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Cari diaconi,
non ci siamo ancora
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a rimozione non è solo un meccanismo di difesa del
singolo. C’è una psicologia delle masse, dei gruppi, ed anche questi — laici o religiosi che siano — possono reagire di fronte ad eventi conturbanti con una solenne
“rimozione “. Quello che succede attorno al diaconato, a nostro parere, offre
il fianco ad una simile chiave di lettura. Nato più o meno 2000 anni fa,
comprendente all’inizio uomini e donne, riservato poi ai soli maschi,
disattivato da più di un millennio, riapparso (e lasciato cadere) nel desiderio
del Concilio di Trento, riattivato dal Vaticano Il, quasi sconosciuto ancora oggi nelle chiese
non-occidentali, strumentalizzato e non compreso dalle chiese di vecchia
cristianità, questo sacramento forse turba più di quanto non serva, e dai
pasticci pratici nascono riflessioni teologiche forse elaborate ma
incredibilmente contorte e perfino inutili. Perché
nulla cambia. Non è senza significato che il documento della Commissione
Teologica Internazionale “Il diaconato evoluzione e prospettive”, Abbia richiesto ben 15 anni di lavoro, e ad oggi, sembra essere
caduto nel vuoto appunto, nessuna novità si pro fila all’orizzonte.
Si può dire che il diaconato abbia fatto parlare di sé
fin dal suo nascere. Il celebre passo di Atti 6,1 ss , dove si parla di quei
santi uomini che dovrebbero permettere agli apostoli di darsi “alla preghiera e
alla predicazione “, sta delineando l’identità dei diaconi?. Pare di sì, ma non
è certo.
Se si, abbiamo lì
in quei sette , i capi reali della comunità ellenistica con compiti
anche dottrinali e direzionali. E se in Fil 1,1 ed in I Tim 3,8 Paolo parla di
diaconi, allora quelle persone associate direttamente al vescovo certo con
funzioni caritative, ma anche amministrative e pastorali.
Gia nel primo Medioevo tuttavia l’ufficio del diacono
scompare come tale, ridotto come è ad un passo temporaneo ed inevitabile verso
il sacerdozio.
Cosa
indica questa scomparsa se non un restringimento del prete ad una funzione
cultuale o amministrativa dove il presbitero basta a se stesso e non ha più
bisogno di chi faccia le stesse sue cose ma con meno potere e grazia?
«Ubi major minor cessat». Ma in cosa è «major» il
prete rispetto al diacono? Non si sta facendo una grande confusione,
sacrificando la diversità di ministero alla gerarchia dell’ordine? Noti si sta
perdendo qualcosa per strada, qualcosa di prezioso nella stessa concezione di
chiesa e nella natura del messaggio evangelico? Noi riteniamo di sì.
Già
agli inizi del secolo VI la chiesa non ha più bisogno di diaconi perché si è
accartocciata su se stessa, ha messo da parte molto del primitivo Spirito
evangelico e, concentrata come è su «chi deve comandare», e sulla verità da
definire e gestire, rimuove chi ricorda che essa nasce dal costato di
Cristo-ministro (cioè «servo») e che ai poveri, ai perdenti, ai
deragliati è stata destinata. Nessuno dice che l’abolizione del diaconato
permanente sia la causa di tutti questi mali. Tutt’altro.
Sono quei mali che espellono il diaconato
come non-senso, sul tipo di un matrimonio in frantumi che rende inutile una
fede nuziale al dito.
Una Chiesa
centrata sulla verità dogmatica e sulla trasmissione di una fede che è assenso
alla verità definita, non ha bisogno di diaconi ma di « dottori ». Una Chiesa
centrata sul culto sacro e sulla amministrazione dei sacramenti, a rigore, non
ha bisogno di diaconi e, se li ha , li piega a chierichetti maggiorati, a
lettori qualificati, al massimo a «sostituti ».
Allo stesso modo una
Chiesa che nel presbitero accentra ogni potere e funzione, non ha bisogno di
diaconi ma di semplici «supplenti »in caso di necessità pastorale.
Così il diacono appare
spesso come una specie di prete mancato.
La rimozione però non serve alla salute.
Forse impedisce il peggio nel breve periodo. Nel lungo invece, esplode e
richiama a che ci si concentri sul problema arcaico, su quel grumo di dolore
che ci aveva indotti a non vedere e a non sentire. Porre la questione del diaconato
allora è porre il problema della Chiesa. Inseguire una identità del diacono è
come volere riafferrare, a quarant’anni dal Concilio, la stessa identità del
cristiano. E siccome da che mondo è mondo, alla personalità si preferisce la
maschera, ed alle vere soluzioni i rabbrecciamenti, non siamo del tutto sicuri
che tutti i cristiani vogliono il diaconato.
