ESERCIZI SPIRITUALI
03-07 AGOSTO 2003

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S.E. Rev.ma Mons. ALESSANDRO PLOTTI |
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ARCIVESCOVO della diocesi
di PISA |
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Nato a Bologna l’8 agosto 1932; |
Corso di esercizi spirituali per i diaconi permanenti del triveneto tenuto a Roverè Veronese dal 03/08/2003 al 07/0872003
da Mons. Alessandro Plotti, arcivescovo di Pisa.
Il presente documento è stato ricavato dalle conversazioni
a cura di Don Gianni Trabacchin, G.Agostinetto e G.Bressan
Non è stato rivisto dall’autore
Indice:
Riflessione
introduttiva
Diacono
promotore di una spiritualità di comunione
Spiritualita
diaconale
Comunione
nella Chiesa e con la Chiesa
Spunti per una
celebrazione penitenziale
Fondazione
teologica del diaconato
Diaconato e
matrimonio
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Riflessione
introduttiva di DOMENICA 3 agosto SERA
Ritengo che il diaconato sia ancora
tutto da scoprire. È un grande dono che il Concilio ha fatto alla chiesa, ma ancora
tutto da capire. E quindi il nostro impegno è per rinnovare il nostro essere
diaconi e la bellezza e la grandezza di questo dono.
Definirei il titolo del nostro corso
così :
Oggi più che mai c’è bisogno di
comunione, comunione vera, autentica.
I rigurgiti di conservatorismo, che
abitano il nostro mondo e la nostra chiesa, corrono il rischio di rovinare tutto, creando tensioni tra
poli opposti.
A noi il compito di riscoprire
e, forse, rifondare il Diaconato come strumento indispensabile e
imprescindibile di comunione; un ministero di frontiera per andare
incontro al mondo, in dialogo con il mondo.
Non certo un diaconato che si esaurisca
dentro la struttura ecclesiale.
Bisogna impegnarsi per rompere la
sclerotizzazione istituzionale, sempre più presente nella nostra realtà. Da
trent’anni, per esempio, ci battiamo sull’evangelizzazione, la professiamo come
impegno primario del nostro essere Chiesa, ma continuiamo soltanto a
catechizzare. Nel frattempo diviene sempre più grande il numero di coloro che
non sanno che farsene né di Cristo né della Chiesa.
La “Pastores dabo vobis” (esortazione
di GP II circa la formazione dei sacerdoti) al n. 12 (lo dice in riferimento ai
preti specificatamente, ma indirettamente vale per noi tutti),
afferma: "L’identità
sacerdotale – hanno scritto i Padri sinodali – come ogni identità cristiana, ha
la sua fonte nella Santissima Trinità, che si rivela e si autocomunica agli
uomini in Cristo, costituendo in Lui e per mezzo dello Spirito la Chiesa come
“germe e inizio del Regno” .
L’Esortazione Christifideles
laici, sintetizzando l’insegnamento conciliare, presenta la Chiesa come
mistero, comunione e missione: essa è
“mistero” perché l’amore e la vita del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo sono il dono assolutamente gratuito offerto a quanti sono nati dall’acqua
e dallo Spirito (cf. Gv 3,5), chiamati a rivivere la comunione stessa di Dio e a manifestarla e comunicarla nella storia
(missione)”.
E’ all’interno del mistero della Chiesa, come mistero di
comunione trinitaria in tensione missionaria, che si rivela ogni identità
cristiana, quindi anche la specifica identità del sacerdote e del suo ministero
…. Si può così comprendere la connotazione essenzialmente “relazionale”
dell’identità del presbitero ".
Il mistero quindi della comunione
trinitaria è l’orizzonte entro il quale vivere il nostro ministero.
La nostra relazione con questo mistero,
la nostra spiritualità, diviene la forma del nostro ministero.
Possiamo quindi vedere il diacono come
lo strumento di collegamento tra l’Ordine e il laicato, e ciò affinché ognuno
possa essere sacerdote secondo la misura del dono di Cristo nel popolo di Dio,
popolo tutto sacerdotale.
Quali sono i mezzi e gli strumenti per
diventare servitori della comunione?
Ne accenniamo due tra i più importanti, che riprenderemo con altri nei
prossimi giorni:
1. il primo modo di evangelizzare è che ci vogliamo bene,
volerci bene sul serio,
secondo il vangelo, accettandoci nella diversità.
( Qui ognuno vive la fatica della propria
diversità)
2. porre sotto la luce di Dio il proprio modo di essere diacono
senza vittimismi, senza false prudenze,
senza diritti acquisiti.
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Tema: Il diacono
promotore di una spiritualità di comunione nella Chiesa e nel mondo
Conversazione del 04/08 mattino
Desidero questa mattina introdurre il
tema di questi nostri esercizi: la promozione di una spiritualità di comunione.
Credo che tutti ci rendiamo conto di
quanto sia urgente, oggi più che mai, questa spiritualità di comunione, perché
viviamo in un mondo sempre più lacerato da incomprensioni, da contrasti, da
polemiche e da violenze.
C’è una competizione sempre più
aggressiva e, volenti o nolenti, tutti respiriamo quest’aria. E rischiamo, sia
pure inconsciamente, di portare
dentro anche le nostre comunità questa specie di tensione, di battaglia, per
diventare i primi della classe. A scapito poi di una vera politica di
accoglienza, di rispetto, di tolleranza e di comunione nella diversità.
Questa mattina vorrei introdurre il
discorso sulla comunione come dato teologico e spirituale.
Quando parliamo di comunione parliamo
di un dono dello Spirito. La comunione non è frutto delle nostre diplomazie
ecclesiali o del nostro sforzo per andare d’accordo a tutti i costi, facendo
finta di non vedere o di non sentire, ma è un dono dello Spirito. E il dono
dello Spirito si può accogliere soltanto nella misura in cui la Signoria di Dio
diventa preminente nella nostra vita.
Noi non possiamo accogliere il dono di
Dio, il dono dello Spirito, se la nostra anima non chiede e non cerca questo
rapporto intimo, profondo e sempre nuovo con il Signore.
Sappiamo che Dio vive nella Trinità,
questo grande mistero di comunione. Il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo sono
l’espressione di questo grande amore, di questa comunione d’amore piena, totale
ed eterna, che esiste entro l’unico Dio.
Abbiamo affermato che dobbiamo cercare
di entrare dentro questo grande mistero. Non è un mistero che dobbiamo
accettare a scatola chiusa, ma il mistero della Trinità ha una incidenza
fondamentale nella nostra vita spirituale, e quindi anche poi nell’esercizio
del diaconato. Tutte le funzioni, tutti i ministeri e i carismi della Chiesa
hanno origine da questa inserzione, intrusione, nel mistero della Trinità.
Non possiamo diventare veramente
fratelli se non diventiamo come riverbero e come eco di questa profonda
comunione misteriosissima ma reale, tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Bisogna cercare di entrare dentro per
scoprire qual’è il rapporto tra Padre e Figlio nella forza e nella luce dello
Spirito Santo. E’ il Padre che ci chiama, che ci cerca, è il Padre che prende
l’iniziativa, è il Figlio che la realizza e ce la porta nel mondo e nella
storia, è la forza dello Spirito che la realizza.
Qualche volta si sente dire che la
Trinità è un mistero che preso com’è, non riesco a capire, ma lo accetto. E’
uno di quei misteri fondamentali della Fede ai quali dobbiamo avvicinarci senza
cercare di capire.
Questo è un atteggiamento un po’
primitivo e rozzo; bisogna invece entrare in questo grande mistero e capire che
noi dobbiamo sempre di più realizzare questa comunione con il Padre, con il
Figlio e con lo Spirito Santo. Questo è quello che Dio vuole; vuole cioè farci
entrare in questo flusso di Amore e di Grazia che esiste tra le persone della
S.Trinità.
Siamo presi dentro a questo vortice
d’amore; in questo vortice possiamo scoprire le dimensioni vere e storiche
della comunione che dobbiamo realizzare nella Chiesa.
Non sono due discorsi staccati uno
dall’altro; più entriamo nel mistero della comunione di Dio più scopriamo quali
sono le dimensioni storiche della comunione che dobbiamo creare tra noi, nella
Chiesa e nel mondo intero.
** Ecco allora un primo punto di
riflessione: noi siamo fatti per la comunione con Dio, il Signore ci ha fatti
per Lui; siamo stati fatti a Sua immagine e somiglianza, leggiamo già nelle
prime pagine della Scrittura.
Essere fatti a immagine e somiglianza
di Dio vuol dire questo: Dio ci ha costruiti, ci ha pensati, ci ha creati non
per poi abbandonarci al nostro destino, proteggendoci dall’alto e da distante,
ma ci ha creati a sua immagine perché potessimo condividere la sua stessa vita
divina.
Questo è un pensiero che ci commuove
profondamente ma che anche ci inquieta. L’uomo è essenzialmente relazione con
Dio; è Dio il protagonista, è Lui che prende l’iniziativa.
E’ molto dolce e molto pacificatore
questo pensiero: Dio che cerca l’uomo; e l’uomo non può conoscersi, non può
sapere chi è, se non dentro a questo quadro, se non dentro a questo rapporto
con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Sant’ Agostino diceva: “ Signore fa
che io ti conosca, Signore fa che io mi conosca”. Conoscendo Dio, penetrando
sempre di più nel mistero di Dio uno e trino, io conosco me stesso e scopro
qual è la mia dimensione umana, la mia identità, e qual è la mia vocazione.
Dobbiamo fare questo sforzo per entrare
nel mistero di Dio, perché Dio è fedele, non smette mai di cercarci e di
offrirci i suoi aiuti e la sua grazia perché possiamo entrare il questo grande
mistero di Comunione.
Mi ha sempre colpito una frase che
Bernanos ha messo in bocca al curato di campagna; “quale dolcezza pensare che
pur offendendolo noi non cessiamo mai di desiderare nel più profondo santuario
dell’anima ciò che egli desidera”.
Credo che questo è un grande ministero
che dobbiamo riscoprire: aiutare le persone a scoprire che Dio non è un padrone
dispotico che ci muove come marionette nel teatro della storia, ma che Dio è un
Padre che ci vuole partecipi della sua stessa vita e ci vuole fruitori del suo
stesso amore.
S. Paolo nella prima lettera agli
Efesini, nelle prime battute, parla di questo amore che è stato riversato nei
nostri cuori. Dio ce lo ha buttato addosso con abbondanza. Pur sapendo che noi
questo amore, per tanti aspetti, lo sprecheremo, perché siamo così stupidi e
superficiali da non cogliere tutta la portata misteriosa del dono che Dio ci
fa.
Dobbiamo aiutare le persone a scoprire
che senza Dio non si può conoscere se stessi. Ci accorgiamo infatti che le
persone che perdono il senso di Dio perdono anche il senso della propria
identità, sono come degli ubriachi che girano a caso qua e là senza trovare la
porta di casa.
Credo che questo sia un grande
ministero da compiere; aiutare le persone a scoprire la vera immagine di Dio,
il volto di un Dio che è Padre e che ci vuole partecipi della sua stessa vita.
Infatti molti hanno abbandonato Dio e la Chiesa perché è stata loro presentata
una immagine negativa di Dio, un volto che metteva paura.
La vita è già complicata, è già
difficile ogni giorno, perché complicarla ancora di più? Trovandosi tra i piedi
questo Dio ingombrante e pretenzioso, è meglio decidere di liberarsi da questo
fardello inutile e vivere senza Dio o come se Dio non ci fosse, non sapendo che
con questa illusione di liberazione si diventa schiavi di se stessi e si
finisce per non capire più perché si sta al mondo.
La Chiesa oggi ha questo compito
fondamentale : quello di aiutare le persone a scoprire il vero volto di Dio, il
Dio dei Cristiani, il Dio buono e misericordioso, il Dio Padre.
Dentro il cuore di ciascuno c’è un
anelito che va liberato da tutte le scorie che si sono accumulate perché
emerga, in tutta la sua portata, questa sete di verità, che c’è in tutti i
cuori degli uomini.
Oggi si vendono surrogati di Dio,
allora le persone nella loro superficialità e nella loro fatica di pensare si
accontentano di nutrirsi con cibi sofisticati e persino velenosi; c’è il
bisogno di scoprire che nella comunione con Dio c’è la risposta a tutti i
grandi interrogativi, è Lui il vero cibo.
Vorrei invitarVi a leggere e meditare
il salmo 25, perché il salmo 25 a mio parere descrive esattamente questo
desiderio che dobbiamo coltivare nel cuore. E guardate che anche noi, che siamo
gli addetti ai lavori, che siamo abilitati a gestire le cose di Dio, rischiamo,
a furia di maneggiare le cose di Dio, di perdere questo anelito e diventare dei
funzionari del sacro; un pericolo che corriamo tutti, dal papa fino all’ultimo
cristiano.
Noi che siamo abilitati a gestire le
cose di Dio nel nostro ministero , sia episcopale , sia presbiterale che
diaconale, rischiamo di fare un po’ il callo diventando dei funzionari che non
danno più testimonianza di questo anelito, di questa tensione verso il possesso
sempre più pieno della comunione con Dio.
**
Il salmo 25 : “A te , Signore, elevo l’anima mia,
Dio mio, in te confido: non sia confuso!
Non trionfino su di me i miei nemici!
Chiunque spera in te non resti deluso,
sia confuso chi tradisce per un nulla.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri,
guidami nella tua verità e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza,
in te ho sempre sperato.
Ricordati, Signore del tuo amore,
della tua fedeltà che è da sempre.
Non ricordare i peccati della mia giovinezza:
ricordati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore.”
“Conoscere
le vie del Signore” è un tema fondamentale che dobbiamo tutti sempre più
meditare. Ecco perché dobbiamo intensificare la nostra preghiera, la
meditazione della Parola di Dio. Dobbiamo intensificare i momenti di silenzio e
di raccoglimento, perché altrimenti non conosceremo mai le vie del Signore e
arriveremo a pensare che le nostre vie, quelle che inventiamo noi, siano le vie
di Dio.
Voi sapete meglio di me che c’è la
tentazione del funzionalismo. Si moltiplicano gli organigrammi, si moltiplicano
le commissioni, si moltiplicano gli assetti, gli apparati, spesso a scapito di
questa immediatezza e della testimonianza di una inquietudine del cuore che
cerca Dio.
Questo testimoniare la nostra
inquietudine, anche i nostri dubbi, i nostri problemi di fede, significa
trovarsi in sintonia con l’uomo, con tante persone che sono alla ricerca di un
senso da dare alla loro vita.
Sono molto belli i verbi che usa il
salmo 25, conoscere, fammi conoscere, insegnami; mettersi alla scuola di Dio
come gli scolaretti analfabeti che devono imparare a leggere e a scrivere.
“Guidami
nella tua verità, rivelami le tue vie, ricordati della efficacia della tua
fedeltà, liberami dagli affanni, proteggimi, allevia le angosce del mio cuore,
volgiti e abbi misericordia di me”.
Credo che questo tema, della comunione
con Dio, sia fondamentale e che durante questi esercizi ciascuno di noi debba
domandarsi a che punto è questo rapporto con Dio uno e trino? Qual’ è la misura
del mio inserimento dentro il mistero della Trinità? Perché la autenticità
della mia scelta sia sempre più verificata, affinché tutto quello che io
faccio, dico, testimonio abbia come fondamento, come radice, questo rapporto
profondo con il Signore.
**
un secondo punto : Dio, nella sua follia per l’uomo, per questo suo amore
incredibile per l’uomo fatto a sua immagine e somiglianza, ha deciso
addirittura di farsi uomo. Questa è cosa incredibile.
Siamo abituati a questa idea, è una
idea di una stravaganza incredibile, Dio, che per cercare l’uomo e per
stabilire un rapporto con l’uomo, per vivere la comunione con questo uomo, ha
deciso di farsi simile a lui, di prendere corpo e anima come noi e di
condividere con noi la stessa vicenda umana. Il grande mistero della
incarnazione è mistero di comunione; ed è così che Gesù il Cristo, il Gesù di
Nazareth svela il vero volto di Dio.
Per stabilire un rapporto più profondo
di comunione con Dio non possiamo fare altro che guardare a Gesù Cristo.
Gesù è la vera realizzazione di questa
autentica comunicazione che Dio vuole stabilire con l’uomo; allora Gesù è voce
e specchio della immagine fedele di questo Dio, che vuole a tutti i costi
rincorrere quest’uomo, raggiungerlo e farlo partecipe della sua stessa vita.
L’incarnazione del Verbo diventa allora
il segno più strabiliante dell’amore, della Carità che è la manifestazione più
clamorosa della misericordia di Dio, della pazienza di Dio. I ciechi vedono,
gli zoppi camminano, …. , questa è la testimonianza che i discepoli di Cristo
danno ai discepoli di Giovanni, “ venite a vedere, questa è la vera comunione
”, la rigenerazione di un uomo nuovo perché attraverso Cristo, la sua morte e
la sua risurrezione, l’uomo possa entrare ancora più entro il mistero della
comunione con Dio.
Questo è il grande mistero Pasquale che
deve in qualche modo illuminare tutta la nostra esistenza.
Noi consacrati dobbiamo essere coloro
che manifestano in pienezza questo grande mistero Pasquale, questo passaggio
dentro la comunione con Dio attraverso la morte e la risurrezione di Cristo.
Questo è importante perché attraverso Gesù Cristo noi possiamo sempre più
conoscere Dio.
Pascal diceva che non solo noi
conosciamo Dio per mezzo di Gesù Cristo, ma anche non conosciamo noi stessi, la
nostra vita, la nostra morte, se non per mezzo di Gesù Cristo. Al di fuori di
Gesù Cristo non sappiamo cosa sia la nostra vita, la nostra morte, Dio e noi
stessi.
Questo grande tema dell’incontro con
Dio diventa ancora pressante, ancora più forte, nella rivelazione di Cristo;
Gesù, l’esegeta del Padre, diventa l’esegeta dell’uomo, colui che interpreta e
rivela il vero volto dell’uomo.
Gesù, da una parte ci rivela il volto
di Dio e ci apre un nuovo spiraglio attraverso la sua risurrezione per entrare
in comunione con Dio e dall’alta
rivela il vero volto dell’uomo. Ecco che si ricostruisce questa sintonia
piena, tra Dio che chiama e invita, e l’uomo che riscopre la sua vera identità.
