’è questa specie di integrazione tra i due sacramenti che convivono entro la stessa persona e non la spaccano in due, ma la ricompongono sempre di più in questa prospettiva di donazione.

Ecco lo sposo che si dona alla sposa, che dona la sua vita e il suo corpo alla sposa si integra sempre di più nel dono che deve fare nell’esercizio del diaconato.

 

Il diacono ha questo elemento in più da portare dentro per essere veramente a servizio della Chiesa, questa icona dell’amore, che i coniugi devono realizzare sulla linea dalla sponsalità tra Cristo e la sua Chiesa, con il diaconato assume una rilevanza del tutto particolare, diventando una testimonianza forte e significativa nella vita della Chiesa

Questo non vale solo per il diacono, questo vale anche per sua moglie, non è facile essere la moglie di un diacono, (ecco perché bisogna vagliare molto attentamente le candidature al diaconato) bisogna che ci sia come condizione di partenza un matrimonio consolidato.

Consolidato anche, direi, nella fertilità e nella fecondità, dove questo cammino di integrazione spirituale e corporale è in atto in maniera forte, incisiva e convinta.

Allora il diaconato non porterà scompiglio ma verrà a portare un contributo essenziale a questo cammino che continuerà arricchito da questo servizio e da questi sacramento.

 

A sua volta il sacramento del diaconato sarà arricchito da questo amore profondo, che è un cammino, e che entra come ingrediente fondamentale ed irrinunciabile nella ascesi Diaconale. Credo che il diacono sposato diventa veramente una icona del Cristo sposo.

Questo vincolo irreversibile che c’è sia nel diaconato, sia nel matrimonio vanno a comporsi tutti e due entro questa contemplazione in Cristo e attraverso Cristo, del Padre.

 

C’è un fatto vocazionale, due sposi che si incontrano e si sposano realizzano una vocazione particolare

Ci sono infiniti uomini e infinite donne in giro per il mondo, perché due e quei due si incontrano? si amano e si sposano?

C’è un disegno di Dio sulla loro vita e il loro cammino matrimoniale avrà come sostegno questa convinzione di essere stati chiamati l’uno per l’altro nel disegno misterioso di Dio.

In questo grande disegno vocazionale entra anche la vocazione diaconale, non come via traversa o come realtà parallela, ma per dare alla vita matrimoniale un impulso nuovo.

 

Perché questo cammino di comunione sia totale e coinvolga sempre di più le due persone entro l’immagine di Cristo, che si deve stagliare sempre più chiaramente nella vita delle persone coinvolte, la moglie del diacono deve condividere e accettare questo cammino e compierlo assieme al marito nell’esercizio del diaconato.

La moglie non è abilitata a esercitare in diaconato, può fare la casalinga, può lavorare, può dedicarsi ad iniziative parrocchiali di ogni genere, questo è meno importante, è un fatto funzionale: è importante però che senta, che percepisca e sappia che nel suo matrimonio, nel suo legame col marito diacono, c’è un elemento nuovo, c’è come un cemento nuovo che viene a portare dentro il matrimonio una linfa soprannaturale di gioia, di speranza e quindi di eternità.

La moglie è la prima usufruttuaria di questo immenso dono che è fatto al marito, quindi non può restare estranea, come una spettatrice, che condivide, ma sta fuori a guardare e soltanto dare un po’ di simpatia o accettazione o di partecipazione emotiva.

 

La moglie partecipa direttamente in quanto è legata indissolubilmente e sacramentalmente al marito nel matrimonio, partecipa vivamente a questo cammino e ne diventa elemento essenziale in questa continua tensione verso la comunione, fatta di dialogo, fatta di scoperte, di esperienze sempre nuove da condividere, da giocare sempre di più, proprio perché il matrimonio si consolidi in maniera più forte e più reale e diventi come la pietra su cui l’esercizio Diaconale si realizza.

 

Alcune considerazioni che possono in qualche modo chiarire meglio questo discorso: il diacono deve obbedire, promette obbedienza al Vescovo.

Questa obbedienza non può prescindere dal suo matrimonio e non può obbedire da solo, in questa obbedienza deve coinvolgere anche la moglie.

 

Qui si misura lo spessore del cammino comunionale che esiste tra marito e moglie.

Se la moglie è unita indissolubilmente al marito, se camminano insieme nel matrimonio verso la comunione sempre più profonda, sarà anche lei ad obbedire, in maniera diversa, ma non in maniera estranea o esterna ma dentro l’obbedienza del marito, condividendo questa disponibilità, perché il marito possa cogliere liberamente il mandato che riceverà dal Vescovo e dalla Chiesa.

È questo un momento molto difficile perché questa disponibilità non si può improvvisare, bisogna averla già nella storia del matrimonio, non si può chiedere soltanto il consenso alla moglie, si, formalmente si chiede prima dell’ordinazione, lo si chiede quando c’è l’ammissione al diaconato, ma non basta, questo è un fatto puramente giuridico, disciplinare.

Come farà la moglie ad accettare l’obbedienza del marito se già non vive nel matrimonio la sua obbedienza, la su sottomissione?

Deve vivere la sua obbedienza in questo rapporto di grande libertà.