Dovrebbero volere una chiesa più evangelica, se stessi
più cristiani, gente di fede più matura. Ma questo è il punto, «hic saltus»,
direbbero gli antichi. Del resto ha pure un senso se tutti si lamentano che mancano preti, quasi
nessuno che mancano veri diaconi.
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* *
L’Occidente è restio ad accettare l’uscita dal regime di cristianità. Da quell’assetto sociale cioè in cui esisteva una religione di stato, un primato della verità e del potere cristiano su ogni verità e Potere, una pratica coincidenza fra Dio-patria-famiglia, una organizzazione sociale dove nessuno era cittadino se non era anche cristiano, e dove braccio secolare e autorità spirituale finivano per legittimarsi reciprocamente. Questa uscita è un fatto forse irreversibile. Da esso lo scompiglio delle parrocchie, il calo delle vocazioni sacerdotali, la paurosa flessione della pratica sacramentale dei cristiani. Chi accetta i fatti come amici e non come disgrazie, intraprende con audacia il rimodellamento pastorale e parrocchiale. Chi non accetta (e sono tante le diocesi che non ‘accettano’) ricorre senza discernimento ai diaconi per affidare loro di fatto e in maniera abituale la direzione di una comunità o la presidenza di una assemblea domenicale. Ci si gloria così di diaconi-parroci, di diaconi-cappellani, poco badando se questi, da ministri di carità, corrono il rischio di scadere in formali ‘rubrìcisti’, attaccati alla forma anche quando è carente la sostanza.
Forse questo ripiego
— illusorio e di corto respiro — è il modo migliore per distruggere
l’identità diaconale. Diacono non significa
sotto-prete, suo sostituto, distributore di sacre Ostie, proclamatore del
Libro sacro in sostituzione di chi non
c’è. Ha qualcosa di proprio il diacono, di specifico, pur nell’ovvia comunione
col popolo di Dio, col Vescovo e col prete. E’ chiamato ad un ministero suo che
insieme lo unisce all’Ordine sacro ma insieme lo diversifica e lo
giustifica nel suo stato. Il
cardinale Kasper ne parla come di un ministero ordinato separato nella chiesa,
riferendosi all’obbiettivo storico del diaconato inteso come organizzazione e
ispirazione dell’apostolato sociale all’interno di una diocesi.
Ascoltare e fare ascoltare la Parola è bello, meritorio. Come lo è cibarsi del Cristo. Tuttavia il carisma diaconale eccede tutto questo se è vero che il diacono deve servire la Chiesa nell’espletamento totale della sua missione. Non ha senso una eucaristia che non sia essa stessa segno e sacramento della trasfigurazione degli uomini in Corpo di Cristo, o che non sia punto di partenza per quel donarsi «sine modo» ai fratelli che è mirabilmente simboleggiato dalla lavanda dei piedi, da un umile servizio cioè, a quanti, per miseria o dolore, non sanno di essere destinati a sedersi al tavolo della vita.
E che dire di questa
dozzina di stole a tracolla che circonda il vescovo nelle celebrazioni in
cattedrale? Il diacono non è «gloria» del suo signore, il Vescovo, non è suo
servo come magari potrebbe far supporre la formula tratta dalla Tradizione
apostolica di Ippolito all’inizio del terzo secolo: si è ordinati diaconi « per il
servizio del vescovo ». Il diacono non è
corte vescovile; E ci si dovrebbe chiedere molto onestamente che identità
vuole avere nella chiesa quell’ordinato al ministero diaconale che, se si
tratta di una funzione solenne in cattedrale corre, ma non fa caso se gli si
affollano attorno i veri beneficiari del suo ministero, i poveracci cioè e gli
emarginati, quanti aspettano di fare esperienza di Dio. Noi non vogliamo
neppure immaginare che si deleghi proprio un diacono per cacciare dalla soglia
della chiesa e spedirli agli uffici Caritas quei poveri che lì cercano qualche
spicciolo per il loro pane e forse anche per il loro vino. Sarebbe il colmo.