La centralità di Gesù Cristo è
fondamentale anche nella nostra vocazione ed educazione di persone ordinate; il
vero volto dell’uomo e il vero volto di Dio lo raggiungiamo attraverso la
manifestazione di Gesù Cristo.
Oggi c’è, anche negli studi teologici,
questo ritorno alla centralità di Gesù Cristo. Nei due documenti “Tertio
millennio ineunte” di Giovanni Paolo II e il documento della CEI, “Comunicare
il Vangelo in un mondo che cambia”, si ritorna alla centralità del messaggio e
della contemplazione del volto di Cristo.
Questo cristocentrismo deve in qualche
modo ripresentarsi come testimonianza dominante. Noi dobbiamo spostare, come orizzonte,
la centralità della Chiesa alla centralità di Gesù Cristo.
Forse abbiamo troppo insistito nella
centralità della Chiesa e in questo rapporto Chiesa-mondo, spesso insolubile;
dobbiamo ripresentare il vero volto di Cristo; perché attraverso la ripresentazione
e la ricentralizzazione del mistero di Cristo, possiamo anche recuperare la
vera missione della Chiesa, perché la Chiesa ha questo compito: ripresentare il
volto di Gesù Cristo. Se vogliamo sempre più entrare nel mistero della
comunione, dobbiamo sempre più entrare nel mistero di Cristo; che è come il
centro della Comunione Trinitaria.
Questi sono alcuni spunti su cui
possiamo meditare perché il nostro cammino di ascesi continui sempre più. Io mi
accorgo che, crescendo negli anni e diventando vecchi, si rischia di lasciare
un po’ correre, di lasciare un po’ perdere, quello che si è fatto è fatto e
vivere un po’ di rendita, si cerca di salvare il salvabile e tenere una
freschezza spirituale non è sempre facile.
Se noi perdiamo questo spessore soprannaturale
veramente il nostro ministero viene svuotato; possiamo fare delle cose
bellissime, delle cose convincenti, però tutto non regge, a lungo andare, tutto
si sfalda, perché manca questa tensione e questa inquietudine dello Spirito che
vuole cercare Dio e che vuole in Cristo trovare il vero volto del Signore.
La comunione con Dio nel mistero di
Cristo deve essere un po’ lo slogan della nostra vita spirituale. Non è come un
modo di dire, ma è una vera partecipazione della carità e della santità di Dio.
Per questo siamo stai creati, siamo figli di Dio e non è appunto un modo di
dire ma lo siamo veramente perché partecipiamo alla stessa vita eterna di Dio.
Quindi, santificati in Cristo, dobbiamo
sempre più inserirci dentro questa vita che è appunto la beatitudine di Dio;
questa contemplazione dell’amore trinitario.
Questo è il grande tema che oggi apre
la strada ai nostri esercizi.
Vorrei invitarvi a ripensare a questo
spessore della vita spirituale, perché sempre di più le nostre migliori energie
siano spese per costruire dentro il nostro cuore la comunione sempre più
profonda con il Signore.
Allora potremo poi parlare di comunione
nella Chiesa e nel mondo, solo allora! Perché non daremo ricette ma saremo
testimoni di questo grande disegno che Dio ha preparato e ha affidato a noi,
che è appunto quello di riconciliare tutti in Cristo perché tutti siano
partecipi di questo disegno di Beatitudine e di Salvezza.
Che è appunto l’unico scopo per cui Dio
ha creato l’uomo.
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Relazione del 04/08/Pomeriggio
Nel documento della CEI "
Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia " la parte centrale e più corposa
è quella che ci indica di puntare lo sguardo sul volto di Cristo, in tutte le
sue articolazioni : il volto dolente di Cristo crocefisso, il volto raggiante
del Risorto, il volto trasfigurato del Cristo che verrà alla fine dei tempi e
il volto del Cristo che si attua e si realizza nella Chiesa e nel mondo.
La contemplazione ci permette di
entrare ancora in maniera più incisiva ed efficace nel grande mistero della
comunione con Dio.
Questo è un Cristocentrismo trinitario,
nella contemplazione del volto di Cristo posso scoprire il vero volto del Dio
di Abramo di Isacco e di Giacobbe; cioè posso conoscere il volto del Dio che ci
ama, che si scomoda per noi, che ci cerca, che ci invita ad entrare sempre più
profondamente nel mistero del suo amore.
Contemplando il volto di Cristo, oltre
che scoprire il volto del Dio Trino, posso scoprire anche il vero volto
dell'uomo.
Cristo è come bifronte, da una parte ci
rivela il vero volto di Dio e ci permette di entrare in comunione con lui,
dall'altra parte ci rivela il vero volto dell'uomo, permettendoci di entrare in
comunione con l'uomo, con ogni uomo che vive sulla terra.
Questa è la funzione sacerdotale di
Cristo, quella di rimettere in rapporto Dio con l'umanità.
C'è stata una frattura, che è stato il
peccato originale, c'era questa specie di non comunicazione, di incomprensione,
ora in Cristo si ricongiunge Dio all'uomo.
Il nostro ministero è dentro a questa
mediazione, noi siamo stati ordinati per questo, per essere mediatori di questa
ricostruzione armoniosa del rapporto tra Dio e l'uomo.
Ci sono due condizioni per contemplare
il volto di Dio: la prima è la purificazione della vita spirituale, se io non
ho una intensa vita spirituale, se non ho questo continuo anelito alla
purificazione e alla riconciliazione non posso contemplare, ma vedrò sempre una
immagine distorta.
L'altro punto è quello che definirei il
miracolo dell' " Effatà "
facendo riferimento alla guarigione del sordomuto.
Queste sono le due condizioni
indispensabili, il libro dell'Apocalisse al cap. 3 vv. 18 usa l'immagine del collirio e dice: " Ti consiglio di acquistare da me oro
purificato dal fuoco, per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e
nascondere queste vergognose tue nudità e collirio per ungerti gli occhi e
recuperare la vista ".
Il collirio che noi dobbiamo acquistare
è appunto la purificazione della vita spirituale, avere questi occhi senza
lenti, senza difetti, per guardare in faccia G. Cristo nella sua vera identità
di salvatore.
Spesso, abbiamo una immagine di Cristo
a nostro uso e consumo, anche le interpretazioni del messaggio di Cristo
potrebbero essere diverse a seconda degli occhi che abbiamo.
Se vogliamo percepire Cristo nella sua
vera identità e nella sua totale radicalità noi dobbiamo purificare la nostra vita interiore,
ecco perché dobbiamo continuamente confessare le nostre colpe, perché sempre di
più i nostri occhi possano vedere nel volto di Cristo le sembianze del Padre.
Ricordiamo la domanda, un po' ingenua
che gli Apostoli fecero a Gesù: "Mostraci il Padre", ci parli continuamente
del Padre, faccelo vedere una buona volta
e ci basta, Gesù dice loro : " Chi vede me, vede il Padre, guardate
me e vedrete il Padre ".
Probabilmente gli Apostoli non avevano
capito che ci voleva questo collirio, che bisognava rivificare lo sguardo per
poter guardare in faccia distintamente il Cristo.
Quella di vedere il volto di Dio, era
stata la grande tentazione del popolo Ebreo nella Antica Alleanza; Dio non si
poteva vedere, chi per caso avesse visto il volto di Dio sarebbe morto, sarebbe
stato come folgorato.
Noi che viviamo nella nuova alleanza
possiamo contemplare il volto di Cristo, possiamo riposare lo sguardo entro
questo volto pieno di amore.
La contemplazione del volto di Cristo
non è un fatto intellettuale, è un fatto che deve invece coinvolgere tutta la
nostra sensibilità, tutto il nostro essere, tutti i nostri sensi è l'esperienza
dell' " Effata ".
Tutti ricordiamo, quello che Giovanni
dice nella sua prima lettera : " Ciò
che era fin da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che noi abbiamo
visto, quello che noi abbiamo
contemplato, ciò che le nostre mani hanno toccato noi ve lo presentiamo
" Perché anche voi possiate fare questa
esperienza che abbiamo fatto noi.
Questa contemplazione, oltre ad esigere
la purificazione del cuore e della
vita interiore, ha bisogno anche del coinvolgimento di tutto il nostro essere,
diventando una esperienza traumatica e travolgente; ecco perché la vera
contemplazione del volto di Cristo diventa, per tutti noi, una esperienza radicale, che cambia
tutta la nostra vita.
Il grande problema, oggi, è quello di
ripresentare la figura di Cristo in questa prospettiva.
Purtroppo abbiamo spesso ridotto il
messaggio a qualcosa di ermetico,
mentre l'esperienza cristiana è l'incontro con la persona di Cristo, il volto
di Cristo è la sua persona, lui è la Parola fatta carne, la Parola fatta
storia; noi possiamo realizzare la nostra vocazione solo coinvolgendo tutto il
nostro essere, in questa esperienza totalizzante che cambia la nostra vita.
Oggi, purtroppo, molti abbandonano la
fede perché hanno percepito il messaggio cristiano come un imperativo, una
dottrina da credere, un insieme di leggi da accettare e da vivere, mentre
invece dobbiamo ripresentare questa esperienza cristiana come una esperienza da
persona a Persona.
Quanto facciamo, per la iniziazione
cristiana dei fanciulli e degli adolescenti dobbiamo avere davanti ai nostri
occhi questa esigenza e questa necessità : fare incontrare Gesù Cristo come
persona.
E' importante, che in questa nostra riflessione
sulla comunione, facciamo una riflessione anche sulle tappe della vita di
Cristo, perché se vogliamo che Cristo sia l'espressione dell'Amore di Dio e sia
anche la liberazione della identità umana dell'uomo, è importante anche
accogliere gli aspetti umani di G. Cristo.
Abbiamo, forse, troppo insistito sulla
divinità di G. Cristo, quando invece sarebbe stato utile ripresentarlo nella
sua umanità: G. Cristo era vero uomo, non è venuto qui sulla terra per recitare
un copione preparato prima, ma è venuto a vivere una esperienza uguale a quella
che noi tutti viviamo.
E' chiaro, che in questa sua esperienza
umana, c'era dentro la sua natura divina, questo discorso non si può esasperare
troppo, rimarrà sempre un mistero come le due nature giocavano entro nell'unica
persona, però non possiamo togliere nulla allo sviluppo fisico, psicologico e
spirituale di G. Cristo.
Gesù ha, come tutti noi,
progressivamente scoperto , crescendo, la sua appartenenza al Padre, ha
scoperto che era venuto a fare la volontà del Padre e non la sua, anche lui ha
dovuto accettare, come ogni altro uomo, la famiglia in cui era nato, ha dovuto
accettare il contesto culturale in cui è cresciuto, ha dovuto accettare le
potenzialità e i limiti della sua corporeità, aveva fame, aveva sete, aveva
sonno, provava stanchezza.
" Cresceva in età e in sapienza
", come dice il Vangelo, come ogni figlio di Israele, anche lui leggeva e ascoltava la Parola del Dio
dei Padri, scoprendo dentro a questa progressiva esperienza della parola, la
sua storia e la storia del suo popolo.
Mi pare importante avvicinare sempre
più la figura di Cristo alla nostra esperienza umana, allora sentiremo il
Cristo vicino a noi, altrimenti rischiamo di presentare il Cristo come un
SuperMan, una specie di Diabolik, una persona che passa sopra e al di là delle
esperienze.
Facciamo alcuni accenni soltanto a
dei momenti della sua vita, mi
sembrano importanti da rileggere anche in relazione alla nostra vita alla luce del Cristo:
il suo Battesimo; è vero che nel suo
battesimo c'è un momento in cui si rivela in tutta la sua divinità, si sente
infatti la voce del Padre e appare lo Spirito Santo sotto forma di colomba,
però mi pare importante cogliere anche l'aspetto umano.
Gesù si presenta a Giovanni Battista,
si mette in fila con i peccatori, il fatto scandalizza in qualche modo, però
dall'alto della sua divinità, Gesù vuole passare attraverso questa esperienza,
per dimostrare che lui vive la stessa esperienza dei suoi fratelli, certo in
lui non c'è peccato, ma sarà lui ad addossarsi tutti i peccati del mondo, della
umanità di ieri, di oggi e di domani. Ricevendo il battesimo di penitenza sulle
rive del Giordano Gesù mostra il grande amore per i peccatori.
Mi pare, che in questo fatto della sua
vita, che inizia la sua vita pubblica, ci sia anche un grande insegnamento per
noi: il mettersi in fila con i peccatori, dalla parte dei più deboli; questa è
stata la sua strategia, non ha cercato alleanze strane con i potenti,
compromessi con coloro che imbrogliando si facevano forti interpreti della
legge Mosaica, ma è andato a scegliere coloro che erano al margine di questa
società del perbenismo.
Quanto c'è da imparare da questo !!
Sappiamo quanto sono le resistenze, lo
vediamo anche nelle nostre comunità, raccogliere le persone che non sono
allineate, quanto disturbo portano alle nostre comunità coloro che in qualche modo appartengono a
questa categoria di emarginati.
Gesù ha voluto iniziare il suo
ministero con questa chiara e precisa scelta di campo: mettersi dalla parte dei
poveri; questo sarà un dato permanente della sua esistenza e del suo ministero,
tanto da non essere stato lui stesso riconosciuto.
Altra tappa importante della vita
pubblica: Gesù va nel deserto per 40 giorni per prepararsi ad annunciare la
nuova alleanza.
Che cosa fa nel deserto ?? Cerca di mettere a punto la modalità di
esercizio della sua messianicità.
Quelle che noi chiamiamo impropriamente
" Tentazioni ", sono in fondo le altre strade che aveva davanti per
poter realizzare la sua messianicità.
Poteva essere un Messia politico: lo
aspettavano, poteva far piacere a tanti se avesse liberato il popolo dalla schiavitù dell'Impero Romano
e se avesse dato, al popolo Ebraico la libertà e l'egemonia nella regione. Non
ha scelto questa strada non era un Messia politico, non doveva assolutamente
ricomporre quella spiritualità intrisa di potere politico.
Non ha scelto neppure una messianicità
straordinaria, miracolistica, che facesse colpo, ha scelto invece la strada
dell'annientamento, della kenosis, di mettersi veramente dalla parte degli
ultimi, si è messo all'ultimo posto, così nessuno ha potuto portarglielo via,
meno di così non c'era.
Tutto questo è una grande lezione per
noi, perché dobbiamo identificarci con Cristo; se vogliamo che Cristo sia il
modello della nostra esistenza, se vogliamo che Cristo sia il punto di
riferimento per costruire comunione profonda con il Padre e anche con l'uomo,
dobbiamo passare per questo crogiolo.
Dobbiamo vedere come esercitiamo il
nostro ministero, non possiamo essere presi dalla tentazione di fare cose
strabilianti.
C'è oggi, purtroppo, tanta gente che va
cercando messaggi straordinari, va cercando i miracoli, va cercando esperienze
ed emozioni forti, guai a noi se dovessimo dare retta a tutto questo, se
dovessimo andare dietro a queste attività spirituali che non portano nessun
frutto; allora Gesù diventa come un Totem, una specie di fantoccio che serve
soltanto a bloccare alcuni processi nevrotici, abbastanza diffusi oggi.
Questa interpretazione della religione
dobbiamo combatterla ardentemente e violentemente perché non porta
effettivamente nessun risultato e nessun frutto; presentare Gesù come uomo
straordinario, che dice tutto, che ha l'ultima parola per tutte le situazioni,
significa veramente, guardare Cristo con occhio molto viziato e molto
compromesso con quelle che sono le emotività della nostra vita.
Dobbiamo metterci sulla strada di una
messianicità che sia quella che ci porta ad incontrare l'uomo soprattutto nelle
sue dimensioni più difficili.
Oggi ci sono tanti problemi sul piatto
della nostra vita pastorale, pensiamo a tutti i problemi che riguardano la vita
matrimoniale, i divorziati, i risposati, i separati; pensiamo a tutte le
persone che non trovano spazio per una pacificazione del proprio spirito,
pensiamo a tutti quelli che noi chiamiamo diversi, pensiamo a tutti quelli che
non hanno speranza, non hanno voce.
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Tema: Comunione nella Chiesa e con la Chiesa
Relazione del 05/08 mattino
Ieri abbiamo meditato sulla necessità
di entrare in comunione con Dio attraverso G. Cristo, questa contemplazione del
volto di Cristo per capire chi è il Padre e contemporaneamente anche chi è l’uomo.
Abbiamo meditato sulla dimensione
personale della comunione, oggi vorrei introdurre il tema della comunione nella
Chiesa e con la Chiesa, perché la contemplazione personale di Dio attraverso il
volto di Cristo deve poi sfociare in un impegno più serio, più profondo e più
costruttivo verso la comunità dei credenti.
Questa è una prima tappa, non c’è la possibilità di vivere in
pienezza la dimensione personale della comunione con Dio se non insieme ai
fratelli.
La comunità cristiana non è un
optional, il cristiano non è un navigatore solitario che si costruisce da solo
un rapporto di comunione con Dio.
Il rapporto personale è sempre
fondamentale e primario, ha bisogno però di essere continuamente verificato e
autenticato nella comunità e con la comunità; appartenere alla comunità
cristiana e appartenere alla Chiesa è condizione indispensabile e
irrinunciabile per essere in comunione personale con Dio.
Sono come due facce della stessa
medaglia, oggi purtroppo c’è molta gente che dice: ”Cristo sì,Chiesa no “.
Se, sono cristiano coltivo il mio
rapporto con Cristo, ho la mia fede, vivo il mio vangelo come lo interpreto io,
ma non ne voglio sapere della Chiesa, il rapporto con il Signore me lo gestisco
da solo.
Questo è un frutto del soggettivismo
esasperato, che è uno dei tanti dati, purtroppo, più rilevanti della cultura
che respiriamo: soggettivismo, individualismo.
Se fermiamo per strada 10 persone a
caso, tutte 10 vi diranno di essere cristiane, però poi non vanno in chiesa,
non si accostano ai sacramenti e non si sentono parte di una comunità
cristiana.
Ecco il grande tema della Chiesa, non
possiamo ridurre la Chiesa soltanto a coloro che frequentano perché la Chiesa è
la comunità dei battezzati, di tutti i battezzati, se di fatto, non
frequentano, sono lo stesso membri e devono essere ricondotti all’ovile, perché
si faccia un solo gregge e un solo pastore.
Questo è il grande compito: ricostruire
la comunità cristiana attraverso una rifondazione dello spirito di
appartenenza, qui viene alla ribalta un grave interrogativo: “ Le nostre
parrocchie sono davvero delle comunità cristiane ? Si respira veramente questo spirito di appartenenza ? “.