Se gli sposi si obbediscono reciprocamente e nel loro cammino matrimoniale si integrano sempre di più in questa loro obbedienza l’uno per l’altra, allora l’obbedienza del diacono non peserà, diventerà espressione ancora più forte e ancora più genuina di quella obbedienza che gli sposi già vivono tra di loro.

 

Ecco che l’obbedienza del diacono diventerà grande gioia per tutti, perché sarà come una forma di liberazione da tutte le scorie che spesso, purtroppo, entro il matrimonio vanno a concentrarsi; questa libertà, questa obbedienza che diventa l’espressione più significativa della vera povertà.

La povertà non è un fatto economico, ma la povertà vera, quella delle beatitudini è la povertà dello spirito, è la povertà di chi sente che il vincolo matrimoniale è la cosa più importante da salvare e le condizioni concrete, storiche, pratiche contano poco di fronte a questa obbedienza, che non è obbedienza soltanto al Vescovo ma è obbedienza a Dio.

Proprio Dio, possa attraverso l’obbedienza del diacono e della sua sposa, realizzare sempre più fortemente questo vincolo sponsale tra Cristo e la Chiesa.

 

L’obbedienza diventa espressione della sponsalità che è condivisa dagli sposi e viene sempre più realizzata entro il servizio Diaconale.

Non basta dire di “si” una volta, bisogna dire di “si” ogni giorno; l’obbedienza non è il fatto di una volta è un fatto che deve essere ricucito, riconfermato, rilanciato ogni giorno di più, è dentro il matrimonio, dentro il dialogo che esiste tra gli sposi che questa obbedienza con il consenso e con il contributo e la dedizione della moglie diventa una virtù e non una sottomissione.

Questo è un aspetto importante da considerare: tutti dobbiamo obbedire, la nostra vita non è patrimonio intoccabile, Dio ci conduce dove vuole Lui e noi dobbiamo scoprire dovunque ci conduca, la sua volontà, il suo amore e la sua fedeltà.

 

Anche gli sposi, allora, scopriranno attraverso l’obbedienza del diacono che la loro vita è nelle mani di Dio e così potranno scoprire in modo più intenso il loro rapporto coniugale; in questo rapporto coniugale scopriranno che c’è presenza di Dio, è il momento in cui Dio forse ci tocca con mano e la presenza di Cristo, pietra angolare, la si sente come punto sostanziale di certificazione e di concretizzazione del proprio matrimonio.

L’obbedienza diventa cemento che aiuta gli sposi a continuare il loro cammino e anche attraverso l’obbedienza della moglie si  realizza il regno di Dio.

Questo tema dell’obbedienza e della povertà coniugato insieme, credo sia fondamentale, perché allora tutta la famiglia, anche i figli, per quanto possono potranno condividere questa realtà, non sentiranno il padre diacono come qualcosa di estraneo alla loro vita e capiranno che l’obbedienza va vissuta in tutta la famiglia, questo vale per tutte le famiglie, ma a maggior ragione vale e si esprime in maniera significativa nella vita familiare dove il padre e il marito è diacono.

 

Un secondo aspetto importante è il servizio, ne abbiamo parlato più volte, ogni vocazione nella Chiesa e ogni ministero è per il servizio della comunità, il diacono si deve educate al servizio, anche questo non si improvvisa.

Ci può essere un momento di particolare generosità, di particolare esaltazione in cui uno serve più sull’onda delle sue emozioni che riferendosi alle proprie convinzioni, ma il diacono potrà servire se dentro il suo matrimonio “serve”, e il servizio è sua categoria quotidiana.

È importante, prima di accettare la candidatura di un diacono sposato, andare a vedere se questo spirito di servizio è già presente dentro la famiglia; è una delle condizioni fondamentali della riuscita di quel matrimonio.

Lo spirito di servizio è dono, è gratuità e potrà esprimersi anche in maniera molto tranquilla nell’esercizio del diaconato, perché non verrà a disturbare.

Se gli sposi non si servono e non concepiscono la vita matrimoniale come servizio uno all’altra, allora il servizio diaconale rischia di essere una specie di ostacolo, una specie di intromissione, di intrusione e può portare qualche scompiglio nell’armonia che esiste tra gli sposi.

Questa categoria del servizio è essenziale, ecco perché dobbiamo insistere con i fidanzati e con le persone che li accompagnano nei primi anni di matrimonio a questo dono reciproco nel nome di Cristo.

 

Pensate soltanto a come, purtroppo oggi, la sessualità è vissuta come consumo e non come dono, perché questa è la cultura che respiriamo; la sessualità soltanto come godimento, come fruizione della propria genitalità e poi è chiaro che in questa prospettiva è sempre più difficile che gli sposi si mettano a servizio dell’uno per l’altra, al dono reciproco anche nell’unione corporale.

 

Se gli sposi cercano soltanto il piacere, non sono pronti per ricevere il diaconato, perché manca questo substrato fondamentale della cultura del servizio, che è una delle condizioni fondamentali per poter servire poi la Chiesa senza sussulti e senza prese di distanza.