Sono state definite, le nostre
parrocchie, come stazioni di servizio, dove molte persone vanno a fare il pieno
di Sacramenti, se hanno bisogno di battezzare un figlio, di fargli fare la
prima comunione, hanno bisogno di sposarsi, pagano il prezzo di un cammino di
preparazione, il più possibile ridotto, una volta avuto il sacramento chi si è
visto, si è visto.
Manca lo spirito di appartenenza di una
continuità, di un cammino che si compie insieme.
Abbiamo moltiplicato i servizi, come
abbiamo alzato i prezzi, perché tutti devono fare il cammino di preparazione,
un anno, due anni di incontri, la rampa si è allungata e una volta ricevuto il sacramento, c’è
il baratro.
Molte persone si presentano già con le
carte fatte, .. per sposarsi, hanno già stabilita la data, noi ci accontentiamo
di fare 3-4 incontri, mentre hanno alle spalle anni e anni di latitanza, forse
da quando hanno ricevuto la Cresima,e non si confessano da decenni.
Pretendiamo poi, di far vivere agli
sposi il sacramento in maniera
profonda, vediamo quali sono i
risultati: moltissimi matrimoni vanno a gambe all’aria, perché manca questo
“Humus“ di appartenenza alla comunità cristiana , che è la garanzia, perché i
sacramenti possano produrre i frutti insiti nella loro portata
teologico-sacramentale.
E’ importante meditare il ruolo del
diacono proprio in questa comunità, che deve realizzare sempre di più lo spirito di
appartenenza, affinché tutti coloro che vivono in quel territorio abbiano un
rapporto costante ed efficace nella comunità.
C’è sempre, questa mentalità di utenza,
vado in parrocchia quando mi serve qualcosa e quando non mi serve, non ci vado;
così la comunità cristiana rischia di essere identificata per quei pochi,
sempre meno, che frequentano e che collaborano.
Il rischio è che le comunità cristiane
diventino un qualcosa per gli iniziati, perdono la vocazione popolare, si crea
sempre più un solco tra praticanti e non praticanti.
Il tema della koinonia, della
compartecipazione all’interno delle comunità è importante, credo che il
diaconato, sia stato messo in sesto e in auge, proprio per questo, perché il
diacono nella comunità parrocchiale sia strumento di aggregazione.
Ieri sera ascoltavo un po’ tutte le
vostre testimonianze belle, con tante esperienze … però devo dire onestamente,
che non sono molto d’accordo che il diacono si prenda una fetta della pastorale parrocchiale, questo lo
devono fare i laici.
I laici, in riferimento ad un carisma
particolare che maturano nella comunità, svolgono un servizio essenziale, come
i catechisti che vengono formati nella comunità per occuparsi dell’itinerario
di formazione cristiana dei fanciulli e adolescenti; le coppie di sposi, che
molto produttivamente possono seguire i fidanzati e le coppie di sposi giovani,
mentre ci sono altre persone che possono occuparsi seriamente della pastorale degli anziani, questi particolari
settori penso non sia proprio il
compito del diacono.
Il diacono deve avere il compito di
costruttore della comunità accanto al presbitero, o forse anche senza
presbitero.
Nelle grandi parrocchie ormai si va
diffondendo l’esperienza delle comunità di base, penso alle parrocchie della
periferia urbana di 30-40.000 abitanti ove si fanno delle comunità di base,
queste sono guidate da un diacono, il quale è il pastore di quella comunità,
naturalmente tenendo sempre presente il respiro generale , affinché non
diventino delle chiesuole all’interno della grande Chiesa.
Il ruolo del diacono è di avere
sott’occhio tutta la pastorale, di tutta la comunità parrocchiale e di essere
catalizzatore di tutto quello che è la pastorale, che noi chiamiamo di insieme.
Dobbiamo auspicare che ogni parrocchia
abbia il suo progetto pastorale in sintonia con quello della diocesi, sappiamo
quanto sia difficile programmare e spesso si fa una pastorale che risponde
solamente alle urgenze, una pastorale di tappabuchi, ecco vedo il diacono che
insieme al presbitero, in sintonia con il vescovo, si fa promotore dello studio
e della realizzazione di un progetto pastorale e ne diventa il sostenitore,
l’artefice.
Il diacono deve avere un occhio su
tutto il progetto, senza assumersi un particolare settore, che poi finisce per
fagocitarlo o settorizzarlo; proprio perché possiede il sacramento dell’ordine, il diacono è abilitato
ad essere costruttore di tutta la comunità cristiana.
Vorrei indicare alcune prerogative del
ruolo del diacono nella comunità parrocchiale, è questo un aspetto importante
che cercherò di ripetere anche domani e cioè il diaconato "Extra Moenia
", il diaconato fuori dalla parrocchia
Sono stato nella commissione episcopale
per il clero, abbiamo parlato spesso del diaconato, ho presente tutte le
esperienze vissute in Italia, mi pare però grossomodo che siamo più orientati
al versante intraecclesiale ; non so quanto questo sia corretto, bisogna
pensare a un diaconato in tutte due le dimensioni, la mia paura è che, che se
esasperiamo l'aspetto intraecclesiale, rischiamo di clericalizzare il diacono,
di costruirgli la fossa entro una casta presbiterale dalla quale non riuscirà
più togliersi, come nei secoli, purtroppo, è accaduto al clero.
Nella prospettiva del servizio,
all'interno della comunità parrocchiale, il diacono deve essere l'animatore di
tutta la pastorale parrocchiale, con uno sguardo di insieme.
Prima di tutto, penso al compito dello
stimolo, deve stimolare tutti a vivere più forte la Koinomia all'interno della
parrocchia, per evitare che le parrocchie diventino una specie di federazione
di gruppi, di movimenti, di iniziative; ciascuno fa per conto suo, pensate alla
grande spaccatura che c'è tra la catechesi e la liturgia.
Se abbiamo 100 bambini a catechismo
ne abbiamo si e no 30 alla messa
domenicale, pensate al grande problema dei catechisti, spesso sono molto
preparati sul piano dottrinale, ma poi mancano di quella capacità di comunicare
esperienze di fede; Ieri dicevamo che contemplare il volto di Cristo significa fare esperienza di Cristo con
tutta la portata della propria
umanità in tutti i sensi.
Così la iniziazione cristiana rimane
fondamentalmente una scuola di catechismo, poi scatta l'ora X , tutto viene
cancellato come se non avessero ascoltato nulla per anni.
Questo compito di stimolo, credo sia tipico
del diacono, insieme al presbitero deve sempre di più sollecitare le persone a fare comunità, a vivere
questa voglia e gioia di stare insieme e nel condividere.
Per fare questa azione di stimolo
bisogna avere una capacità di discernimento dei carismi che ci sono nella
comunità.
Chi è che individua i carismi ? Nelle nostre comunità, spesso, molte
ricchezze rimangono sopite perché nessuno è capace di scoprirle, di scavare in
tutte le potenzialità e le energie che ci sono, così sempre i soliti hanno in
mano tutto, creando una specie di oligarchia attorno al parroco e volenti o
nolenti escludono gli altri.
Il ricambio di forze ed energie è
fondamentale, questo discernimento per scovare, per sollecitare, per invitare
le persone ad essere più presenti nella comunità cristiana , questo occhio
particolare lo deve avere il diacono, come responsabile della vita di tutta la
comunità.
Credo, che se entriamo in questa
prospettiva, avremo delle sorprese
meravigliose e incredibili di tante persone che invitate, sollecitate, istigate
porterebbero un contributo efficace alla vita della comunità.
Questo discernimento è un compito
fondamentale del pastore, il diacono è un pastore, insieme al presbitero,
insieme al vescovo, partecipa alla funzione gerarchica della chiesa: pascere il
gregge di Dio.
Non riduciamo il diacono a seguire un
solo settore particolare della pastorale ma diamogli la possibilità di
armonizzare tutte quelle che sono le varietà dei doni dello spirito, altrimenti
ingabbiamo lo spirito e lo costringiamo entro parametri che noi abbiamo
stabilito e che non sono assolutamente sacrosanti.
La parrocchia si deve rinnovare, ha
bisogno di nuove energie, il diacono diventa veramente il catalizzatore di
tutto questo, con la responsabilità che gli viene dalla sua ordinazione, non è
che se lo inventa, ha ricevuto lo spirito il giorno della sua ordinazione
perché il suo compito sia di sollecitare le persone entro la comunità a questo
spirito di appartenenza.
Un
secondo aspetto importante è quello di educare alla libertà.
Spesso mi domando, e domando anche ai
miei preti e ai miei catechisti : nelle nostre comunità si vive veramente uno
spirito di libertà, di liberazione ? oppure viviamo in un clima un po’ pesante,
appesantito dalle deficienze , anche spesso sul piano umano ?
( Adesso in Ottobre sto per cominciare
la terza visita pastorale, amministro io tutte le cresime, non voglio che
nessuno mi sostituisca in questo compito fondamentale del vescovo, quando
arriva il vescovo per la cresima è una grande festa per quella comunità, certo
se fossi a Milano con più di 1000 parrocchie questo non lo potrei fare).
Dobbiamo educare alla libertà, alla
libertà dei figli di Dio, questo riguarda soprattutto l’uso corretto della
libertà di coscienza, questo è un tema veramente scottante.
Oggi, purtroppo molti cristiani, che
vengono nelle nostre parrocchie, si sono costruiti una loro etica, giudicano il
loro agire non secondo il vangelo ma secondo elucubrazioni, fatte, non si sa in
base a quale principio.
Per molti la libertà di coscienza è il
fare quello che piace, quello che più è di tornaconto ; l’azione del diacono
deve essere veramente un aiuto alla comunità parrocchiale a respirare un clima
di libertà nello spirito, di libertà dove ciascuno educa e si educa ad un uso
corretto della propria coscienza; una coscienza illuminata dal vangelo e
sostenuta dal magistero della Chiesa.
Vediamo anche nei nostri ambienti,
spesso quali reazioni anche negative, si hanno quando il Papa o anche i vescovi
intervengono su alcuni temi.
Questo sta a significare che siamo
molto lontani da una libera e autentica adesione al Vangelo e al magistero
della Chiesa.
Credo che anche questo sia un compito fondamentale del diacono, di
diventare punto di riferimento per una sana libertà di coscienza, per una chiarificazione
di quello che il Vangelo ci dice sul piano della morale.
E’ chiaro che l’etica scaturisce dalla
fede, guai se dovessimo ridurre il Vangelo ad un codice morale, ma la fede ha
bisogno di essere tradotta in gesti concreti della vita; anche qui notiamo
quale spaccatura c’è tra la fede ( che spesso è soltanto un sentimento ) e poi
i gesti, le decisioni, e le scelte
che si fanno nella vita, spesso in contrasto, almeno oggettivamente, con
il dato rivelato.
Questo è un compito fondamentale,
dobbiamo aiutare anche i presbiteri a riprendere in mano la formazione delle
coscienze, ci sono delle mancanze veramente gravi e peccaminose.
Ricordo, nella mia generazione, quando
ero giovane, l’impegno della formazione delle coscienze era primario; si faceva
attraverso il dialogo, attraverso il contatto personale, con il direttore
spirituale, il confessore il prete, l’animatore dei gruppi giovanili, tutti
quelli che hanno passato i 50 anni si possono ricordare i dieci punti della
regola dell’aspirante di azione cattolica.
Pensiamo a tutto il grande problema
della sessualità, non se ne parla più, facciamo finta di non sapere e di non
vedere, forse non abbiamo voglia più di rispondere a certi interrogativi, e
allora chi se ne occupa ?.
Questa promiscuità dei gruppi giovanili
non so poi se sia una cosa positiva , questi campi scuola ( io sono un po’
retrogrado, ma permettetemi di dirla ) dove stanno ragazzi e ragazze di 14 15 anni , dormono insieme, camminano, vanno, si spogliano,
si lavano : tutto questo serve a formare una coscienza e quindi una disciplina
??.
Credo che il diacono sia una persona
che si debba occupare anche di questo, attraverso il contatto personale,
l’amicizia, attraverso il dialogo,
perché proprio di più nella parrocchia si respiri la libertà di una
coscienza veramente formata e illuminata nella gioia.
Perché molta gente si allontana ?
Perché pensa che la Chiesa imponga cose
che non hanno più senso, la morale cristiana, per alcuni è qualcosa di
aberrante, che toglie la libertà, quindi molti giovani dicono: “ Ma perché mi
devo legare a questo treno, a questo carro, mi piace essere libero, mi piace
fare quello che mi passa per la testa, quello che risponde alle mie esigenze “.
Questa è una falsa libertà che diventa
schiavitù, la schiavitù terribile al male, alle mode, ai modi di fare, basta
vedere si vestono tutti uguali, tutti con l’ombelico fuori, c’è la moda che
lentamente domina la libertà e non permette più di avere questa libera e
gioiosa adesione al messaggio di Cristo. Hai voglia tu ad insistere, se poi
sotto non c’è una formazione della coscienza.
Terzo
elemento : educare al servizio.
Il diacono è per eccellenza il
testimone della diaconia e del servizio, deve essere colui che educa al
servizio tutta la comunità, dal più piccolo al più grande, la comunità deve
aspirare questo spirito di servizio, questa voglia di mettersi al servizio
degli altri.
Nella iniziazione cristiana dei
fanciulli, invece di imbottirli continuamente di nozioni, li dobbiamo educare a
servire.
Abbiamo coniato l’anno scorso uno
slogan che suonava così :” Non la comunità è per me, ma io per la comunità “.
Molti pensano che la comunità sia al
servizio del singolo, allora pretendono che la comunità risponda alle loro
esigenze, ai loro problemi’ : “ Tu sei al servizio della comunità e la
comunità potrà rispondere nella misura che tu metti la tua vita al servizio
degli altri, nella comunità”.
Nella comunità si impara lo spirito, lo
stile di servizio e di donazione che potrà essere portato nel mondo; questo
bisogna farlo subito, fin da piccoli, perché l’itinerario di formazione
cristiana sia un itinerario che stimola e prepara al servizio, un servizio che
si deve attuare nella reciprocità.
Quanto è importante la reciprocità !!
… Nelle nostre famiglie i problemi
si accumulano e si esasperano perché manca una reciprocità, forse si seguono ancora degli schemi
sorpassati, ci deve essere reciprocità tra moglie e marito, il padre con i
figli; tutta la comunità ha bisogno di reciprocità, perché questa è un servizio
non a indirizzo unico, ma si dimensiona
a secondo dei bisogni, delle situazioni e delle esigenze particolari di quel momento.
Lo spirito di servizio è un
atteggiamento interiore, non è tanto il fare alcune cose, ma il sentire che i
veri rapporti e le vere amicizie si costruiscono là dove c’è questa capacità di
uscire da se stessi e mettere la propria vita a servizio dei fratelli.
Tutti possono dare qualcosa, è questo
spirito che deve aleggiare entro la comunità, perché diventi elemento
importantissimo di evangelizzazione ; siamo in un mondo in cui non si fa niente
per niente, se qualcuno fa qualcosa che sembra gratuito subito si dice :”
Vedrai che poi dietro sicuramente c’è un secondo fine “.
La gratuità è qualcosa di totalmente
tabù, quando si vede nella comunità cristiana che si serve senza contropartite,
perché si crede seriamente al dono dell’amore, allora la gente dice :” allora
perché lo fanno ?? “.
Questa è la testimonianza di quei
quattro gatti che costituivano la comunità cristiana delle origini : “ Guarda
quelli come si vogliono bene, vedi come si aiutano, vedi come mettono in comune
i propri beni perché non ci siano più poveri. ”.
Quanto siamo lontani da questo.. ? ecco il servizio che diventa
esemplarità.
Dobbiamo dare buon esempio, altro tema
caduto in disuso, chi parla più di buon esempio??
Da giovani eravamo bombardati su
questo, si parlava di rispetto umano, tutte cose ormai uscite dal vocabolario
del pastoralese.
Il buon esempio lo dobbiamo dare in
questa particolare condizione, il diacono diventa sostenitore ed educatore
dello spirito di servizio per tutti, dai catechisti agli animatori della
liturgia , insieme al presbitero e in riferimento al vescovo.
E’ importante quanto si è detto ,
perché altrimenti non so se ci sia veramente la necessità di ordinare un
diacono che si occupi dei fidanzati : ci sono molte coppie di laici che lo
possono fare, perché allora, ordinare una persona per fare delle cose che
possono fare tutti ??.
Il diacono ha ricevuto dal vescovo che gli ha imposto le mani,
questo mandato : essere costruttore di Chiesa.
Questo è un compito importante sul
quale noi tutti dobbiamo meditare e su questo sarà giocato il futuro del nostro
diaconato, altrimenti rischiamo di ridurre il diaconato a una specie di
benedizione particolare per fare un certo lavoro, che si perde dentro i meandri
di un funzionalismo che non produce nessun frutto.
Nella profeticità della Chiesa si deve
vedere il diacono come un’artefice, allora acquista anche la sua vera dignità e
il suo vero volto di protagonista, ordinato per la chiesa.
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Tema
: Celebrazione
penitenziale
Conversazione del 05/08 pomeriggio
Questa meditazione vuole preparare il
nostro spirito ad una seria e profonda celebrazione del sacramento della
Penitenza. Vorrei ritornare un po’ sulle tematiche che abbiamo affrontato in
questi giorni, questa specie di esame di coscienza potrebbe essere focalizzato
su tre punti:
1°
il diacono come testimone del mistero
2°
il diacono come servitore della comunione
3°
il diacono come operatore della missione
Sono tre sfaccettature e i tre momenti
dell‘impegno del diacono.
**Primo punto: Testimone del mistero:
Siamo partiti nella nostra riflessione
con questa considerazione, che la vita interiore di ciascuno di noi,
soprattutto noi consacrati, deve essere tutta orientata ad entrare sempre più
in comunione con la Trinità.
Man mano che noi procediamo nella
nostra ascesi spirituale il mistero della Trinità diventa più trasparente, non
è un mistero insondabile e quindi impenetrabile, ma è anche un mistero che si
può rivelare come la fonte della nostra gioia e soprattutto della nostra
vocazione, dobbiamo lavorare sempre di più nella nostra ascesi interiore per
possedere in maniera sempre più forte e più potente questo amore che Dio
realizza nel rapporto tra le persone della S.S.Trinità.