 

Se non c’è questo spirito di servizio che ormai è acquisito entro l’unione matrimoniale e soprattutto tra genitori e figli, se non c’è questo servizio che ruota attorno ai personaggi che compongono la famiglia, il diaconato resterà qualcosa di esterno, molto improprio e a lungo andare rischia di compromettere in maniera forte l’armonia e il cammino di comunione che gli sposi devono realizzare dentro il matrimonio.

 

Questo cammino di comunione rischia di andare per un’altra strada e lasciare per una via antitetica il servizio diaconale.

Il diacono si deve educare al servizio, c’è un’educazione che dobbiamo fare al servizio, al servizio sempre gratuito e incondizionato nella mobilità che è richiesta dalle urgenze pastorali della Chiesa.

Il diacono deve essere sempre a disposizione e la moglie lo seguirà in maniera molto serena, molto gioiosa, molto produttiva se già nel matrimonio vige questo clima di servizio reciproco.

 Un terzo elemento è quello della preghiera.

 

Il diacono deve pregare, se non prega, non regge nel suo servizio diaconale, questa preghiera non è soltanto una recita di formule ma è lo spirito di preghiera che deve animare il diacono.

Il diacono deve essere educatore a sua volta della preghiera del popolo di Dio; deve essere colui che guida, che educa e che orienta la preghiera della comunità cristiana, questo è un compito tipico del diacono.

Come fare a diventare uomo di preghiera se nella sua famiglia, se con la moglie non è abituato pregare insieme, a coinvolgersi uno con l’altra in questo spirito di contemplazione della Parola?

 

Quanto è bello che i diaconi con le loro mogli celebrino la liturgia delle ore, perché questo affina lo Spirito e rende più partecipe la moglie a questo cammino di preghiera.

Molto spesso nelle nostre coppie ci sono disparità di sensibilità religiosa, è sempre più comune che tra marito e moglie non ci siano gli stessi livelli di partecipazione, perché siamo in una situazione sempre più articolate.

Avrei qualche difficoltà ad ordinare un diacono che non è stato assuefatto a questa preghiera condivisa con la moglie ed eventualmente con i figli.

Questo vuol dire che non sono abituati ad abitare nel mistero di Cristo, nel mistero della contemplazione della parola, allora prima di essere ordinati, questi diaconi, devono fare un lungo apprendistato di preghiera famigliare, preghiera coniugale; perché è la preghiera che affina, che rende più disponibili i cuori a questo incontro con il Signore.

 

Questi momenti di silenzio e di integrazione nella preghiera fatta insieme, sono una grande scoperta che aiuta da una parte il cammino matrimoniale e dall’altra il cammino diaconale.

La moglie può diventare partecipe anche di questa educazione che il diacono deve fare alla preghiera nella comunità cristiana; lo può accompagnare anche se sta a casa, ma lo accompagna spiritualmente in questo compito così difficile di annunciare la Parola, la moglie non può essere digiuna della Parola di Dio, e lasciare che lo faccia il marito diacono.

Bisogna che i due si affinino insieme in questa preghiera che diventa contemplazione e abitazione dello Spirito nella luce di questo dono che è la Parola che hanno ascoltato, meditato e che hanno ruminato insieme come coppia, per essere poi espressione viva dell’amore che Cristo ha per la sua Chiesa.

 

Ultimo punto, lo vorrei dedicare alla valorizzazione della donna.

La moglie del diacono può, nella Chiesa, giocare un grande ruolo per rivalutare la donna nella Chiesa.

La Chiesa per molti aspetti è ancora misogena e maschilista, bisogna far spazio alla donna, non perché debba rivendicare una specie di femminismo, ma perché la donna deve avere un ruolo importante e fondamentale nella vita della Chiesa.

Spazi per la donna sono fortunatamente aumentati: abbiamo donne catechiste, abbiamo donne che proclamano la Parola durante la liturgia, però non abbiamo ottenuto che si possa dare il lettorato anche alle donne.

Le donne leggono la Parola durante l’eucarestia, pronunciano le parole di Dio, spesso guidano gruppi biblici di approfondimento della scrittura, però di fatto rimangono al margine di quella che è la ministerialità ufficiale della Chiesa.

Questo lo dico così sottovoce, non vorrei essere additato come un disturbatore, però ritengo che la donna e la moglie del diacono possano veramente giocare nella Chiesa un ruolo importante, non per mettersi in mostra o per dire: “Be  sono la moglie del diacono, devo avere un mio spazio, me lo devono dare perché  partecipo alla dignità del principe consorte”.

Credo che la moglie del diacono possa aiutare le donne nella comunità cristiana a scoprire soprattutto per le donne sposate, che nel matrimonio c’è una dimensione fondamentale di estroversione verso la comunità cristiana.

La promozione del carisma femminile credo sia importante, la moglie del diacono può veramente aiutare il marito diacono in questa promozione di una femminilità nella Chiesa che è tutta da guadagnare ed è tutta forse da scoprire.

Adesso se mi concedete vorrei parlare del diacono celibe; anche questo è un diacono a tutti gli effetti, non dobbiamo privilegiare soltanto i diaconi sposati.

C’è una cosa molto importante da dire: prima del diaconato ci deve essere la scelta celibataria.

Il celibato non è una conseguenza del diaconato ma è una prerogativa, è una condizione preliminare per il diaconato, questo vale anche per il presbiterato.