Il Signore non è geloso di questa sua
circolazione di amore tra le persone, vuole che anche noi ne facciamo parte, e
diventiamo una quarta, una quinta, una ennesima persona della S.S.Trinità.
Anche noi siamo presi entro questo
vortice di amore, di relazione, di dialogo, di interconnessione tra il Padre,
il Figlio e lo Spirito Santo.
Questo deve essere l’obbiettivo della
nostra vita spirituale, questo avviene se noi scegliamo Gesù Cristo come la
chiave che apre questo arcano, è lui , e attraverso di lui che noi possiamo
scoprire la volontà del Padre nei nostri confronti, possiamo scoprire la forza
irresistibile dello S.S. Santo e possiamo più godere del mistero della sua
morte e risurrezione.
E’ in Cristo che si apre questa porta,
prima per così dire era chiusa, l’uomo dopo il peccato originale era affidato
al suo destino, nella antica alleanza c’era un rapporto con Dio, il popolo
Ebreo sapeva che Dio era il Padre protettore nella fedeltà della sua promessa
alla alleanza, ma questa visione trinitaria non era così presente e così
attuale, è Gesù Cristo che ci ha rivelato
che Dio è Padre e che nella forza dello S.Santo possiamo penetrare questo flusso di grazia.
E’ una cosa veramente strabiliante,
siamo creature fragili e deboli, diventiamo creature nuove quando partecipiamo
della stessa eternità di Dio, siamo immessi in questa nuova prospettiva che
cancella il peccato e la morte, allora il diacono come il presbitero e come
colui che ha scelto questa strada di consacrazione deve sempre di più penetrare
entro questo mistero.
Qui dobbiamo porci alcune domande,
come, per esempio:
A che punto è il mio itinerario entro
il mistero di Dio Trinitario ?
A che punto è il mio rapporto con il
Padre?
Quel Padre che un giorno mi ha fatto
balenare l’idea di diventare diacono, quel Padre che mi ha manifestato
segni evidenti della sua volontà .
Che
rapporto c’è tra me e G. Cristo, è veramente il mio ideale ? Lo ho scelto come
identificazione della mia vita ? Lui, che è evangelo, è veramente la
ispirazione fondamentale di tutto il mio essere, delle mie scelte, di tutto il
mio camminare per il mondo ?
Come mi comporto nel confronto con i
miei fratelli ?
Sono capace di rivelare ai miei
fratelli questo mistero? Perché non diventi io il fruitore di questo, ma possa aiutare gli altri
ad entrare in questo mistero trinitario ?
Come mi colloco in questa comunità ?
Nella mia Chiesa in particolare, per aiutare i fedeli e tutti i laici di tutte
le età e di tutte le condizioni sociali perché possano scoprire la santità di
Dio e viverla in questo rapporto con il Padre e il figlio ?
Spesso nei nostri cristiani c’è molta
confusione e va quindi spiegato questo mistero.
Tutte le volte che preghiamo, ci
rivolgiamo al Padre, ma lo facciamo per mezzo di G. Cristo ? tutte le preghiere
liturgiche finiscono con : “ Per Cristo nostro Signore che vive e regna nei
secoli dei secoli …”.
Il nostro compito è anche quello di
comunicare il nostro cammino spirituale, non lo possiamo tenere tra i denti,
chiuso egoisticamente per fruirne soltanto noi, ma la nostra ascesi spirituale
vuole diventare anche fonte di grazia per i nostri fratelli , affinché tutti
possano incrementare il loro cammino di santità.
Si sprecano, anche qui, molte
energie e molte potenzialità,
abbiamo intono a noi tante persone che potrebbero avviarsi ad una esperienza
spirituale più forte, ad una
santità più convinta, ma nessuno le aiuta e così rimangono ai piedi della
montagna.
Si accontentano così di qualche
formula, di qualche idea vaga, senza questo anelito forte; ecco necessitano di
un accompagnamento spirituale, quanto questo è importante, io credo che la
crisi delle vocazioni dipenda anche da questo.
Ci sono poche persone, anche pochi
preti, che si prendono cura di accompagnare con pazienza e con perseveranza,
soprattutto i giovani, nella crescita della loro dimensione interiore.
Le vocazioni non nascono così come i
funghi e non nascono neppure in terreni sofisticati, ma nascono là dove c’è
qualcuno che coglie i germi e li sa interpretare, e si fa accompagnatore
paziente e rispettoso.
L’accompagnamento è molto importante
anche nella vita matrimoniale, molti matrimoni vanno in crisi perché non c’è
nessuno che accompagni gli sposi nella loro esperienza quotidiana: cosi le
piccole cose si assommano divengono macigni e non si spostano più, diventando
motivo di incomprensione, di aggressività e di fallimento.
La nostra vita spirituale è il nostro
primo punto nel quale è importantissimo interrogarsi, come io cresco ?
Devo crescere per dare questa crescita agli altri, non posso
crescere solo io, ma devo crescere per diventare strumento nella mani di Dio
per portare altri nell’orizzonte del mistero Trinitario.
La comunità cristiana, se c’è qualcuno
che accompagna le persone in questa scoperta, diventa una comunità vera,
autentica, viva.
Le nostre comunità sono spesso
appiattite, pensano tutto alla prassi sacramentale ,che purtroppo perde la sua
risonanza e la sua significanza, perché i sacramenti non sono visti come tappe
di un cammino, ma sono collocati lì, così, uno accanto all’altro, senza una
logica che esprima un cammino che
ognuno deve compiere; la vita cristiana è un cammino, un itinerario, una salita
sulla montagna.
Andiamo a leggere, se non lo abbiamo
ancora mai fatto il grande
padre della vita spirituale che è
S. Giovanni della Croce, questa salita della montagna, certo qualche volta con
il fiatone, con la lingua fuori, che ci porta in alto verso la purificazione
dello spirito che lentamente si libera di tutte le scorie di tutti i fardelli,
per entrare nel mistero di Dio.
Quante persone avrebbero questo
desiderio, forse ancora impreciso, non del tutto chiaro, ma se c’è qualcuno che
le accompagna, che fa da guida, credo che questo sarà un grande servizio che
possiamo fare, questo rivelare il mistero di Dio.
Dobbiamo interrogarci su come tutto
questo avviene nella nostra vita, se è funzionale ad alcuni servizi da compiere
o se è soprattutto una collaborazione alla realizzazione della santità nel
popolo cristiano.
La santità è per tutti, o invece
abbiamo paura a pronunciare questa parola ?
Ci sembra troppo alta, troppo irraggiungibile ?
Stiamo veramente costruendo la nostra
santità ? Stiamo esprimendo quella
santità che abbiamo dentro e che abbiamo ricevuto con il battesimo ? Con la
cresima ? e Con l’ordinazione ? Che alimentiamo ogni giorno con l’eucaristia ?
Questo lo tengo per me o lo metto a
disposizione perché tutti , il più possibile , possano usufruire di questo mio cammino ,che io ho compiuto
o sto compiendo, che non è solo per me, ma per la Chiesa, ogni ministero è per la Chiesa.
**
Secondo punto: il diacono come servitore.
Come servitore della comunione abbiamo
parlato in lungo e in largo, abbiamo parlato della comunione.
Come noi siamo a sevizio della
comunione ?
La comunione nella Chiesa si fa
soprattutto su tre linee:
la prima è l’ascolto e la meditazione della Parola,
la seconda è la celebrazione dell’Eucarestia e di tutte le dimensioni
sacramentali della vita cristiana,
la terza è la condivisione nella Carità.
Sono i grandi filoni delle attività
parrocchiali, la catechesi, la liturgia e la carità.
Per servire la comunione non bisogna
fare chissà quali diavolerie, non dobbiamo inventarci chissà che’, ma dobbiamo
entrare sempre più in queste tre linee portanti della evangelizzazione:
il momento della parola, ascolto,
celebrazione dell’eucarestia, una Eucarestia celebrata serenamente,
gioiosamente ma anche efficacemente e poi la Carità soprattutto l’attenzione ai
più poveri ai più deboli, che non sono soltanto i più poveri socialmente ma
sono poveri spiritualmente.
Oggi ci sono delle povertà che sono più
drammatiche delle povertà tradizionali, chi ha perduto addirittura il lume
dell’intelletto, non sa più perché sta al mondo, non sa più come esprimere la
propria identità, quante persone sballano oggi, gli ambulatori degli
psicoanalisti sono pieni di persone che vanno a cercare il senso della vita.
Come io mi colloco di fronte alla
Parola ?
La parola di Dio è veramente il
nutrimento quotidiano della mia vita ?
La liturgia della ore come la
recito ?
Dobbiamo dirlo onestamente, io non ho
difficoltà a confessarlo, spesso la diciamo più per dovere che per nutrimento, perché siamo presi da
centomila cose.
Abbiamo questo dovere che non vogliamo
tralasciare, però spesso non abbiamo il tempo e la voglia di meditare
profondamente quella miniera che sono i Salmi.
La parola la dobbiamo avere sempre tra
le mani, è quella Parola che è affidata in modo specifico al diacono, non deve
solo meditare la Parola ma il diacono la deve proclamare, sbocconcellarla ai
fratelli ; la Chiesa affida ai diaconi La parola, è una cosa terribile questa,
non solo deve essere custodita, ma anche bagnata con il sudore della sua ascesi
personale.
Quando chiunque tiene una omelia,
immediatamente si capisce se quello che dice è frutto soltanto di qualche
lettura improvvisata o se è frutto di una ruminazione della Parola di Dio, la
Parola va ruminata, deve risuonare dentro in modo che diventi come un gorgoglio
delle nostre budella, che diventi un qualcosa che ci inquieta continuamente
dentro.
Domandiamoci: quella Parola di
Dio che posto ha nella mia vita ?
Quanto tempo dedico alla
meditazione
?
C’è uno spazio nella mia giornata
per ritrovarmi solo con questa parola che poi dovrò portare ai miei fratelli ?
Il nostro Dio è un Dio che parla non è
muto, è un Dio che provoca, pensate come spesso viene buttata via la Parola di
Dio nelle celebrazioni domenicali, la Parola è affidata a delle persone che se
la leggono addosso, non la hanno prima meditata, non la hanno maturata, la
leggono ma non la proclamano.
La Parola allora viene buttata, è vero
che questa è una scoperta recente, una volta si diceva che la messa era valida
da quando si scopriva il calice, tutta la parte della liturgia della parola era
una specie di aperitivo o antipasto che poteva non essere necessario.
Oggi dobbiamo dare centralità alla
parola:
Io diacono come custodisco la
parola?
Come la presento ai fratelli ?
Sento questa responsabilità di
fronte la Parola
? Per non banalizzarla per non personalizzarla per creare veramente
attraverso la parola spazi
autentici di comunicazione e di comunione .?
Siamo convocati dalla Parola , è la Parola
che ci fa diventare popolo è la Parola che ci fa diventare tutti figli dello
stesso Dio, che parla al suo popolo e attraverso la Parola lo tiene unito.
L’Eucaristia, questo pane spezzato, il
diacono,sappiamo bene, non può celebrare la messa ma sappiamo che il diacono è
il custode dell'Eucaristia, perché la può distribuire ai fedeli, perché se
celebra la Parola può anche concludere con la distribuzione dell’Eucaristia.
Non c’è soltanto la celebrazione
dell’Eucaristia, c’è anche la adorazione, mettersi davanti al tabernacolo e
parlare con il Signore che è lì presente, che mi aspetta per dirmi una parola
di conforto e di luce; ecco
l’Eucaristia come centro e viatico per il mio diaconato.
L’Eucaristia quotidianamente vissuta,
celebrata e mangiata, il Signore ha scelto questa strada , di farsi mangiare da
noi, per diventare una cosa sola con noi.
E’ attraverso l’Eucaristia che io devo
diventare eucaristia per farmi mangiare dagli altri, per la comunione, devo
spendermi eucaristicamente, per costruire spazi di vera e particolare
partecipazione.
Attraverso l’Eucaristia si costruisce
la comunione della Chiesa locale, e Chiesa diocesana, non per nulla nel canone
della preghiera eucaristica si cita il nome del vescovo, non è così per una
specie di onore che si dà, ma se io celebro l’Eucaristia, se io partecipo
all’Eucaristia partecipo perché in questa Chiesa c’è un Pastore che ha un nome
e un cognome e che è il garante della comunione, l’Eucaristia la celebro in
unione con lui.
Posso avere anche delle riserve sul suo
modo di essere o di vivere però è il pastore di questa mia Chiesa, sono stato
ordinato da lui e quindi celebro e partecipo con lui all’Eucaristia.
Questo è anche un grande compito del
diacono, di far capire che l’Eucaristia che si celebra nelle varie comunità ha
sempre come punto di riferimento l’Episcopo.
Mi pare sia importante che
ciascuno di noi si domandi : “ Io cosa sto facendo perché questa comunione sia
sempre più piena.?”
La comunione è un dono dello spirito, è
nella dimensione della Chiesa locale, non è così una specie di ammucchiata, io
devo poter discernere perché tutti si sentano integrati nella comunione, non si
può dire “ io sì , tu no “ .
Non si può escludere nessuno, certo ci
sono alcuni che per situazioni particolari non si possono nutrire di Eucaristia
però non possono essere messi al bando dalla comunione ecclesiale, devono
sentire che non si esclude nessuno, non sarà una comunione piena , ma la
comunione deve essere un cammino
che noi costruiamo.
Anche i movimenti, i gruppi le
associazioni come le vivo, come le integro, come le aiuto a vivere questa
comunione ?
Perché la Chiesa locale non sia come
una specie di prefettura o organo superiore, ma siano tutti membra di questa
unica Chiesa che ha nel vescovo il suo punto di riferimento.
**
Terzo punto: operatori della missione.
La Chiesa, diceva Paolo VII , non può
che essere missionaria; se la Chiesa non fosse missionaria è destinata a
morire.
C’è una missione ad Gentes, che va, a
portare il messaggio di Cristo a chi non lo ha mai conosciuto, nella terra di
missione.
C’è una missione da compiere anche tra
noi, ricordo, negli anni ’50 il
cardinale Souvre Arcivescovo di
Parigi pubblicava quella famosa lettera pastorale: “ La Francia paese di
missione ? “, c’era un punto interrogativo, era un punto interrogativo
pleonastico, oggi possiamo anche dire: “ L’Italia è paese di missione ? “.
C’è una dimensione missionaria da
recuperare, perché se le statistiche hanno un senso, i cattolici che vivono
nella realtà parrocchiale sono una piccola minoranza, c’è una diaspora che si
allarga sempre di più .
Che cosa faccio io per
coinvolgere il più possibile i cristiani più sensibili nella nuova
evangelizzazione?
Il Papa Giovanni Paolo II parla spesso
di nuova evangelizzazione, non è la ricerca di ricette inedite, ma è un
rilancio e un nuovo vigore da dare a questa dimensione permanete della Chiesa,
che è quella di evangelizzare e “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”.
Il mondo cambia più rapidamente di
quello che noi immaginiamo, cambiano i nostri interlocutori, la mentalità, i
costumi e noi rischiamo di essere dei comunicatori che non hanno il coraggio o
la forza di cambiare e di dare nuovo vigore e nuovo impulso alla
evangelizzazione.
La evangelizzazione così è qualcosa che
passa sopra la testa della gente senza incidere e lasciare traccia .
Cosa faccio io diacono per
infondere nella comunità a cui appartengo uno spirito autenticamente
missionario ?
Che cosa faccio per illuminare,
per incoraggiare la presenza dei laici ?
Il diacono deve essere colui che aiuta
i laici a diventare sempre più ministri del cammino di evangelizzazione, i
laici devono portare il Vangelo nella laicità della propria vita, nell’ambiente
dove vivono, nella famiglia, nel posto di lavoro, tra le amicizie e nelle responsabilità
sociali e politiche.
Che cosa faccio io per aiutare i
laici per cambiare la modalità del loro impegno ?
Nelle nostre parrocchie si cercano dei
collaboratori, dei cirenei, che possono in qualche modo assumersi dei compiti,
ma che non sono capaci a passare poi a una sollecitazione ministeriale.
Durante il penultimo sinodo dei
vescovi, molti vescovi dell’America Latina chiedevano, per esempio, che fosse
riconosciuto tra i ministeri istituiti, il ministero del catechista.
In molte parrocchie si da il mandato ai
catechisti, attenzione però a non svilire anche questo, perché il mandato è una
cosa molto impegnativa, è una vocazione, un servizio, una missione.
Il diacono deve sempre avere attenzione
a suscitare tra i laici una ministerialità autentica.
Pensiamo alla ministerialità degli
sposi, gli sposi devono amarsi come Cristo ama la Chiesa, G. Cristo ha elevato
a sacramento l’unione matrimoniale, proprio perché diventi ministero specifico
nella comunità dei credenti e nel mondo intero.
Che cosa faccio io perché i laici
nella realtà temporali diventino ministri. ?
Il diacono proprio perché sta a metà
tra clero e laicato può diventare come una cerniera perché la comunità possa
svolgere sempre di più questa ministerialità e lanciare le persone a vivere nel
mondo le loro responsabilità laicali.
Che cosa faccio io per operare attivamente nella missione
della Chiesa ?
Che cosa faccio io perché la
missione della Chiesa non sia solo uno slogan ma diventi veramente una scelta
di campo ?
Le nostre comunità parrocchiali da
erogatori di servizi possano diventare veramente luoghi ove si matura la
ministerialità e la missionarietà.
Questi sono i punti sui quali è
importante riflettere, non si tratta di individuare dei peccati gravi,
probabilmente non ci sono, se vogliamo celebrare in modo corretto il sacramento
della penitenza, si tratta di fare una revisione della propria vita.
Dobbiamo vedere se tutto il nostro
diaconato è vissuto su queste tre dimensioni, che sono quelle di rivelare il
mistero, di farlo trasparire dalla propria vita, e di essere servitore della
comunione entro la comunità.
Ci sono molte potenzialità che
potrebbero essere sviluppate, ma questi nostri falsi pudori non ci permettono
di essere propositivi e più provocatori verso tante persone, che potrebbero
dare di più e di meglio, per sviluppare una vocazione missionaria .
Questa penso possa diventare una
griglia per esaminarci ed eventualmente sottoporre la nostra vita alla
assoluzione sacramentale.
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Questa mattina vorrei continuare il
discorso che abbiamo introdotto ieri sera durante la conversazione, vale a dire
quella che è la fondazione teologica del diaconato; ritengo sia importante
riflettere su questo punto, anche se forse non abbiamo idee molto chiare, però
mi sembra utile riflettere sul diaconato nella comunione della Chiesa.