 

Molte volte si fa confusione in questo, si dice che il celibato è imposto dal sacerdozio e dalla ordinazione presbiterale, uno riceve l’ordinazione presbiterale e allora deve necessariamente accettare il celibato.

La Chiesa ha deciso, per ora, di dare il presbiterato ai celibi, però la scelta celibataria deve venire prima; nella chiesa Ortodossa per esempio, che ammette anche presbiteri sposati, la scelta di vita deve venire anche qui prima, o uno sceglie il celibato o uno si sposa e poi riceve il presbiterato, ricevuto il presbiterato da celibe non può più sposarsi.

 

Lo stato di vita è primario, il diacono celibe deve essere aiutato, prima di ricevere il diaconato, a fare la scelta celibataria, questa scelta deve essere veramente una consacrazione a Cristo Sposo nel celibato; anche il celibato deve essere fecondo come il matrimonio.

C’è la rinuncia all’esercizio della propria sessualità, ma questo non significa una specie di esclusione, ma significa dare il dono della totalità della propria vita, del proprio essere, della propria affettività e della propria sessualità per il regno di Dio.

Sono gli eunuchi per il regno di Dio.

Oggi il mondo questo lo capisce poco, ma questo è importante per la scelta celibataria, allora non si può ordinare dei diaconi che sono un po’ degli zitelloni che arrivano a 30/40 anni e non anno ancora deciso lo stile della propria vita e così approdano al diaconato per risolvere il loro problema affettivo o il loro problema di stato di vita.

 

Questa situazione la ritengo un po’ pericolosa, perché significa poi, non aver chiara questa distinzione fondamentale tra scelta celibataria, scelta di consacrazione nella verginità ed esercizio del diaconato.

Credo che questa scelta previa, deve essere sostenuta ed aiutata, ci deve essere prima di tutto una consacrazione nella vita celibataria, ci deve essere una scelta precisa di un dono che è quello dei consigli evangelici, di castità, di obbedienza e di povertà.

Dentro a questa scelta precisa di rinuncia per il regno dei cieli allora c’è la condizione indispensabile per ricevere il diaconato, altrimenti si vive in una specie di compromesso che non produce grandi frutti.

Tra i diaconi celibi ci sono i diaconi vedovi, questo è un altro grosso problema, per esempio, ho un diacono giovane che ha perso la moglie tragicamente e si trova improvvisamente, senza volerlo, in una condizione celibataria.

Lo stiamo aiutando a vivere questa nuova condizione, che non era voluta, ma voi capite molto bene,  per un giovane non è semplice rinunciare alla propria sessualità.

Questi casi però si possono moltiplicare, così possono moltiplicare i casi di diaconi che sono costretti a separarsi per vari motivi, ci sono già in Italia molti e purtroppo per ragioni varie arrivano a questa decisione di dividersi.

Non si può tenere qui un discorso di colpe o di responsabilità, prendiamo atto però, anche questi diaconi se vogliono esercitare il diaconato, che avevano ricevuto prima, devono in qualche modo  vivere il celibato.

Bisogna che noi gli aiutiamo con grande spirito di carità, perché è uno stato non scelto ma subito, tutte le cose subite non sempre sono piacevoli; quindi credo che in questo capitolo del diacono celibe vanno anche considerati quei celibi non per la scelta del regno ma per delle condizioni non volute, che la vita purtroppo può riservare.

 

Non dobbiamo scandalizzarci di questo, certo un matrimonio fallito è sempre una sconfitta, però ciascuno poi questa sconfitta la vive come può, come meglio la giudica, ma non deve essere una sconfitta che compromette in maniera irreparabile anche l’esercizio del diaconato.

 

 

 

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Tema : Conclusivo

 

Relazione del 07/08  mattino

 

Quando facevamo gli esercizi spirituali nei tempi passati, l’ultima predica era quella dei ricordi e questi ricordi li vorrei affidare alla parola di  S. Paolo; prendo come testo la seconda lettera  a Timoteo.

Come sappiamo Timoteo è un  discepolo prediletto di Paolo,  nel quale ha riposto tutte le sue speranze, Timoteo ha condiviso molto profondamente il mistero di Paolo.

In questa lettera, molto forte, densa di affetto, dedizione, di stima, c’è un po’ la sintesi di tutto quello che abbiamo detto in questi giorni sul diaconato, prendo come spunto dal cap. 2 al cap. 4.

 

Tu dunque, figlio mio, attingi sempre forza nella grazia che è in Cristo Gesù e le cose che hai udito da me in presenza di molti testimoni, trasmettile a persone fidate, le quali siano in grado di ammaestrare a loro volta anche altri.

Insieme con me prendi anche tu la tua parte di sofferenze, come un buon soldato di Cristo Gesù. ……..  Cerca di comprendere ciò che voglio dire; il Signore certamente ti darà intelligenza per ogni cosa.

Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio vangelo, a causa del quale io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata ! Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, …………. Sforzati di presentarti davanti a Dio, come un uomo degno di approvazione, un lavoratore che non ha di che vergognarsi, uno scrupoloso dispensatore della parola della verità.

Evita le chiacchiere profane , perché esse tendono a far crescere sempre più nella empietà…………

Fuggi le passioni giovanili; cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace insieme a quelli che invocano il signore con cuore puro.  ……. …   Annunzia la Parola , insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina.

 Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo la proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole.

 Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del vangelo, adempi al tuo ministero “.

 

E’ la fotografia di quello che è il contesto nel quale noi operiamo, molti vanno a cercare (non tutti) maestri che possono in qualche modo giustificare le voglie, gli istinti, le passioni, questo libertinaggio e rifiutano di dare ascolto alla verità per lasciarsi imbrogliare dalle favole.

Ci potranno essere situazioni più favorevoli o meno favorevoli, però, di fatto, questa è la situazione nella quale noi dobbiamo operare.

Prima di tutto, mi pare, ci sia bisogno di leggere i segni dei tempi, qualche volta ci capita di predisporre dei programmi pastorali che rispondono più al nostro modo di sentire e di vedere, ma non hanno il vaglio di questa osservazione delle situazioni in cui viviamo; poi diamo la colpa agli altri, perché non ascoltano, perché non accettano, perché non si convertano e invece, forse, siamo noi che non siamo capaci di avere uno sguardo sereno e penetrante per cogliere i bisogni del mondo.

 

Oggi ci sono, purtroppo, molti messaggi catastrofici, qualche volta si mettono in bocca alla Madonna o a Gesù Cristo, in visioni un po’ strane, parole di condanna e di distruzione come se il mondo dovesse andare verso la rovina.

Qualche volta anche noi siamo portati ad essere un po’ catastrofisti, a vedere tutto il male che c’è, sicuramente, e a sottovalutare tutto il bene che esiste, che non fa rumore, ma che di fatto parte dal cuore di un uomo che va cercando un senso da dare alla vita.

Invece di fermarci a queste prime diagnosi, un po’ sommarie, dove vediamo tutto scuro, tutto nero e vediamo il futuro della Chiesa addirittura in bilico, dobbiamo, come Paolo scrive a Timoteo, rivedere il nostro assetto pastorale, vedere come operiamo per portare il Vangelo alla gente di oggi.

 

Ecco alcune considerazioni che fa Paolo: “Attingi sempre forza nella grazia che è in Cristo Gesù”.

Questa è una prima condizione fondamentale: attingere.

Ecco la grazia che scaturisce da Cristo, è come una fontana che butta continuamente acqua fresca, noi possiamo attingere come e quanto vogliamo.

Questa è una cosa straordinaria, Dio non fa economia, non c’è razionamento d’acqua, non c’è razionamento di grazia, noi possiamo attingere sempre forza nella grazia che è in Cristo Gesù.

Questo è un primo punto, un primo proposito che vogliamo portare a casa dopo questi esercizi spirituali, attingere sempre la forza nella grazia che è in Cristo Gesù.

È lui la fonte della Comunione, è lui che ci permette di capovolgere il quadro di riferimento della nostra vita, per scoprire quanto bisogno c’è di Dio nel mondo di oggi, quanto bisogno c’è di valori spirituali e morali e quanto gli uomini, più di quanto noi immaginiamo, cercano un senso e un sapore nuove da dare alla vita.

Non dobbiamo attingere così con un recipiente troppo angusto, dobbiamo attingere a piene mani, perché tanto ce n’ è sempre di grazia, non si esaurisce mai.

Abbiamo cominciato questi nostri esercizi con l’invocazione, con l’anelito, con il desiderio di penetrare sempre di più nel mistero Trinitario, e non tiriamoci indietro, non accontentiamoci mai di quello che abbiamo raggiunto, fino a quando c’è un respiro di vita si deve sempre di più incrementare lo spessore della nostra vita spirituale.

Qualche volta pensiamo di fare da soli, ci riteniamo tanto bravi e tanto intelligenti da non aver bisogno di nessuno, così con qualche benedizione da parte di Dio, invece quanto importante è attingere, perché se non attingiamo  forza e coraggio dalla grazia che Gesù ci dona la nostra vita va in frantumi.

Ecco la preghiera, ecco il colloquio silenzioso, l’ascolto della Parola, l’incrementare sempre di più la nostra vita spirituale, perché come dice S. Paolo la Parola di Dio non è incatenata.

Nessuno può monopolizzare la Parola, nessuno la  può ingabbiare, questa Parola è sempre là e noi possiamo buttare dentro la testa in questo tesoro infinito di grazia che Dio ci rivela, possiamo andare dentro a capofitto, questo tesoro che non è più sigillato perché l’agnello, secondo al visione dell’apocalisse, ha rotto i sigilli e possiamo liberamente attingere.

In questo grande tesoro di grazia possiamo riempirci di questo amore infinito, di questa comunione  che sgorga dal cuore trafitto di Cristo e dall’amore infinito del Padre.

Portare il vangelo alla gente di oggi; questo è un proposito che mi sembra importante possiamo portare via da questi esercizi spirituali.

Com’è giusto fare, cercate di incrementare sempre di più la vita spirituale e non bisogna mai accontentarsi di quello che si ha, non si può vivere di rendita, bisogna continuamente ripartire da capo, per salire questa montagna bisogna rompere gli indugi.