Se il diacono deve essere una presenza
che anima e catalizza in maniera istituzionale e sacramentale, bisogna che sia
chiaro il suo ruolo, la sua funzione, la su missione; perché l’esistenza del
diacono possa essere situata nella Chiesa in modo inconfondibile.
Questo è un lavoro che dobbiamo fare
tutti, ma che dovete fare anche voi diaconi, perché attraverso l’esperienza
diaconale, sempre di più si vada chiarendo qual’ è il quadro
teologico-istituzionale del diaconato.
Un primo problema è quello delle
candidature; se andiamo a leggere l’istituzione del diaconato così come è
descritto nel cap.6 degli " Atti degli Apostoli " vediamo che è la
comunità cristiana che sceglie; dice il testo: “in quei giorni mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un
malcontento tra gli Ellenisti verso gli Ebrei perché venivano trascurate le
loro vedove nella distribuzione quotidiana, allora i dodici convocarono il
gruppo dei discepoli e dissero loro:‘ non è giusto che noi trascuriamo la
Parola di Dio per il servizio delle mense, cercate dunque (non cerchiamo)
fratelli, tra di voi sette uomini di buon reputazione, pieni di spirito e di
saggezza, ai quali poi noi affideremo questo incarico, noi ci dedicheremo alla
preghiera e al servizio della Parola…’ li presentarono quindi agli apostoli, i
quali dopo aver pregato, imposero loro le mani”…
Questo è un aspetto importante da
tenere presente: le candidature al diaconato devono nascere dalla comunità e
nella comunità cristiana, non c’è posto per le autocandidature, anche chi si
sentisse chiamato al diaconato, per una specie di afflato interiore, ha bisogno
di fare una lunga e profonda esperienza della comunità.
La comunità cristiana è la garanzia
dell’autenticità della chiamata, ci deve essere una specie di vaglio abbastanza
preciso sui candidati che mettiamo in cammino, proprio perché siano espressione
della comunità cristiana.
Deve essere evidente, che attraverso la
ordinazione diaconale, questi nostri fratelli vengono chiamati ad un ruolo
specifico.
Bisogna andare a vagliare con molta
precisione quelle che sono le caratteristiche fondamentali del diacono, tenendo
presente anche quelle che sono le condizioni della sua famiglia e del suo
lavoro. C’è una serie di considerazioni che vanno fatte, perché le candidature
poi possano avere il loro successo e si avvii la realizzazione di questo
progetto.
È chiaro che è sempre difficile
coniugare insieme la Vocazione personale con la chiamata della comunità, sono
aspetti che si devono integrare vicendevolmente non basta dire “io mi sento
chiamato, ho maturato questa vocazione, ho sentito dentro questo richiamo,
questo invito e allora mi presento…”.
Bisogna che la vocazione sia vagliata e
sia autenticata dalla comunità, perché poi il diacono una volta ordinato è
chiamato a un ruolo che è sostanzialmente diverso da quello che prima svolgeva nella propria
comunità.
Le candidature dunque nascono dalla
comunità, nascono dalla Chiesa e vediamo come gli apostoli affidano l’incarico
alla comunità dei discepoli di individuare le persone.
Si fidano di questa individuazione, una
volta che sono stati individuati, gli apostoli pregano e poi impongono le mani.
Questo è un aspetto importante, perché
se non facciamo un vaglio serio sulle vocazioni diaconali rischiamo di
svalutare il diaconato.
Il diaconato non può essere una specie
di commenda data a chi ha dei meriti nella Chiesa, soltanto come gratificazione
di un servizio fedele.
Non è una onorificenza ma un servizio
da compiere, va valutato quindi lo spirito di servizio, lo spirito di
obbedienza, perché una volta che il vescovo ha imposto le mani su quel
candidato, quel candidato non è più padrone della sua vita, ma la mette nelle
mani del vescovo, rendendosi disponibile ad andare qua o là dove il vescovo lo invierà; questo vale
sia per i presbiteri sia per i diaconi.
Le candidature vanno vagliate
seriamente, ci deve essere questa disponibilità ad una obbedienza senza
riserve, la donazione del diaconato è una donazione totalizzante.
Chi è diacono da qualche tempo e ha
alle spalle una esperienza diaconale deve in qualche modo farsi carico della
individuazione di nuovi candidati, perché ci sia sempre di più questa
qualificazione dello spessore spirituale sopranaturale.
Al di là degli incarichi, che poi si
realizzeranno, al di là delle funzioni organizzative che il diacono poi dovrà
svolgere, occorre valutare soprattutto quella che è la dimensione interiore.
E’ qui, nella dimensione interiore, che
matura la vocazione particolare a questo tipo di servizio, a questo ministero,
ma bisogna che ci sia una chiamata e una individuazione di quelli che
potrebbero essere i futuri diaconi.
Ci sono tante persone che non ci
pensano, ma deve essere la comunità cristiana che deve avere l’occhio per
quello che potrebbe essere il futuro diacono, ci sono delle caratteristiche
della sua vita e della sua personalità che giocano a favore di questa
possibilità, ecco allora la proposta di fare un cammino, ecco allora la
rivelazione di una vocazione e poi la autenticazione attraverso la ordinazione.
Man mano si allarga la schiera dei
diaconi c’è bisogno di questa qualificazione, credo sia un punto importante,
perché non si possa poi dire che accedono al diaconato persone che non hanno
quelle doti fondamentali per un servizio di prim’ordine, che non sia poi di
gregariato.
Un secondo aspetto, che mi sembra
importante da considerare è la partecipazione del diacono attraverso la ordinazione a quelli che sono i “ tria
– numera “ di Cristo, il diacono partecipa direttamente alla missione
Sacerdotale, Profetica e Regale di Cristo.
I diversi gradi dell’ordine esprimono
l’unico sacerdozio di Cristo; i gradi possono essere considerati come gradi di
qualità e non di quantità, non è che il diacono riceva meno, il prete un po’ di
più e il vescovo ancora di più, ma tutti ricevono l’ordine sacro, perché unico
è il sacramento e diventano partecipi a pieno titolo del sacerdozio regale e
profetico di Cristo.
E’ importante fare una riflessione su
questi tre “ numera “ che costituiscono il fondamento sacramentale del
diaconato.
Il primo è quello Sacerdotale, cosa
vuol dire essere sacerdote ?
La “ La lumen Gentium “ e tutto il
concilio ha messo in evidenza il sacerdozio comune dei fedeli, cioè tutti i
fedeli partecipano al sacerdozio
di Cristo, chi è ordinato partecipa in modo ontologicamente diverso, però c'è
un sacramento che inserisce in
questo dato di partenza, è il battesimo.
Attraverso il battesimo noi siamo
partecipi del sacerdozio di Cristo, questo cosa vuol dire ?
Vuol dire che anche noi, attraverso il
battesimo diventiamo mediatori; Cristo celebra il suo sacerdozio soprattutto
sulla croce, perché in quel momento è innalzato tra cielo e terra e
ricongiunge tutte le vicende umane
alla eternità di Dio.
Chi riceve l’ordine diventa mediatore e
questa mediazione è un fatto che tocca la vita della persona consacrata, al di
là di quello che farà poi.
Tutta la mia vita, una volta che sono
ordinato diventa una vita sacerdotale, una vita che ritrova la sua funzione e
la sua identità nel sacerdozio di Cristo, partecipo in modo sacramentale a
questa mediazione, allora tutta la mia offerta, tutta la mia vita, tutti i miei
problemi, tutte le mie ansie , tutta la mia storia diventa strumento di
mediazione per la salvezza del mondo.
E’ molto importante che il diacono
sappia, che nel giorno in cui è ordinato, si prende sulle sue spalle i peccati
del mondo, come Cristo; tutto il suo sacrificio, tutta la sua ricerca, tutta la
sua inquietudine e tutto il suo cammino spirituale deve svolgersi secondo la
regola della mediazione.
Anche se il diacono non facesse nulla, sul piano dell’impegno
pastorale, già nella sua vita nel suo essere partecipa a questo sacerdozio di
Cristo, perché sulla sua carne vengono impressi i sigilli della redenzione.
Questo da’ alla vita spirituale del
diacono, del prete, del vescovo, una carica incredibile, perché io non posso
occuparmi solo di alcune cose da fare, ma devo realizzare tutto il mio essere e
tutta la mia consacrazione entro questa partecipazione sempre più viva alla
mediazione che Cristo celebra per salvare il mondo.
Ogni gesto che il diacono compie è un
gesto sacerdotale, perché in questo sacerdozio è intrisa tutta la sua vita,
questa partecipazione alla missione redentiva di Cristo, il diacono la realizza soprattutto nella modalità
della Carità.
Non si tratta di occuparsi dei poveri o
di occuparsi di alcuni aspetti della pastorale della Carità, ma si tratta di
assumere la diaconia, la mediazione di Cristo attraverso i segni della Carità.
Capite, che allora cambia la vita, il
diaconato non può essere visto soltanto come un incarico da svolgere, ma l'incarico
nasce e si sviluppa dentro a questa partecipazione sacerdotale al ministero
redentivo di Cristo.
Il diacono, come il presbitero, come il
vescovo prendono su di se i mali del mondo e offrono la propria vita, il
proprio ministero per la realizzazione del regno, con Cristo, in Cristo e per
Cristo.
Allora, qui non c’è di più o di meno,
c’è una modalità precisa, il diacono realizza la sua partecipazione, la sua
mediazione redentrice attraverso il carisma della carità, carisma tipico della
diaconia.
Il presbitero realizza questa sua
mediazione soprattutto nel momento in cui consacra il pane e il vino e assolve
i peccati.
Il vescovo, realizza questa sua
mediazione redentrice, guidando la comunità verso la unità e verso la pienezza
del regno, come pastore di un gregge.
Sono compiti diversi ma che hanno
l’unico spessore che è appunto la partecipazione piena e totale al sacerdozio
di Cristo, non c’è un più o un meno, ma dobbiamo tutti entrare con modalità
diverse e con carismi diversi entro questo grande mistero che è quello di
Cristo, che si offre vittima dei peccati del mondo.
Anche il diacono nel momento in cui
riceve l’ordinazione deve diventare vittima nella Chiesa e con la Chiesa per la
salvezza del mondo, esercitando il suo diaconato svilupperà sempre di più
questa dimensione sacerdotale.
C’è
poi la dimensione profetica.
Dobbiamo tutti essere profeti, anche
l’ultimo cristiano; tutti i battezzati in quanto partecipano al sacerdozio
comune di tutti i fedeli diventano profeti, ogni cristiano deve annunciare il
regno, deve testimoniare il regno nella sua vita, essere consapevole che la sua
appartenenza a Cristo non può esaurirsi nella sua dimensione individuale, ma
deve sfociare nella testimonianza credibile ed efficace là dove vive.
Per chi è ordinato, questa profezia
diventa ufficiale, cioè riceve un mandato specifico di profezia, di
profetizzare, come i profeti dell’antico testamento che ricevevano direttamente
da Dio un mandato, l’efficacia della loro profezia dipendeva da questo mandato,
questo mi sembra importante sottolinearlo.
Quando il diacono annuncia la Parola lo
fa da Diacono, cioè con un’autorità che ha ricevuto attraverso la imposizione delle mani, c’è una differenza
sostanziale tra l’annuncio della parola che fa il diacono e l’annuncio della Parola
che fa un semplice fedele.
La Parola è uguale, certo, la Parola di
per sé ha una valenza, una efficacia, una sacramentalità di per se stessa, ma
nel momento in cui il diacono la annuncia, la annuncia a nome della Chiesa,
essendo partecipe al ministero profetico di Cristo attraverso l’imposizione
delle mani.
Il diacono ha una responsabilità,
perché nel momento che annuncia la Parola lo fa per conto della Chiesa, deve
approfondire sempre di più la profezia della Parola.
Abbiamo molti gruppi biblici , scuola
della parola, centri di ascolto, molti laici sono bravissimi a fare questo, si
sono preparati attraverso le scuole di teologia per il laicato, abbiamo laici
molto bravi che sanno guidare dei gruppi, sanno interpretare la parola ma
quando lo fa il diacono è tutto diverso, perché partecipa a questo “numus” , a questo compito che la Chiesa
gli affida attraverso la imposizione delle mani.
L’efficacia della sua parola passa
attraverso la sua autorevolezza e soprattutto attraverso la sua autorità; il
laico commenta la parola , realizzando una sua autorevolezza personale, il
diacono invece lo fa con autorità perché è deputato ufficialmente e
istituzionalmente ad essere profeta della Chiesa di Dio.
E’ la profezia della Chiesa che passa
attraverso il ministero diaconale, non c’è nessuna differenza tra l’omelia che
fa il presbitero e quella che fa il diacono, perché, quando è investito di
proclamare la Parola, gli viene data l’autorità che viene dall’ordinazione.
Le persone devono accogliere questa sua
profezia attraverso questo mandato che si esprime nella Parola che annuncia e
che proclama.
La profezia non passa solamente
attraverso l’annuncio della Parola ma passa attraverso l’annuncio nel mondo di
ciò che il Signore ha rivelato, ecco quindi che il diacono si sposta
dall’annuncio della Parola entro la comunità al rapporto con il mondo, porta
nel mondo questa sua autorità.
Il diacono , quando annuncia la parola
con la sua vita , con il suo esempio, il suo lavoro, le sue relazioni sociali
costruisce veramente e autorevolmente
il regno di Dio in quel luogo.
I risultati possono essere diversi, ma
non si misura l’autorità dai risultati che si ottengono, altrimenti dobbiamo
chiudere bottega subito.
I risultati verranno, nella misura in
cui crediamo all’autorità della Parola, che passa attraverso la testimonianza
della nostra partecipazione al ministero regale di Cristo.
Questa è la carica spirituale che
dobbiamo mantenere, certo serve preparasi, conoscere bene i temi che andiamo ad
annunciare, è importante avere l’occhio sul mondo, per sapere quali sono le
urgenze che dobbiamo avere, per prevedere e far penetrare il vangelo nel cuore
dei nostri fratelli.
Quanto è importante sapere: che tutto
quello che noi facciamo sul piano della profezia, non nasce da noi, dalla nostra
preparazione, dalle nostre capacità intellettuali o dalla nostra simpatia, ma
nasce da questo ordine che abbiamo ricevuto e che ci ha abilitato a portare la
Parola ovunque si trovino spazi per annunciarla.
C’è
poi il ministero Regale:
Qui, mi pare importante rilevare che anche il diacono
presiede alla comunità, la presiede in modo diaconale, però la presiede e
quindi esercita la funzione di governo della Chiesa. Questo è importante,
perché il diacono è costituito proprio entro questa realtà gerarchica della
Chiesa.
Quando parliamo di gerarchia pensiamo
subito che ci sono dei generali , dei colonnelli e poi ci sono dei caporali,
allora il Diacono è una specie di sottotenente, poi c’è il prete che è un
colonnello mentre il vescovo un generale di corpo d’armata.
Non è questa la struttura gerarchica
della Chiesa, questa è una visione verticistica; la costituzione gerarchica
significa che ci sono funzioni diverse, che ci sono ruoli diversi di governo e
che nella varietà di queste funzioni di presidenza, si realizza l’unica
dimensione regale di Cristo.
Cristo regna attraverso il servizio,
attraverso la kenosis, l’umiliazione, attraverso lo spogliamento, non
attraverso i gradi sulle spalline.
Noi purtroppo abbiamo paludato i vari
gradi della gerarchia ecclesiastica,
allora più si va in alto più ci si paluda, questo è un atteggiamento un po’
ridicolo, fortunatamente oggi, sempre più cerchiamo di spogliarci di questi
fardelli, che sono un po’ barocchi e bizantini.
Dobbiamo recuperare questa
caratteristica fondamentale del diacono: il diacono partecipa alla funzione
regale di Cristo, quindi presiede ed è segno autorevole del regno, costruisce
il regno e lo diffonde in maniera propria e ufficiale.
Quando presiede non è che sostituisca
qualcuno ma presiede a pieno titolo, non presiede soltanto la celebrazione ma
anche quando guida la comunità; quando aiuta la comunità a crescere nella fede
il diacono diventa , in qualche modo, pastore di quella comunità, certo in
comunione con il presbitero, in comunione con il vescovo in questa varietà di
funzioni e di prerogative.
Quando presiede la Carità, soprattutto
questa, e tutte le espressioni della Carità, che sono le tipiche funzioni del diacono, la presiede a
nome della Chiesa con l'autorità della Chiesa, essendo partecipe di questa
autorità del Cristo.
Mi pare importante che si sappia che il
diacono non può vivere in pienezza il suo diaconato se non lo mette in
comunione con gli altri partecipi alla regalità di Cristo, vescovo e
presbiteri.
Il diacono non può avere una piccola
fetta di attività pastorale, questo lo possono fare anche i laici. Il diacono
deve presiedere, è chiamato a questa presidenza dalla comunità, non è
presidenza piena, non è una presidenza presbiterale del sacerdote che celebra e
consacra l'Eucaristia, ma è una presidenza vera e propria, esprime nella sua presidenza questa
partecipazione piena e totale alla regalità di Cristo.
Possiamo dire che il diacono è un uomo
di Chiesa, appartiene in maniera totale al ministero della Chiesa, è un uomo
per la Chiesa, dentro la Chiesa, entro la missionarietà della Chiesa e il
primato lo dobbiamo dare alla evangelizzazione.
Nasce qui un ultimo punto nel quale
vorrei fermare la vostra attenzione che è quello dei rapporti che si devono
creare all'interno della Chiesa.
Se il diacono è uomo di Chiesa e uomo
per la Chiesa, deve anche essere attento ai rapporti che si stabiliscono
all'interno della Chiesa, spesso questi rapporti sono conflittuali.
Questo è un punto abbastanza delicato
sul discorso del diaconato: prima di tutto i diaconi in una Chiesa locale
devono costituire una comunità, proprio per dare l'esempio che la collegialità
è una delle caratteristiche fondamentali della Chiesa.
I presbiteri fanno fatica a vivere in
maniera collegiale, parliamo dell' " Unum presbiterium " attorno al
vescovo; sappiamo quanto sia difficile questo, perché la formazione per secoli
è stata di tipo individualistico, quindi c'è una fatica a condividere, ciascuno
pensa al suo orticello, che cura con zelo e con dedizione, però fa fatica a
condividere con gli altri e sappiamo quanto sia difficile la compartecipazione,
la costruzione di unità pastorali e la vita in comune.
I diaconi hanno una grande profezia da
annunciare: far vedere che vivono insieme, crescono insieme, vivono
collegialmente come comunità diaconale insieme alle loro mogli e ai loro figli.
Credo sia importante far sentire che si
crede fermamente alla comunione, si sta insieme non soltanto per programmare
delle cose da fare, ma si sta insieme per la gioia di stare insieme, per la condivisione
del proprio carisma.
La collegialità non è tanto mettere
insieme le energie per lavorare meglio, ma è proprio il fare esperienza di
questa dimensione irrinunciabile che è la comunicazione della Carità.
Nella nostra diocesi, quando si
staglierà sempre più chiaramente la comunità dei diaconi, che vivono insieme,
che si aiutano, che si vogliono bene, che si ritrovano con gioia, avverrà che questo stile di vita ecclesiale
inesorabilmente diventerà contagioso, allora altri potranno vivere questa realtà.
Voi, diaconi, avete il dovere di
chiedere ai vostri vescovi di partecipare alla vita della vostra comunità,
perché questo aiuterà sicuramente anche i presbiteri ad accorgersi che non
possono sparpagliarsi così in piccoli
feudi, ma devono sempre più sentire che i problemi di uno sono i
problemi dell'altro.
Eravamo abituati ad una stabilità
eccessiva, ha certamente dei lati positivi, un parroco che sta per 50 anni
nella stessa parrocchia, conosce tutti, vita, morte, miracoli di tutti , ma di
fatto poi molto si sclerotizza, perché la novità fa fatica a riciclarsi.
I diaconi dovrebbero dimostrare anche
qui una grande disponibilità alla mobilità, a fare più esperienze; vedo con
terrore un diacono che fa il diacono per tutta la sua vita nella sua
parrocchia, questo è un limite forte, proprio questa profezia del regno ha
bisogno invece di dilatarsi nell'unica missione della Chiesa.
Quando si riceve l'ordinazione, bisogna
essere disponibili proprio a muoversi, ad andare la dove più urgente si
presenta il bisogno di evangelizzazione.
Lo stile della vita diaconale può
diventare veramente una specie di provocazione per una Chiesa che spesso
ristagna nelle sue pigrizie, in questa prospettiva la comunità diaconale può
diventare il motore che spinge; la restaurazione del diaconato nella Chiesa
possa essere una provvidenza
proprio per questo, perché diventi come una linfa nuova che smuove tutte
le sclerotizzazioni .
Credo ci sia una tensione da mantenere,
una funzione da rivendicare, ma non sulla linea del potere, ma sulla linea del
servizio, da realizzare nella Chiesa e con la Chiesa.
In questa prospettiva, se avremo della
candidature belle e valide, umanamente ricche e con un buon cammino di
preparazione e di studio, avremo una schiera di diaconi che possono diventare
veramente provvidenziali per il futuro delle nostre Chiese, che hanno bisogno di essere rinnovate
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Relazione del 6/08/2003 pomeriggio
Questa sera vorrei centrare la nostra riflessione tra il diaconato e il matrimonio , due
modalità di appartenenza a Cristo
per la comunione , perché credo che anche questo tema vada affrontato
sotto la prospettiva della comunione. Il matrimonio è il sacramento tipico
della comunione , un uomo e una donna che si incontrano , che si amano , e che
decidono di progredire in questa comunione per diventare un solo spirito e una
sola carne, per diventare una cosa sola; quindi la finalità del matrimonio è
questa comunione sempre più profonda tra uomo e donna che può diventare feconda nella generazione dei figli, per
aprirsi quindi a una nuova prospettiva di comunione tra genitori e figli.
Questa scelta per molti aspetti irreversibile, perché il Sacramento vive ed opera dentro questa
dimensione di indissolubilità .
L’indissolubilità non è soltanto un
fatto giuridico ma è un fatto
sacramentale perché nel momento in
cui due sposi celebrano il
sacramento del matrimonio e se lo celebrano come ministri Cristo entra dentro , quindi non si può
più estirpare, si può dichiarare nullo il matrimonio ma allora si può dire che non c’è mai stato, non si può sciogliere ciò che Dio ha unito.
Questa è la visione cristiana del
matrimonio perché il cammino di comunione è un cammino irreversibile , è un
cammino che gli sposi devono compiere ogni giorno perché l’amore di comunione
non è mai pienamente realizzato, anzi può avere degli alti e bassi, dei momenti più favorevoli e dei momenti meno
favorevoli ,ci possono essere momenti di incomprensione, di chiusura questa è la vita. Ci possono
essere alti e bassi, dei momenti
di particolare entusiasmo o dei momenti di particolare crisi ma gli sposi
proprio perché hanno Cristo, come
pietra angolare su cui è fondato il matrimonio devono continuare il loro
cammino noi dobbiamo aiutare gli sposi a vivere questo rapporto sempre con una
tensione verso una comunione più profonda.
Comunione che non sarà mai realizzata
pienamente perché , come sappiamo
la comunione vera e definitiva la avremo soltanto nella vita eterna.
La sponsalità è una categoria
spirituale fondamentale , non a caso la sacra scrittura ci presenta il rapporto
tra Dio e l’uomo , prima nell’antico testamento tra Dio e il popolo
eletto , come un rapporto sponsale .
Si potrebbero citare
molti passi , ma mi piace soprattutto citare il capitolo 16 del profeta Ezechiele dove ci sono delle pagine molto forti.
Dice il profeta “ Mi
fu rivolta la parola del Signore ,
figlio dell’uomo fa conoscere a Gerusalemme tutti i suoi abominii , dirai loro
–cosi’ dice il Signore Dio a Gerusalemme tu sei per origine e nascita del paese
dei Cananei tuo padre era Amorreo tua madre Ittita. Alla tua nascita ,quando
fosti partorita, non ti fu tagliato l’ombelico non fosti lavata con l’acqua per
purificarti; non ti fecero le frizioni di sale ne fosti avvolta in fasce. Occhio pietoso non si volse su di
te per farti una sola di queste cose e usarti compassione, ma come oggetto
ripugnante fosti gettata via in
piena campagna , il giorno della tua nascita .
Passai
vicino a te e ti vidi mentre ti dibattevi nel sangue e ti dissi : Vivi nel tuo
sangue e cresci come l’erba del
campo . Crescesti e ti facesti grande
e giungesti al fiore della giovinezza
: il tuo petto divenne fiorente ed
eri giunta ormai alla pubertà ; ma eri nuda e scoperta.
Passai
vicino a te e ti vidi ; ecco , la tua età era l’età dell’amore , io stesi il
lembo del mio mantello su di te e
coprii la tua nudità; giurai alleanza con te , dice il Signore Dio , e
divenisti mia..
Ti
lavai con acqua , ti ripulii del
sangue e ti unsi con olio ; ti vestii di ricami , ti calzai di pelle di tasso ,ti cinsi il capo di
bisso e ti ricoprii di seta ; ti adornai di gioielli : ti misi braccialetti ai
polsi e una collana al collo , misi al tuo naso un anello , orecchini agli
orecchi e una splendida corona sul
capo.
Cosi
fosti adorna d’oro e d’argento ; le tue vesti erano di bisso, di seta e ricami
; fior di farina e miele e
olio furono il tuo cibo;
diventasti sempre più bella e
giungesti ad essere regina. La tua fama si diffuse tra le genti per la tua
bellezza , che era perfetta, per la gloria che io avevo posto in te, parola del
Signore Dio.
Tu
però infatuata per la tua bellezza e approfittando della tua fama , ti sei
prostituita concedendo i tuoi
favori ad ogni passante .
Prendesti
i tuoi abiti per adornare a vari colori le alture su cui ti prostituivi .
Con
i tuoi splendidi gioielli d’oro e
d’argento , che io ti avevo dati , facesti immagini umane e te ne servisti per
peccare ;poi tu le adornasti con le tue vesti ricamate e davanti a quelle
immagini presentasti il mio olio e i miei profumi.
Il
pane che io ti avevo dato, il fior di farina, l’olio e il miele di cui ti
nutrivo ponesti davanti ad esse come offerta di soave odore. Oracolo del
signore Dio
Qui prosegue .. ecco la storia travagliata di Dio e il
suo popolo; questo popolo che è come la sposa raccattata per strada
nuda piena di sangue questa
sposa che viene accolta , viene
amata da Dio , viene rivestita
solennemente e sontuosamente ,
viene adornata di gioielli , e poi nel momento più tipico , più forte di questo
amore travolgente questa donna si prostituisce.
Si dona ad altri dei ed abbandona il Signore , il Dio di
Abramo, di Isacco , di Giacobbe.
Questa è la storia del popolo
Ebreo, questa è la storia
dell’antica alleanza che viene
tutta rivisitata proprio in questa
prospettiva .
Anche nel profeta Osea troviamo questo,
perché il matrimonio di Osea
con la prostituta è l’immagine di questo matrimonio che Dio a tutti i
costi vuol fare con il popolo,
questo popolo si prostituisce, tradisce la fedeltà di Dio, ma che Dio continua
ad amare .
La categoria della sponsalità è
presente in tutta la storia della
antica alleanza , questo Dio geloso che vuole per se questo popolo come uno sposo vuole per sé, ed esclusivamente
per se la sua sposa.
La categoria della sponsalità torna
anche nel nuovo testamento, tutti ricordiamo l’obiezione che i farisei e i pubblicani fanno ai discepoli di Gesù dicono :”
Come mai i discepoli di
Giovanni digiunano e i tuoi invece non digiunano ? “ e Gesù risponde : “ Come possono
digiunare quando lo sposo è con
loro ? “.
Troviamo anche nel vangelo di
Giovanni al cap 3 ,19 questo riferimento allo sposo sono le parole di Giovanni Battista : “Non sono io il Cristo , io sono mandato innanzi a lui , chi possiede la
sposa è lo sposo , ma l’amico
dello sposo che è presente e ascolta esulta di gioia alla voce dello sposo , ora questa mia
gioia è compiuta egli deve crescere io invece devo diminuire “.
Cristo è presentato come lo sposo , allora credo che questa
categoria della sponsalità è fondamentale per capire quale deve essere il nostro rapporto
con il Signore.
E’ uno sposalizio e tutto questo
diventa più evidente e più
significativo nel matrimonio
Cristiano.
Ecco che ritorna ancora una volta
questo tema della sponsalità, come tema pregnante di questa fedeltà che Dio ha
per tutti gli uomini.
Il matrimonio cristiano diventa come
l’icona di questo amore fedele e unico che Dio vuole avere con il suo popolo.
Gli sposi cristiani, che hanno
celebrato il loro matrimonio come sacramento, devono diventare come segno e
testimonianza di questa fedeltà di Cristo al popolo che ha redento con il suo
sangue.
Tra le letture che si fanno nel rito
del matrimonio c’è quella famosa parabola della casa costruita sulla roccia.
La casa costruita sulla sabbia crolla,
quella costruita sulla roccia resiste. Le case sono identiche, c’è voluta la
stessa fatica per costruirle, non si distinguono una dall’altra , ma c’è un
piccolo particolare : una è
costruita sulla sabbia e crolla e l’altra costruita sulla pietra , resiste.
Un'altra immagine torna spesso nel Vangelo, oltre allo sposo, Cristo è
presentato come la pietra angolare, la pietra scartata dai costruttori che è
diventata pietra d’angolo. Ecco dunque, Cristo è lo sposo, allora ogni cristiano deve in qualche
modo, nella sua vita, sposarsi con Cristo.
Gli sposi che celebrano il sacramento
del matrimonio, questo sposalizio tra il fedele cristiano e Cristo, lo rendono
evidente, palpabile, soprattutto nella fedeltà reciproca in questo cammino
continuo e progressivo di comunione.
Questa è la condizione per fare un
passo oltre; il diaconato si va ad inserire entro questa realtà, per il diacono
che è sposato. Parleremo anche del diacono celibe, che ha lo stesso itinerario,
perché anche il celibato è una scelta di Cristo sponsale.
Gli sposi, lo sposo soprattutto che
diventa diacono, ecco che va a collocare questo nuovo sacramento in questo
cammino, ma questa inserzione, questa irruzione del diaconato dentro il
matrimonio è un elemento di disturbo o un elemento di completamento?
Questo il grande tema del diacono
uxorato, del diacono sposato, che attinge dal diaconato un’energia per vivere
il suo matrimonio in comunione più profonda, più incisiva e viceversa attingere
dal suo matrimonio, dall’amore che vive nel matrimonio, una carica di amore per
servire meglio la Chiesa nel ministero Diaconale. Quindi matrimonio e diaconato
non come due realtà che camminano parallele e che si integrano ogni tanto ma
due realtà che vengono a costituire visibilmente un amore che coglie tutta l’esistenza umana.
Non
si può essere un po’ diaconi e un po’ mariti, questa specie di altalena tra due
astri che si guardano un po’ in cagnesco; ma bisogna sempre più integrare
questo cammino, che è un cammino di ascesi e di comunione, dentro queste due
realtà facendole diventare una cosa sola, senza alterità, senza altalena.
Nel
cammino di ascesa Diaconale, (è un cammino anche questo) uno deve costruire la
sua ascesi spirituale; è un cammino lungo e difficile da compiere, però in
questo cammino, che deve compiere per vivere il proprio diaconato in maniera
sempre più globale nella luce piena e totale di Cristo, porta dentro anche
tutto l’amore che vive nel suo matrimonio.
Viceversa
nel matrimonio, in questo cammino di ascesi matrimoniale porta dentro la carica
sacramentale che il diaconato gli offre.
C’è
questa specie di integrazione tra i due sacramenti che convivono entro la
stessa persona e non la spaccano in due, ma la ricompongono sempre di più in
questa prospettiva di donazione.
Ecco
lo sposo che si dona alla sposa, che dona la sua vita e il suo corpo alla sposa
si integra sempre di più nel dono che deve fare nell’esercizio del diaconato.
Il diacono ha questo elemento in più da
portare dentro per essere veramente a servizio della Chiesa, questa icona
dell’amore, che i coniugi devono realizzare sulla linea dalla sponsalità tra
Cristo e la sua Chiesa, con il diaconato assume una rilevanza del tutto
particolare, diventando una testimonianza forte e significativa nella vita
della Chiesa
Questo non vale solo per il diacono,
questo vale anche per sua moglie, non è facile essere la moglie di un diacono, (ecco
perché bisogna vagliare molto attentamente le candidature al diaconato) bisogna
che ci sia come condizione di partenza un matrimonio consolidato.
Consolidato anche, direi, nella
fertilità e nella fecondità, dove questo cammino di integrazione spirituale e
corporale è in atto in maniera forte, incisiva e convinta.
Allora il diaconato non porterà
scompiglio ma verrà a portare un contributo essenziale a questo cammino che
continuerà arricchito da questo servizio e da questi sacramento.
A sua volta il sacramento del diaconato
sarà arricchito da questo amore profondo, che è un cammino, e che entra come
ingrediente fondamentale ed irrinunciabile nella ascesi Diaconale. Credo che il
diacono sposato diventa veramente una icona del Cristo sposo.
Questo vincolo irreversibile che c’è
sia nel diaconato, sia nel matrimonio vanno a comporsi tutti e due entro questa
contemplazione in Cristo e attraverso Cristo, del Padre.
C’è un fatto vocazionale, due sposi che
si incontrano e si sposano realizzano una vocazione particolare
Ci sono infiniti uomini e infinite
donne in giro per il mondo, perché due e quei due si incontrano? si amano e si
sposano?
C’è un disegno di Dio sulla loro vita e
il loro cammino matrimoniale avrà come sostegno questa convinzione di essere
stati chiamati l’uno per l’altro nel disegno misterioso di Dio.
In questo grande disegno vocazionale
entra anche la vocazione diaconale, non come via traversa o come realtà
parallela, ma per dare alla vita matrimoniale un impulso nuovo.
Perché questo cammino di comunione sia
totale e coinvolga sempre di più le due persone entro l’immagine di Cristo, che
si deve stagliare sempre più chiaramente nella vita delle persone coinvolte, la
moglie del diacono deve condividere e accettare questo cammino e compierlo
assieme al marito nell’esercizio del diaconato.
La moglie non è abilitata a esercitare
in diaconato, può fare la casalinga, può lavorare, può dedicarsi ad iniziative
parrocchiali di ogni genere, questo è meno importante, è un fatto funzionale: è
importante però che senta, che percepisca e sappia che nel suo matrimonio, nel
suo legame col marito diacono, c’è un elemento nuovo, c’è come un cemento nuovo
che viene a portare dentro il matrimonio una linfa soprannaturale di gioia, di
speranza e quindi di eternità.
La moglie è la prima usufruttuaria di
questo immenso dono che è fatto al marito, quindi non può restare estranea,
come una spettatrice, che condivide, ma sta fuori a guardare e soltanto dare un
po’ di simpatia o accettazione o di partecipazione emotiva.
La moglie partecipa direttamente in
quanto è legata indissolubilmente e sacramentalmente al marito nel matrimonio,
partecipa vivamente a questo cammino e ne diventa elemento essenziale in questa
continua tensione verso la comunione, fatta di dialogo, fatta di scoperte, di
esperienze sempre nuove da condividere, da giocare sempre di più, proprio
perché il matrimonio si consolidi in maniera più forte e più reale e diventi
come la pietra su cui l’esercizio Diaconale si realizza.
Alcune
considerazioni che possono in qualche modo chiarire meglio questo discorso: il
diacono deve obbedire, promette obbedienza al Vescovo.
Questa
obbedienza non può prescindere dal suo matrimonio e non può obbedire da solo,
in questa obbedienza deve coinvolgere anche la moglie.
Qui si misura lo spessore del cammino
comunionale che esiste tra marito e moglie.
Se la moglie è unita indissolubilmente
al marito, se camminano insieme nel matrimonio verso la comunione sempre più
profonda, sarà anche lei ad obbedire, in maniera diversa, ma non in maniera
estranea o esterna ma dentro l’obbedienza del marito, condividendo questa
disponibilità, perché il marito possa cogliere liberamente il mandato che
riceverà dal Vescovo e dalla Chiesa.
È questo un momento molto difficile
perché questa disponibilità non si può improvvisare, bisogna averla già nella
storia del matrimonio, non si può chiedere soltanto il consenso alla moglie,
si, formalmente si chiede prima dell’ordinazione, lo si chiede quando c’è
l’ammissione al diaconato, ma non basta, questo è un fatto puramente giuridico,
disciplinare.