 

Dice Paolo :” Cerca di comprendere ciò che voglio dire, il Signore ti darà certamente intelligenza per ogni cosa “.

Questa grazia , questa inserzione entro il mistero di Dio ci darà sufficiente intelligenza per capire, giudicare la situazione nella quale viviamo, senza prendere le distanze e senza giudizi sommari e preconcetti.

Questa intelligenza è la sapienza di chi vive esclusivamente per il Signore.

 

Continua Paolo : “ Ricordati che Gesù Cristo è risuscitato dai morti, secondo il mio Vangelo “.

Abbiamo una garanzia ancora più forte: Cristo è risorto, ha vinto il mondo, questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede.

Più avremo fede e più avremo coraggio di affrontare le situazioni difficili che incontriamo ogni giorno e che sembrano sempre più impermeabili alla parola del Signore.

Cristo è risorto, ha già pagato il prezzo, quindi noi possiamo essere rivestiti dell’uomo nuovo, possiamo portare la rivoluzione del Vangelo nel mondo in cui viviamo, e portare questa spinta rivoluzionaria del Vangelo, che noi dobbiamo condividere.

Questo significa penetrare nel mistero di Dio, e per capire che l’amore di Dio è un’ amore   travolgente come una specie di alluvione, non si può fermare.

Se noi diventiamo i canali attraverso i quali questo flusso, questa irruzione di grazia passa senza ostacoli, si  arriverà sicuramente a produrre dei frutti e il mondo si salverà.

 

Lasciamo da parte tutti i catastrofismi, le visioni apocalittiche, le previsioni di castighi irrefutabili; Dio ama il mondo, lo ama follemente, ha dato suo figlio per salvarlo, non lo può abbandonare a sé stesso, alla sua rovina.

Noi siamo dentro a questo flusso di Grazia, dobbiamo penetrare il mistero per essere totalmente imbevuti di questa Grazia per poterla poi trasmettere.

 

Paolo dice :” Trasmetti tutto quello che hai udito da me a persone fidate in modo che a loro volta potranno trasmettere….”

La fede si trasmette per generazioni, il grande pericolo che oggi tutti vediamo è che questa trasmissione di generazione in generazione, man mano che andiamo avanti, si spappola , si frantuma.

Siamo veramente preoccupati di come trasmettere la fede alle nuove generazioni, tutti siamo in qualche modo impotenti di fronte a questo mondo di adolescenti e di giovani che non ne vogliono più sapere di Gesù Cristo. Come passerà la fede nella generazione successiva se a questa Gesù Cristo non interessa nulla.?

Una volta la fede passava attraverso le tradizioni, attraverso una cultura più statica, attraverso famiglie patriarcali e attraverso una naturale ripercussione dei valori cristiani.

Oggi il mondo non è più intriso di Cristianesimo, non viviamo più in uno stato di cristianità, c’è allora il bisogno di avere più Grazia, più forza, più intelligenza per trasmettere questo bagaglio a chi verrà dopo di noi.

Questa è una preoccupazione fondamentale; dicevo i giorni scorsi, che tutto quello che noi guadagniamo nella nostra crescita spirituale, non possiamo immagazzinarlo per noi, lo dobbiamo rispendere, ributtare, con il rischio di perderlo, ma bisogna perdersi per il Vangelo.

Qui si misura veramente l’amore che abbiamo per i fratelli, Paolo in più lettere parla del suo amore per quelle comunità di Corinto, di Efeso, di Tessalonica, di Filippi.

 

Paolo continua : “ Ho accolto tutte le sofferenze possibili, sono in catene, sono trattato come un malfattore, ma la parola, nonostante le mie prove e le mie difficoltà, la Parola di Dio non è incatenata …. “

Bisogna trasmettere con vigore, con coraggio, con perseveranza: ecco l’annuncio, ecco il primato della evangelizzazione che dobbiamo assumere tutti, ma con amore. Se non amiamo questi nostri fratelli, soprattutto i più diseredati, i più lontani, i più malfattori e ci chiudiamo soltanto ai buoni il Vangelo non passerà mai, perché spesso i buoni fanno da filtro, pretendono sempre di più di essere rimpinzati di Grazia per la loro salvezza personale a scapito degli altri.

Noi corriamo il rischio di non saziare questa fame, che altri hanno, perché ci fermiamo al nostro piccolo gregge di buoni, di devoti, di fedeli che pretendono di monopolizzare non solo lo Spirito  Santo ma anche la grazia e la forza che scaturisce dalla morte e risurrezione del Signore.

 

Allora Paolo ci dice :” Annuncia la Parola, insisti in ogni occasione, opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina…. “

Questo è un altro punto importante, un altro proposito da ricavare da questi esercizi.

Bisogna avere  più coraggio nell’annunciare il Vangelo, anche sui tetti, bisogna avere la forza di rompere le nostre pigrizie, i nostri falsi pudori, non si tratta di fare delle grandi prediche, di salire sui pulpiti, si tratta di portare l’annuncio attraverso la nostra vita, la limpidezza della nostra vita, perché noi annunciamo con la vita, Cristo è la Parola e noi dobbiamo diventare Parola per annunciare opportunamente e inopportunamente.

 

E’ chiaro che vanno considerate bene le situazioni, però bisogna sparare anche qualche cartuccia per colpire, occorre qualche azione d’urto, perché, come si dice, non si va in paradiso in carrozza e bisogna tentare sempre di più.

Mi pare che noi, in questo momento, stiamo battendo la fiacca; la nostra pastorale è molto ripetitiva, ci siamo barricati, manca questo coraggio, manca questa grinta, manca questa voglia di provocare le persone e metterle davanti a questo grande interrogativo: o con Cristo o contro Cristo.

 

Non si può  stare, così con il piede su due staffe, molta gente oggi vive un po’ di Dio e un po’ di mondo;  per paura di Dio, allora cerca di incensarlo e tenerlo buono, però che stia là e non venga a scocciare troppo, a rimescolare le carte; un po’ di mondo, perché in fondo siamo uomini, dobbiamo anche vivere, avere i nostri agi, le nostre certezze, i nostri comodi e così il sale diventa insipido.

E’ terribile questa parola, se il sale non dà più sapore verrà butto via, calpestato dagli uomini, noi saremmo calpestati, ci ridurranno piatti, morti, incapaci di sussulto.

 

“ Insisti, ammonisci, rimprovera , esorta, con ogni magnanimità ….”

Sono due ingredienti importanti questi: magnanimità e dottrina, cioè preparazione, non improvvisata, studio, ricerca ma anche magnanimità che vuol dire pazienza, sopportazione, accoglienza, ascolto.

 

“ Cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace insieme a quelli che invocano il Signore con cuore puro, evita le discussioni sciocche e non educative ….”

E’ sempre pericoloso creare conflitti tra Chiesa e società, tra Chiesa e mondo, è vero che il Signore ha detto    si  si ,no no , o siete con me o contro di me…    non ho pregato per il Mondo .. voi siete nel mondo  ma non siete del mondo ….”

Ci può essere inesorabilmente un conflitto insanabile tra la Chiesa , il popolo che crede in Gesù Cristo e il mondo che non crede, però oggi non è il tempo delle contese.

Oggi per esempio, noi in Toscana, paghiamo lo scotto degli anni ruggenti del .46 -.48 , la scomunica ai comunisti, i matrimoni dei comunisti celebrati in sacristia e non in chiesa, i funerali civili, che erano la maggioranza; questo perché si era creata una tensione di cui oggi forse paghiamo le conseguenze.

Ci rendiamo conto che non era il caso di fare una polemica così forte, poi molti avevano aderito non perché erano marxisti convinti, ma perché ritenevano, in buona fede, che questa sponda potesse rispondere alle esigenze dei poveri, degli operai e dei contadini sfruttati nei grandi latifondi.

Non è allora il tempo delle contese, però dobbiamo metterci in una situazione di collaborazione cordiale con tutti coloro, come dice Paolo, che invocano con cuore più giustizia, fede, carità, pace ; questo è compito fondamentale del diacono: allargare gli spazi di collaborazione, di incontro e di dialogo.

Ci sono restrizioni mentali, anche nel nostro mondo, che proibiscono in qualche modo di allargare gli spazi.

 “ Ma che cosa vi preoccupate di questa gente ? tanto non c’è niente da fare, tanto non li convertirete mai, ma perché perdete tempo a fare questo, quello, tanto è inutile, restiamo tra noi… “

Questa è una logica terribile, come se la Chiesa potesse ritornare nelle catacombe, anche se siamo una minoranza, dobbiamo essere una minoranza che è aperta al mondo sui grandi temi della giustizia, della carità e della pace.

Dobbiamo creare sinergie e sintonie con tante persone che hanno a cuore il destino del mondo.

 

Stiamo per far nascere la nuova Europa, è chiaro che in questa nuova Europa noi cristiani rischiamo di essere inespressivi e ininfluenti, se non ritroviamo una carica, non che  ci permette di serrare le fila, ma che  ci permette di dialogare con il mondo, senza perdere nulla delle nostre caratteristiche.

Non si tratta di fare compromessi storici, si tratta di aprire un dialogo sereno, cordiale e costruttivo.

Una Chiesa che si fa prossimo, che cammina per le strade del mondo senza chiedere e senza voler acchiappare qualcuno, senza voler convertire tutti, ma una Chiesa che si fa amica e compagna di viaggio.

 

L’episodio di Emmaus è molto significativo: questo viandante strano, che si mette a camminare con questi due, avevano grandi aspirazioni ma si sentivano sconfitti e delusi; è proprio questo camminare accanto, spiegando le scritture che questi giovani si aprono allo spezzare del pane e sono pronti a riconoscere il Salvatore.

 

Uno stile pastorale che dobbiamo acquisire è quello di camminare insieme perché la strada è uguale per tutti, è la strada del Progresso, è la strada della Giustizia, della Pace, della Verità, della Democrazia e della Libertà, senza considerazioni di carattere politico e partitico ma con la capacità di essere veramente compagni di viaggio, senza compromessi, pasticci e sinergie equivoche ma con la forza del Vangelo, con il primato del sopranaturale.

Dobbiamo colloquiare con tutte le culture, la Chiesa Italiana ha un progetto culturale da realizzare, cosa vuol dire questo ? …. Vuol dire che dobbiamo colloquiare con tutte le culture per portare entro queste la innervazione del Vangelo.