Come farà la moglie ad accettare
l’obbedienza del marito se già non vive nel matrimonio la sua obbedienza, la su
sottomissione?
Deve vivere la sua obbedienza in questo
rapporto di grande libertà.
Se gli sposi si obbediscono
reciprocamente e nel loro cammino matrimoniale si integrano sempre di più in
questa loro obbedienza l’uno per l’altra, allora l’obbedienza del diacono non
peserà, diventerà espressione ancora più forte e ancora più genuina di quella
obbedienza che gli sposi già vivono tra di loro.
Ecco che l’obbedienza del diacono
diventerà grande gioia per tutti, perché sarà come una forma di liberazione da
tutte le scorie che spesso, purtroppo, entro il matrimonio vanno a
concentrarsi; questa libertà, questa obbedienza che diventa l’espressione più
significativa della vera povertà.
La povertà non è un fatto economico, ma
la povertà vera, quella delle beatitudini è la povertà dello spirito, è la
povertà di chi sente che il vincolo matrimoniale è la cosa più importante da
salvare e le condizioni concrete, storiche, pratiche contano poco di fronte a
questa obbedienza, che non è obbedienza soltanto al Vescovo ma è obbedienza a
Dio.
Proprio Dio, possa attraverso
l’obbedienza del diacono e della sua sposa, realizzare sempre più fortemente
questo vincolo sponsale tra Cristo e la Chiesa.
L’obbedienza diventa espressione della
sponsalità che è condivisa dagli sposi e viene sempre più realizzata entro il
servizio Diaconale.
Non basta dire di “si” una volta,
bisogna dire di “si” ogni giorno; l’obbedienza non è il fatto di una volta è un
fatto che deve essere ricucito, riconfermato, rilanciato ogni giorno di più, è
dentro il matrimonio, dentro il dialogo che esiste tra gli sposi che questa
obbedienza con il consenso e con il contributo e la dedizione della moglie
diventa una virtù e non una sottomissione.
Questo è un aspetto importante da
considerare: tutti dobbiamo obbedire, la nostra vita non è patrimonio
intoccabile, Dio ci conduce dove vuole Lui e noi dobbiamo scoprire dovunque ci
conduca, la sua volontà, il suo amore e la sua fedeltà.
Anche gli sposi, allora, scopriranno
attraverso l’obbedienza del diacono che la loro vita è nelle mani di Dio e così
potranno scoprire in modo più intenso il loro rapporto coniugale; in questo
rapporto coniugale scopriranno che c’è presenza di Dio, è il momento in cui Dio
forse ci tocca con mano e la presenza di Cristo, pietra angolare, la si sente
come punto sostanziale di certificazione e di concretizzazione del proprio
matrimonio.
L’obbedienza diventa cemento che aiuta
gli sposi a continuare il loro cammino e anche attraverso l’obbedienza della
moglie si realizza il regno di
Dio.
Questo tema dell’obbedienza e della
povertà coniugato insieme, credo sia fondamentale, perché allora tutta la
famiglia, anche i figli, per quanto possono potranno condividere questa realtà,
non sentiranno il padre diacono come qualcosa di estraneo alla loro vita e
capiranno che l’obbedienza va vissuta in tutta la famiglia, questo vale per
tutte le famiglie, ma a maggior ragione vale e si esprime in maniera
significativa nella vita familiare dove il padre e il marito è diacono.
Un secondo aspetto importante è il
servizio, ne abbiamo parlato più volte, ogni vocazione nella Chiesa e ogni
ministero è per il servizio della comunità, il diacono si deve educate al
servizio, anche questo non si improvvisa.
Ci può essere un momento di particolare
generosità, di particolare esaltazione in cui uno serve più sull’onda delle sue
emozioni che riferendosi alle proprie convinzioni, ma il diacono potrà servire
se dentro il suo matrimonio “serve”, e il servizio è sua categoria quotidiana.
È importante, prima di accettare la
candidatura di un diacono sposato, andare a vedere se questo spirito di
servizio è già presente dentro la famiglia; è una delle condizioni fondamentali
della riuscita di quel matrimonio.
Lo spirito di servizio è dono, è
gratuità e potrà esprimersi anche in maniera molto tranquilla nell’esercizio
del diaconato, perché non verrà a disturbare.
Se gli sposi non si servono e non
concepiscono la vita matrimoniale come servizio uno all’altra, allora il
servizio diaconale rischia di essere una specie di ostacolo, una specie di
intromissione, di intrusione e può portare qualche scompiglio nell’armonia che
esiste tra gli sposi.
Questa categoria del servizio è essenziale, ecco perché
dobbiamo insistere con i fidanzati e con le persone che li accompagnano nei
primi anni di matrimonio a questo dono reciproco nel nome di Cristo.
Pensate soltanto a come, purtroppo oggi, la sessualità è
vissuta come consumo e non come dono, perché questa è la cultura che
respiriamo; la sessualità soltanto come godimento, come fruizione della propria
genitalità e poi è chiaro che in questa prospettiva è sempre più difficile che
gli sposi si mettano a servizio dell’uno per l’altra, al dono reciproco anche
nell’unione corporale.
Se gli sposi cercano soltanto il piacere, non sono pronti
per ricevere il diaconato, perché manca questo substrato fondamentale della
cultura del servizio, che è una delle condizioni fondamentali per poter servire
poi la Chiesa senza sussulti e senza prese di distanza.
Se non c’è questo spirito di servizio che ormai è acquisito
entro l’unione matrimoniale e soprattutto tra genitori e figli, se non c’è
questo servizio che ruota attorno ai personaggi che compongono la famiglia, il
diaconato resterà qualcosa di esterno, molto improprio e a lungo andare rischia
di compromettere in maniera forte l’armonia e il cammino di comunione che gli
sposi devono realizzare dentro il matrimonio.
Questo cammino di comunione rischia di andare per un’altra
strada e lasciare per una via antitetica il servizio diaconale.
Il diacono si deve educare al servizio, c’è un’educazione
che dobbiamo fare al servizio, al servizio sempre gratuito e incondizionato
nella mobilità che è richiesta dalle urgenze pastorali della Chiesa.
Il diacono deve essere sempre a disposizione e la moglie lo
seguirà in maniera molto serena, molto gioiosa, molto produttiva se già nel
matrimonio vige questo clima di servizio reciproco.
Un terzo
elemento è quello della preghiera.
Il diacono deve pregare, se non prega, non regge nel suo
servizio diaconale, questa preghiera non è soltanto una recita di formule ma è
lo spirito di preghiera che deve animare il diacono.
Il diacono deve essere educatore a sua volta della
preghiera del popolo di Dio; deve essere colui che guida, che educa e che
orienta la preghiera della comunità cristiana, questo è un compito tipico del
diacono.
Come fare a diventare uomo di preghiera se nella sua famiglia,
se con la moglie non è abituato pregare insieme, a coinvolgersi uno con l’altra
in questo spirito di contemplazione della Parola?
Quanto è bello che i diaconi con le loro mogli celebrino la
liturgia delle ore, perché questo affina lo Spirito e rende più partecipe la
moglie a questo cammino di preghiera.
Molto spesso nelle nostre coppie ci sono disparità di
sensibilità religiosa, è sempre più comune che tra marito e moglie non ci siano
gli stessi livelli di partecipazione, perché siamo in una situazione sempre più
articolate.
Avrei qualche difficoltà ad ordinare un diacono che non è
stato assuefatto a questa preghiera condivisa con la moglie ed eventualmente
con i figli.
Questo vuol dire che non sono abituati ad abitare nel
mistero di Cristo, nel mistero della contemplazione della parola, allora prima
di essere ordinati, questi diaconi, devono fare un lungo apprendistato di
preghiera famigliare, preghiera coniugale; perché è la preghiera che affina,
che rende più disponibili i cuori a questo incontro con il Signore.
Questi momenti di silenzio e di integrazione nella
preghiera fatta insieme, sono una grande scoperta che aiuta da una parte il
cammino matrimoniale e dall’altra il cammino diaconale.
La moglie può diventare partecipe anche di questa educazione
che il diacono deve fare alla preghiera nella comunità cristiana; lo può
accompagnare anche se sta a casa, ma lo accompagna spiritualmente in questo
compito così difficile di annunciare la Parola, la moglie non può essere
digiuna della Parola di Dio, e lasciare che lo faccia il marito diacono.
Bisogna che i due si affinino insieme in questa preghiera
che diventa contemplazione e abitazione dello Spirito nella luce di questo dono
che è la Parola che hanno ascoltato, meditato e che hanno ruminato insieme come
coppia, per essere poi espressione viva dell’amore che Cristo ha per la sua
Chiesa.
Ultimo punto, lo vorrei dedicare alla valorizzazione della
donna.
La moglie del diacono può, nella Chiesa, giocare un grande
ruolo per rivalutare la donna nella Chiesa.
La Chiesa per molti aspetti è ancora misogena e
maschilista, bisogna far spazio alla donna, non perché debba rivendicare una
specie di femminismo, ma perché la donna deve avere un ruolo importante e
fondamentale nella vita della Chiesa.
Spazi per la donna sono fortunatamente aumentati: abbiamo
donne catechiste, abbiamo donne che proclamano la Parola durante la liturgia,
però non abbiamo ottenuto che si possa dare il lettorato anche alle donne.
Le donne leggono la Parola durante l’eucarestia, pronunciano
le parole di Dio, spesso guidano gruppi biblici di approfondimento della
scrittura, però di fatto rimangono al margine di quella che è la ministerialità
ufficiale della Chiesa.
Questo lo dico così sottovoce, non vorrei essere additato
come un disturbatore, però ritengo che la donna e la moglie del diacono possano
veramente giocare nella Chiesa un ruolo importante, non per mettersi in mostra
o per dire: “Be sono la moglie del
diacono, devo avere un mio spazio, me lo devono dare perché partecipo alla dignità del principe
consorte”.
Credo che la moglie del diacono possa aiutare le donne
nella comunità cristiana a scoprire soprattutto per le donne sposate, che nel
matrimonio c’è una dimensione fondamentale di estroversione verso la comunità
cristiana.
La promozione del carisma femminile credo sia importante,
la moglie del diacono può veramente aiutare il marito diacono in questa
promozione di una femminilità nella Chiesa che è tutta da guadagnare ed è tutta
forse da scoprire.
Adesso se mi concedete vorrei parlare del diacono celibe;
anche questo è un diacono a tutti gli effetti, non dobbiamo privilegiare
soltanto i diaconi sposati.
C’è una cosa molto importante da dire: prima del diaconato
ci deve essere la scelta celibataria.
Il celibato non è una conseguenza del diaconato ma è una
prerogativa, è una condizione preliminare per il diaconato, questo vale anche
per il presbiterato.
Molte volte si fa confusione in questo, si dice che il
celibato è imposto dal sacerdozio e dalla ordinazione presbiterale, uno riceve
l’ordinazione presbiterale e allora deve necessariamente accettare il celibato.
La Chiesa ha deciso, per ora, di dare il presbiterato ai
celibi, però la scelta celibataria deve venire prima; nella chiesa Ortodossa
per esempio, che ammette anche presbiteri sposati, la scelta di vita deve
venire anche qui prima, o uno sceglie il celibato o uno si sposa e poi riceve
il presbiterato, ricevuto il presbiterato da celibe non può più sposarsi.
Lo stato di vita è primario, il diacono celibe deve essere
aiutato, prima di ricevere il diaconato, a fare la scelta celibataria, questa
scelta deve essere veramente una consacrazione a Cristo Sposo nel celibato;
anche il celibato deve essere fecondo come il matrimonio.
C’è la rinuncia all’esercizio della propria sessualità, ma
questo non significa una specie di esclusione, ma significa dare il dono della
totalità della propria vita, del proprio essere, della propria affettività e
della propria sessualità per il regno di Dio.
Sono gli eunuchi per il regno di Dio.
Oggi il mondo questo lo capisce poco, ma questo è
importante per la scelta celibataria, allora non si può ordinare dei diaconi
che sono un po’ degli zitelloni che arrivano a 30/40 anni e non anno ancora
deciso lo stile della propria vita e così approdano al diaconato per risolvere
il loro problema affettivo o il loro problema di stato di vita.
Questa situazione la ritengo un po’ pericolosa, perché
significa poi, non aver chiara questa distinzione fondamentale tra scelta
celibataria, scelta di consacrazione nella verginità ed esercizio del
diaconato.
Credo che questa scelta previa, deve essere sostenuta ed
aiutata, ci deve essere prima di tutto una consacrazione nella vita
celibataria, ci deve essere una scelta precisa di un dono che è quello dei
consigli evangelici, di castità, di obbedienza e di povertà.
Dentro a questa scelta precisa di rinuncia per il regno dei
cieli allora c’è la condizione indispensabile per ricevere il diaconato,
altrimenti si vive in una specie di compromesso che non produce grandi frutti.
Tra i diaconi celibi ci sono i diaconi vedovi, questo è un
altro grosso problema, per esempio, ho un diacono giovane che ha perso la
moglie tragicamente e si trova improvvisamente, senza volerlo, in una
condizione celibataria.
Lo stiamo aiutando a vivere questa nuova condizione, che
non era voluta, ma voi capite molto bene,
per un giovane non è semplice rinunciare alla propria sessualità.
Questi casi però si possono moltiplicare, così possono
moltiplicare i casi di diaconi che sono costretti a separarsi per vari motivi,
ci sono già in Italia molti e purtroppo per ragioni varie arrivano a questa
decisione di dividersi.
Non si può tenere qui un discorso di colpe o di
responsabilità, prendiamo atto però, anche questi diaconi se vogliono
esercitare il diaconato, che avevano ricevuto prima, devono in qualche
modo vivere il celibato.
Bisogna che noi gli aiutiamo con grande spirito di carità,
perché è uno stato non scelto ma subito, tutte le cose subite non sempre sono
piacevoli; quindi credo che in questo capitolo del diacono celibe vanno anche
considerati quei celibi non per la scelta del regno ma per delle condizioni non
volute, che la vita purtroppo può riservare.
Non dobbiamo scandalizzarci di questo, certo un matrimonio
fallito è sempre una sconfitta, però ciascuno poi questa sconfitta la vive come
può, come meglio la giudica, ma non deve essere una sconfitta che compromette
in maniera irreparabile anche l’esercizio del diaconato.
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Relazione
del 07/08 mattino
Quando facevamo gli esercizi spirituali
nei tempi passati, l’ultima predica era quella dei ricordi e questi ricordi li
vorrei affidare alla parola di S.
Paolo; prendo come testo la seconda lettera a Timoteo.
Come sappiamo Timoteo è un discepolo prediletto di Paolo, nel quale ha riposto tutte le sue
speranze, Timoteo ha condiviso molto profondamente il mistero di Paolo.
In questa lettera, molto forte, densa
di affetto, dedizione, di stima, c’è un po’ la sintesi di tutto quello che
abbiamo detto in questi giorni sul diaconato, prendo come spunto dal cap. 2 al
cap. 4.
“Tu
dunque, figlio mio, attingi sempre forza nella grazia che è in Cristo Gesù e le
cose che hai udito da me in presenza di molti testimoni, trasmettile a persone
fidate, le quali siano in grado di ammaestrare a loro volta anche altri.
Insieme
con me prendi anche tu la tua parte di sofferenze, come un buon soldato di
Cristo Gesù. …….. Cerca di comprendere
ciò che voglio dire; il Signore certamente ti darà intelligenza per ogni cosa.
Ricordati
che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il
mio vangelo, a causa del quale io soffro fino a portare le catene come un
malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata ! Perciò sopporto ogni cosa
per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù,
…………. Sforzati di presentarti davanti a Dio, come un uomo degno di
approvazione, un lavoratore che non ha di che vergognarsi, uno scrupoloso
dispensatore della parola della verità.
Evita
le chiacchiere profane , perché esse tendono a far crescere sempre più nella
empietà…………
Fuggi
le passioni giovanili; cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace insieme
a quelli che invocano il signore con cuore puro. ……. …
Annunzia la Parola , insisti in ogni occasione opportuna e non
opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina.
Verrà giorno, infatti, in cui non si
sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli
uomini si circonderanno di maestri secondo la proprie voglie, rifiutando di
dare ascolto alla verità per volgersi alle favole.
Tu però vigila attentamente, sappi
sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del vangelo,
adempi al tuo ministero “.
E’ la fotografia di quello che è il
contesto nel quale noi operiamo, molti vanno a cercare (non tutti) maestri che
possono in qualche modo giustificare le voglie, gli istinti, le passioni,
questo libertinaggio e rifiutano di dare ascolto alla verità per lasciarsi
imbrogliare dalle favole.
Ci potranno essere situazioni più
favorevoli o meno favorevoli, però, di fatto, questa è la situazione nella
quale noi dobbiamo operare.
Prima di tutto, mi pare, ci sia bisogno
di leggere i segni dei tempi, qualche volta ci capita di predisporre dei
programmi pastorali che rispondono più al nostro modo di sentire e di vedere,
ma non hanno il vaglio di questa osservazione delle situazioni in cui viviamo;
poi diamo la colpa agli altri, perché non ascoltano, perché non accettano,
perché non si convertano e invece, forse, siamo noi che non siamo capaci di
avere uno sguardo sereno e penetrante per cogliere i bisogni del mondo.
Oggi ci sono, purtroppo, molti messaggi
catastrofici, qualche volta si mettono in bocca alla Madonna o a Gesù Cristo,
in visioni un po’ strane, parole di condanna e di distruzione come se il mondo
dovesse andare verso la rovina.
Qualche volta anche noi siamo portati
ad essere un po’ catastrofisti, a vedere tutto il male che c’è, sicuramente, e
a sottovalutare tutto il bene che esiste, che non fa rumore, ma che di fatto
parte dal cuore di un uomo che va cercando un senso da dare alla vita.
Invece di fermarci a queste prime
diagnosi, un po’ sommarie, dove vediamo tutto scuro, tutto nero e vediamo il
futuro della Chiesa addirittura in bilico, dobbiamo, come Paolo scrive a
Timoteo, rivedere il nostro assetto pastorale, vedere come operiamo per portare
il Vangelo alla gente di oggi.
Ecco alcune considerazioni che fa
Paolo: “Attingi sempre forza nella grazia
che è in Cristo Gesù”.
Questa è una prima condizione
fondamentale: attingere.