Certo se non siamo preparati, se non siamo coraggiosi, se non siamo convinti delle nostre posizioni, rischiamo di essere fagocitati, come purtroppo è successo altre volte; sull’onda dell’emozione, qualcuno è andato troppo in là, è finito poi nel non sapere da che parte arrivare.

Questa simpatia per il mondo è un aspetto importante, il mondo non un nemico della Chiesa ma come un luogo dove dobbiamo costruire sinergie, amicizie, dialogo e ascolto.

 

Ultimo punto: la sofferenza.

Paolo più volte torna su questo tema e dice : “ Prendi anche tu la tua parte di sofferenze, come un buon soldato di Cristo…..non vergognarti, sii scrupoloso dispensatore delle parole di verità, accogli le sofferenze che sono legate alla proclamazione del Vangelo .. “.

Siamo noi disponibili a vivere e a condividere la sofferenza per il peccato che c’è nel mondo ??

Noi offriamo le nostre sofferenze fisiche, spirituali, morali, le nostre sconfitte, i nostri errori, i nostri peccati, questo è abbastanza facile, ma siamo veramente capaci di soffrire profondamente e intimamente nel vedere i nostri fratelli che vanno alla deriva ?

Questa è la sofferenza che la Chiesa deve vivere, sofferenza per il Vangelo, sofferenza di Paolo.

 

Vediamo tanta gente che va alla malora ma noi non perdiamo l’appetito ne il sonno e quasi ci viene da dire :” Bè poverini, abbiamo cercato di tutto, ..  adesso bisogna lasciarli andare al loro destino…”

Questa sofferenza è sofferenza di Cristo, dobbiamo soffrire nel vedere il dilagare del male, perché sarà la nostra sofferenza  a redimere , non le nostre azioni che redimeranno il mondo; ecco qui che ritorna la mediazione diaconale con tutta la sua drammaticità.

Io devo soffrire per il Vangelo e la mia sofferenza è redentrice, dovrei perdere veramente l’appetito nel sapere che ci sono persone che tradiscono Cristo, che non lo accettano, che non lo accolgono, che c’è una lacerazione tra il messaggio di Cristo e le stupidaggini del mondo.

Spesso dico alle nostre comunità, ci sono 30 ragazzi che ricevono la cresima, poi di questi, venti spariscono, ma voi che siete la comunità Cristiana possibile che non ve ne accorgiate , chi è che si domanda,alla messa domenicale, coma mai non c’è il tale o il tal’altro per una due tre volte ?

Bisogna soffrire nel vedere che le persone abbandonano Dio, invece si rimane indifferenti, presi dalle nostre molte cose.

Dobbiamo sapere che la nostra partecipazione al sacerdozio di Cristo è questa assunzione di sofferenza, Cristo soffre per salvare, e salva attraverso la sofferenza, perché per le altre cose è uno sconfitto.

E’ stato platealmente sconfitto, anche nel suo messaggio, chi lo ha seguito ?  poche persone, statisticamente irrilevanti, non ha salvato con le sue parole ma con la parola della sofferenza, si è immolato e là sulla croce celebra la sua regalità in silenzio .

Questo è un aspetto importante che dobbiamo tenere presente: aiutare le nostre comunità a soffrire per il vangelo, da questa sofferenza nasceranno  allora delle iniziative serie, altrimenti giochiamo un po’, facciamo dei dilettanti, andiamo a cercare questa o quella iniziativa, se non riesce se ne fa un’altra sull’onda della improvvisazione e della provvisorietà.

Cercate attorno a voi delle anime, ce ne sono tante, che vengono tutte le mattine a messa, che partecipano, che pregano, per dare loro questo messaggio: bisogna soffrire per il Vangelo, bisogna partecipare al mistero della morte e risurrezione di Cristo.

La sofferenza è un prezzo che la Chiesa deve pagare, una Chiesa che soffre nella povertà dei suoi mezzi, che soffre perché non riesce a trovare strade per sanare i mali del mondo.

Questa sofferenza diventa una grande ricchezza proprio per suscitare nel nostro cuore la voglia di evangelizzare, se non soffriamo non ne usciamo più, lavoreremo per diletto o per sola gratificazione.

Le nuove iniziative pastorali, credo anche il nuovo modo di vivere il diaconato, nascono nella misura in cui abbiamo nel cuore le stimmate della sofferenza nel vedere che il Vangelo è bistrattato.

 

Chiudiamo i nostri esercizi, Vi ringrazio per il buon esempio che mi avete dato, ho visto che siete molto seri e molto motivati, questo mi fa molto piacere, ringrazio Don Gianni per questo invito, non so perché lo abbia rivolto a me, ma per me è stata una occasione bella e di grazia .

Se qualche volta ci incontreremo vivremo ancora questo momento di amicizia. Se qualcuno di voi passa per Pisa, c’è un campanello alla porta dell’episcopio, sarà accolto con tanta amicizia.

Vi auguro ogni bene per voi, per le vostre comunità.

 

Grazie a tutti

 

mons. Alessandro Plotti

 Arcivescovo di Pisa.

 

 

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