Ecco la grazia che scaturisce da
Cristo, è come una fontana che butta continuamente acqua fresca, noi possiamo
attingere come e quanto vogliamo.
Questa è una cosa straordinaria, Dio
non fa economia, non c’è razionamento d’acqua, non c’è razionamento di grazia,
noi possiamo attingere sempre forza nella grazia che è in Cristo Gesù.
Questo è un primo punto, un primo
proposito che vogliamo portare a casa dopo questi esercizi spirituali,
attingere sempre la forza nella grazia che è in Cristo Gesù.
È lui la fonte della Comunione, è lui
che ci permette di capovolgere il quadro di riferimento della nostra vita, per
scoprire quanto bisogno c’è di Dio nel mondo di oggi, quanto bisogno c’è di
valori spirituali e morali e quanto gli uomini, più di quanto noi immaginiamo,
cercano un senso e un sapore nuove da dare alla vita.
Non dobbiamo attingere così con un
recipiente troppo angusto, dobbiamo attingere a piene mani, perché tanto ce n’
è sempre di grazia, non si esaurisce mai.
Abbiamo cominciato questi nostri
esercizi con l’invocazione, con l’anelito, con il desiderio di penetrare sempre
di più nel mistero Trinitario, e non tiriamoci indietro, non accontentiamoci
mai di quello che abbiamo raggiunto, fino a quando c’è un respiro di vita si
deve sempre di più incrementare lo spessore della nostra vita spirituale.
Qualche volta pensiamo di fare da soli,
ci riteniamo tanto bravi e tanto intelligenti da non aver bisogno di nessuno,
così con qualche benedizione da parte di Dio, invece quanto importante è
attingere, perché se non attingiamo
forza e coraggio dalla grazia che Gesù ci dona la nostra vita va in
frantumi.
Ecco la preghiera, ecco il colloquio
silenzioso, l’ascolto della Parola, l’incrementare sempre di più la nostra vita
spirituale, perché come dice S. Paolo la Parola di Dio non è incatenata.
Nessuno può monopolizzare la Parola,
nessuno la può ingabbiare, questa
Parola è sempre là e noi possiamo buttare dentro la testa in questo tesoro
infinito di grazia che Dio ci rivela, possiamo andare dentro a capofitto,
questo tesoro che non è più sigillato perché l’agnello, secondo al visione
dell’apocalisse, ha rotto i sigilli e possiamo liberamente attingere.
In questo grande tesoro di grazia
possiamo riempirci di questo amore infinito, di questa comunione che sgorga dal cuore trafitto di Cristo
e dall’amore infinito del Padre.
Portare il vangelo alla gente di oggi;
questo è un proposito che mi sembra importante possiamo portare via da questi
esercizi spirituali.
Com’è giusto fare, cercate di
incrementare sempre di più la vita spirituale e non bisogna mai accontentarsi
di quello che si ha, non si può vivere di rendita, bisogna continuamente
ripartire da capo, per salire questa montagna bisogna rompere gli indugi.
Dice Paolo :” Cerca di comprendere ciò che voglio dire, il Signore ti darà
certamente intelligenza per ogni cosa
“.
Questa grazia , questa inserzione entro
il mistero di Dio ci darà sufficiente intelligenza per capire, giudicare la
situazione nella quale viviamo, senza prendere le distanze e senza giudizi
sommari e preconcetti.
Questa intelligenza è la sapienza di
chi vive esclusivamente per il Signore.
Continua Paolo : “ Ricordati che Gesù Cristo è risuscitato dai morti, secondo il mio
Vangelo “.
Abbiamo una garanzia ancora più forte:
Cristo è risorto, ha vinto il mondo, questa è la vittoria che vince il mondo:
la nostra fede.
Più avremo fede e più avremo coraggio
di affrontare le situazioni difficili che incontriamo ogni giorno e che
sembrano sempre più impermeabili alla parola del Signore.
Cristo è risorto, ha già pagato il
prezzo, quindi noi possiamo essere rivestiti dell’uomo nuovo, possiamo portare
la rivoluzione del Vangelo nel mondo in cui viviamo, e portare questa spinta
rivoluzionaria del Vangelo, che noi dobbiamo condividere.
Questo significa penetrare nel mistero
di Dio, e per capire che l’amore di Dio è un’ amore travolgente come una specie di alluvione, non si può
fermare.
Se noi diventiamo i canali attraverso i
quali questo flusso, questa irruzione di grazia passa senza ostacoli, si arriverà sicuramente a produrre dei
frutti e il mondo si salverà.
Lasciamo da parte tutti i
catastrofismi, le visioni apocalittiche, le previsioni di castighi
irrefutabili; Dio ama il mondo, lo ama follemente, ha dato suo figlio per
salvarlo, non lo può abbandonare a sé stesso, alla sua rovina.
Noi siamo dentro a questo flusso di
Grazia, dobbiamo penetrare il mistero per essere totalmente imbevuti di questa
Grazia per poterla poi trasmettere.
Paolo dice :” Trasmetti tutto quello che hai udito da me a persone fidate in modo
che a loro volta potranno trasmettere….”
La fede si trasmette per generazioni,
il grande pericolo che oggi tutti vediamo è che questa trasmissione di
generazione in generazione, man mano che andiamo avanti, si spappola , si
frantuma.
Siamo veramente preoccupati di come
trasmettere la fede alle nuove generazioni, tutti siamo in qualche modo
impotenti di fronte a questo mondo di adolescenti e di giovani che non ne
vogliono più sapere di Gesù Cristo. Come passerà la fede nella generazione
successiva se a questa Gesù Cristo non interessa nulla.?
Una volta la fede passava attraverso le
tradizioni, attraverso una cultura più statica, attraverso famiglie patriarcali
e attraverso una naturale ripercussione dei valori cristiani.
Oggi il mondo non è più intriso di
Cristianesimo, non viviamo più in uno stato di cristianità, c’è allora il
bisogno di avere più Grazia, più forza, più intelligenza per trasmettere questo
bagaglio a chi verrà dopo di noi.
Questa è una preoccupazione
fondamentale; dicevo i giorni scorsi, che tutto quello che noi guadagniamo
nella nostra crescita spirituale, non possiamo immagazzinarlo per noi, lo
dobbiamo rispendere, ributtare, con il rischio di perderlo, ma bisogna perdersi
per il Vangelo.
Qui si misura veramente l’amore che
abbiamo per i fratelli, Paolo in più lettere parla del suo amore per quelle
comunità di Corinto, di Efeso, di Tessalonica, di Filippi.
Paolo continua : “ Ho accolto tutte le sofferenze possibili, sono in catene, sono
trattato come un malfattore, ma la parola, nonostante le mie prove e le mie
difficoltà, la Parola di Dio non è incatenata …. “
Bisogna trasmettere con vigore, con
coraggio, con perseveranza: ecco l’annuncio, ecco il primato della
evangelizzazione che dobbiamo assumere tutti, ma con amore. Se non amiamo
questi nostri fratelli, soprattutto i più diseredati, i più lontani, i più
malfattori e ci chiudiamo soltanto ai buoni il Vangelo non passerà mai, perché
spesso i buoni fanno da filtro, pretendono sempre di più di essere rimpinzati
di Grazia per la loro salvezza personale a scapito degli altri.
Noi corriamo il rischio di non saziare
questa fame, che altri hanno, perché ci fermiamo al nostro piccolo gregge di
buoni, di devoti, di fedeli che pretendono di monopolizzare non solo lo
Spirito Santo ma anche la grazia e
la forza che scaturisce dalla morte e risurrezione del Signore.
Allora Paolo ci dice :” Annuncia la Parola, insisti in ogni occasione,
opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e
dottrina…. “
Questo è un altro punto importante, un
altro proposito da ricavare da questi esercizi.
Bisogna avere più coraggio nell’annunciare il Vangelo, anche sui tetti,
bisogna avere la forza di rompere le nostre pigrizie, i nostri falsi pudori,
non si tratta di fare delle grandi prediche, di salire sui pulpiti, si tratta
di portare l’annuncio attraverso la nostra vita, la limpidezza della nostra
vita, perché noi annunciamo con la vita, Cristo è la Parola e noi dobbiamo
diventare Parola per annunciare opportunamente e inopportunamente.
E’ chiaro che vanno considerate bene le
situazioni, però bisogna sparare anche qualche cartuccia per colpire, occorre
qualche azione d’urto, perché, come si dice, non si va in paradiso in carrozza
e bisogna tentare sempre di più.
Mi pare che noi, in questo momento,
stiamo battendo la fiacca; la nostra pastorale è molto ripetitiva, ci siamo
barricati, manca questo coraggio, manca questa grinta, manca questa voglia di
provocare le persone e metterle davanti a questo grande interrogativo: o con
Cristo o contro Cristo.
Non si può stare, così con il piede su due staffe, molta gente oggi
vive un po’ di Dio e un po’ di mondo;
per paura di Dio, allora cerca di incensarlo e tenerlo buono, però che
stia là e non venga a scocciare troppo, a rimescolare le carte; un po’ di
mondo, perché in fondo siamo uomini, dobbiamo anche vivere, avere i nostri agi,
le nostre certezze, i nostri comodi e così il sale diventa insipido.
E’ terribile questa parola, se il sale
non dà più sapore verrà butto via, calpestato dagli uomini, noi saremmo
calpestati, ci ridurranno piatti, morti, incapaci di sussulto.
“
Insisti, ammonisci, rimprovera , esorta, con ogni magnanimità ….”
Sono due ingredienti importanti questi:
magnanimità e dottrina, cioè preparazione, non improvvisata, studio, ricerca ma
anche magnanimità che vuol dire pazienza, sopportazione, accoglienza, ascolto.
“
Cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace insieme a quelli che invocano
il Signore con cuore puro, evita le discussioni sciocche e non educative ….”
E’ sempre pericoloso creare conflitti
tra Chiesa e società, tra Chiesa e mondo, è vero che il Signore ha detto “
si si ,no no , o siete con me
o contro di me… non ho
pregato per il Mondo .. voi siete nel mondo ma non siete del mondo ….”
Ci può essere inesorabilmente un
conflitto insanabile tra la Chiesa , il popolo che crede in Gesù Cristo e il
mondo che non crede, però oggi non è il tempo delle contese.
Oggi per esempio, noi in Toscana,
paghiamo lo scotto degli anni ruggenti del .46 -.48 , la scomunica ai
comunisti, i matrimoni dei comunisti celebrati in sacristia e non in chiesa, i
funerali civili, che erano la maggioranza; questo perché si era creata una
tensione di cui oggi forse paghiamo le conseguenze.
Ci rendiamo conto che non era il caso
di fare una polemica così forte, poi molti avevano aderito non perché erano
marxisti convinti, ma perché ritenevano, in buona fede, che questa sponda
potesse rispondere alle esigenze dei poveri, degli operai e dei contadini
sfruttati nei grandi latifondi.
Non è allora il tempo delle contese,
però dobbiamo metterci in una situazione di collaborazione cordiale con tutti
coloro, come dice Paolo, che invocano con cuore più giustizia, fede, carità,
pace ; questo è compito fondamentale del diacono: allargare gli spazi di
collaborazione, di incontro e di dialogo.
Ci sono restrizioni mentali, anche nel
nostro mondo, che proibiscono in qualche modo di allargare gli spazi.
“ Ma che cosa vi preoccupate di questa gente ? tanto non c’è
niente da fare, tanto non li convertirete mai, ma perché perdete tempo a fare
questo, quello, tanto è inutile, restiamo tra noi… “
Questa è una logica terribile, come se
la Chiesa potesse ritornare nelle catacombe, anche se siamo una minoranza,
dobbiamo essere una minoranza che è aperta al mondo sui grandi temi della
giustizia, della carità e della pace.
Dobbiamo creare sinergie e sintonie con
tante persone che hanno a cuore il destino del mondo.
Stiamo per far nascere la nuova Europa,
è chiaro che in questa nuova Europa noi cristiani rischiamo di essere
inespressivi e ininfluenti, se non ritroviamo una carica, non che ci permette di serrare le fila, ma
che ci permette di dialogare con
il mondo, senza perdere nulla delle nostre caratteristiche.
Non si tratta di fare compromessi
storici, si tratta di aprire un dialogo sereno, cordiale e costruttivo.
Una Chiesa che si fa prossimo, che
cammina per le strade del mondo senza chiedere e senza voler acchiappare
qualcuno, senza voler convertire tutti, ma una Chiesa che si fa amica e
compagna di viaggio.
L’episodio di Emmaus è molto
significativo: questo viandante strano, che si mette a camminare con questi
due, avevano grandi aspirazioni ma si sentivano sconfitti e delusi; è proprio
questo camminare accanto, spiegando le scritture che questi giovani si aprono
allo spezzare del pane e sono pronti a riconoscere il Salvatore.
Uno stile pastorale che dobbiamo
acquisire è quello di camminare insieme perché la strada è uguale per tutti, è
la strada del Progresso, è la strada della Giustizia, della Pace, della Verità,
della Democrazia e della Libertà, senza considerazioni di carattere politico e
partitico ma con la capacità di essere veramente compagni di viaggio, senza
compromessi, pasticci e sinergie equivoche ma con la forza del Vangelo, con il
primato del sopranaturale.
Dobbiamo colloquiare con tutte le
culture, la Chiesa Italiana ha un progetto culturale da realizzare, cosa vuol
dire questo ? …. Vuol dire che dobbiamo colloquiare con tutte le culture per
portare entro queste la innervazione del Vangelo.
Certo se non siamo preparati, se non
siamo coraggiosi, se non siamo convinti delle nostre posizioni, rischiamo di
essere fagocitati, come purtroppo è successo altre volte; sull’onda
dell’emozione, qualcuno è andato troppo in là, è finito poi nel non sapere da
che parte arrivare.
Questa simpatia per il mondo è un
aspetto importante, il mondo non un nemico della Chiesa ma come un luogo dove
dobbiamo costruire sinergie, amicizie, dialogo e ascolto.
Ultimo punto: la sofferenza.
Paolo più volte torna su questo tema e
dice : “ Prendi anche tu la tua parte di
sofferenze, come un buon soldato di Cristo…..non vergognarti, sii scrupoloso
dispensatore delle parole di verità, accogli le sofferenze che sono legate alla
proclamazione del Vangelo .. “.
Siamo noi disponibili a vivere e a
condividere la sofferenza per il peccato che c’è nel mondo ??
Noi offriamo le nostre sofferenze
fisiche, spirituali, morali, le nostre sconfitte, i nostri errori, i nostri
peccati, questo è abbastanza facile, ma siamo veramente capaci di soffrire
profondamente e intimamente nel vedere i nostri fratelli che vanno alla deriva
?
Questa è la sofferenza che la Chiesa
deve vivere, sofferenza per il Vangelo, sofferenza di Paolo.
Vediamo tanta gente che va alla malora
ma noi non perdiamo l’appetito ne il sonno e quasi ci viene da dire :” Bè
poverini, abbiamo cercato di tutto, ..
adesso bisogna lasciarli andare al loro destino…”
Questa sofferenza è sofferenza di
Cristo, dobbiamo soffrire nel vedere il dilagare del male, perché sarà la
nostra sofferenza a redimere , non
le nostre azioni che redimeranno il mondo; ecco qui che ritorna la mediazione
diaconale con tutta la sua drammaticità.
Io devo soffrire per il Vangelo e la
mia sofferenza è redentrice, dovrei perdere veramente l’appetito nel sapere che
ci sono persone che tradiscono Cristo, che non lo accettano, che non lo
accolgono, che c’è una lacerazione tra il messaggio di Cristo e le stupidaggini
del mondo.
Spesso dico alle nostre comunità, ci
sono 30 ragazzi che ricevono la cresima, poi di questi, venti spariscono, ma
voi che siete la comunità Cristiana possibile che non ve ne accorgiate , chi è
che si domanda,alla messa domenicale, coma mai non c’è il tale o il tal’altro
per una due tre volte ?
Bisogna soffrire nel vedere che le
persone abbandonano Dio, invece si rimane indifferenti, presi dalle nostre
molte cose.
Dobbiamo sapere che la nostra
partecipazione al sacerdozio di Cristo è questa assunzione di sofferenza,
Cristo soffre per salvare, e salva attraverso la sofferenza, perché per le
altre cose è uno sconfitto.
E’ stato platealmente sconfitto, anche
nel suo messaggio, chi lo ha seguito ?
poche persone, statisticamente irrilevanti, non ha salvato con le sue
parole ma con la parola della sofferenza, si è immolato e là sulla croce
celebra la sua regalità in silenzio .
Questo è un aspetto importante che
dobbiamo tenere presente: aiutare le nostre comunità a soffrire per il vangelo,
da questa sofferenza nasceranno
allora delle iniziative serie, altrimenti giochiamo un po’, facciamo dei
dilettanti, andiamo a cercare questa o quella iniziativa, se non riesce se ne
fa un’altra sull’onda della improvvisazione e della provvisorietà.
Cercate attorno a voi delle anime, ce
ne sono tante, che vengono tutte le mattine a messa, che partecipano, che
pregano, per dare loro questo messaggio: bisogna soffrire per il Vangelo,
bisogna partecipare al mistero della morte e risurrezione di Cristo.
La sofferenza è un prezzo che la Chiesa
deve pagare, una Chiesa che soffre nella povertà dei suoi mezzi, che soffre
perché non riesce a trovare strade per sanare i mali del mondo.
Questa sofferenza diventa una grande
ricchezza proprio per suscitare nel nostro cuore la voglia di evangelizzare, se
non soffriamo non ne usciamo più, lavoreremo per diletto o per sola
gratificazione.
Le nuove iniziative pastorali, credo
anche il nuovo modo di vivere il diaconato, nascono nella misura in cui abbiamo
nel cuore le stimmate della sofferenza nel vedere che il Vangelo è bistrattato.
Chiudiamo i nostri esercizi, Vi
ringrazio per il buon esempio che mi avete dato, ho visto che siete molto seri
e molto motivati, questo mi fa molto piacere, ringrazio Don Gianni per questo
invito, non so perché lo abbia rivolto a me, ma per me è stata una occasione
bella e di grazia .
Se qualche volta ci incontreremo
vivremo ancora questo momento di amicizia. Se qualcuno di voi passa per Pisa,
c’è un campanello alla porta dell’episcopio, sarà accolto con tanta amicizia.
Vi auguro ogni bene per voi, per le
vostre comunità.
Grazie a tutti
mons. Alessandro Plotti
Arcivescovo di Pisa.
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