Resta il
fatto comunque che la riflessione teologica sul diaconato fino ad oggi si
centrata sul rapporto di subordinazione lineare diacono-prete-vescovo . Scrive
G. Bellia: « i diaconi restano bloccati sul piano del confronto con i preti ».
Si è fatta teologia
astratta sistematica. Benemerita quanto si voglia, ma alla lunga di non vasto
respiro. Perfino giustificatrice di abusi. Le cose cambiano se l’asse portante
è il confronto diacono-missione della chiesa, diacono-fine della chiesa. Cioè
se si comincia a parlare nell’ambito di una teologia pastorale. Ecco perché la
questione diaconale è una grazia. Il disagio del suo status, l’approssimazione teoretica
e la provvisorietà di certe assegnazioni diaconali, il rifiuto della sua stessa
istituzione in intere chiese continentali, fanno del diaconato una occasione
unica per parlare seriamente di salvezza, di destino del mondo e di natura
della chiesa. Non che la chiesa abbia atteso l’esplodere della incertezza sul
diaconato per affrontare problemi simili,
ma senza dubbio questa questione riporta con violenza alla necessità di
rivedere le sorgenti della fede, perché o da essa deriva la prassi diaconale o
non ha senso. Non solo. In una riflessione pastorale entra abbondantemente
l’elemento storico, la necessità tipica del nostro tempo. E questo ingresso
della storia anche nella identità di un sacramento è qualcosa di essenziale, se
è vero, come è vero, che la Chiesa ha sempre
il potere e l’obbligo di precisare in maniera congrua ai tempi
l’ampiezza delle funzioni sacramentali del diacono e la sua partecipazione alla
gerarchia ecclesiastica.
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* *
Chi dice cristianesimo dice
Dio che cerca l’uomo e lo insegue nella sua carne. Dice una Parola che si è
fatta concretezza e storia, uomo per l’appunto. Solo che tradisce il
cristianesimo chi si ferma qui e dimentica che la Persona nata da Maria, il
Verbo che ha preso carne umana, è il «Servo» mandato a servire i figli di Dio
più poveri, i più disgraziati. Notissima l’espressione di San Paolo in Ef 2,7-8. «Non usò per rapina il suo essere
uguale a Dio, ma si spogliò per divenire servo». E cioè «si spogliò per
servire» gli «anawìm di Jahwé»: i piccoli, gli ultimi, gli oppressi a cui
annunzia «liberazione e anno di grazia». Viene «per le pecore perdute della
casa di Israele»; ed è quanto dire per quelli che erano esclusi, per infermità
fisica o inadempienza morale, dal culto al tempio o nella sinagoga. Sarà strano
quanto si vuole, saprà perfino di un certo tipo di razzismo, ma una cosa è
sicura: Cristo non si sente inviato né ai ricchi né ai soddisfatti e manco ai
potenti.
Se
qualche lettore in questo momento si sta dicendo che di simili fastidiosi
populismi è saturo, ebbene proprio a lui è rivolta la monografia. A lui che
passa sopra a questa evidente radicalità evangelica per attestarsi su posizioni
comode e su una chiesa che continua ad essere giudicata dal Vangelo che
annunzia perché ama rivolgersi a ricchi
e potenti , quasi a spingerli a passare per la cruna dell’ago.
Questi poveri, oggi
vengono a noi. Tra Europa e USA e Canada si contano solo il 33,7% dei
cattolici. Il resto è in America Latina, Africa, Asia, Oceania. Cioè è gente
priva di cibo, di dignità, di diritti umani. Tantissimi italiani, di giorno in
giorno, si accorgono di non farcela più a sopravvivere. Se questa non è chiesa
dei poveri... Una delle due allora: o le chiese ricche continueranno ad
appoggiare i governanti ricchi dei loro Paesi e si troveranno a difendersi dai
poveri come da possibili terroristi; o il meglio della chiesa cattolica
continuerà ad essere percepita come chi dice cose inutili sulla povertà
planetaria trincerandosi su regole liturgiche, disquisizioni dogmatiche, e
moralismi di basso profilo; oppure la chiesa ritroverà il suo Signore che mai
ha disertato il campo di disgraziati e malfamati. La conseguenza sarà che
queste vecchie chiese solo immergendosi tra ammalati, esuberi umani destinati
ad essere tolti di mezzo, oppressi di ogni Continente, potrà fare esperienza
del Signore, Padre ricco in tenerezza e bontà. Già perché, come diceva lvan
Illich, il male non si può estirpare dal mondo ma per eliminare alcuni
miliardi di persone ci si può magari attrezzare. Molti non si accorgono che
siamo a buon punto.
Ed ora
immaginiamo che la chiesa si convinca ad essere povera coi poveri. Immaginiamo
che cessi di cercare quelle sicurezze date dall’adeguamento, critico magari, ma
non troppo, agli «schemi di questo mondo», questa chiesa si troverà allora
peggio di Gesù in riva al lago di Genesareth. Sarà costretta a noleggiare la
barca di Pietro, prendere il largo e dare speranza a tutti i disgraziati del
pianeta. Credete allora che i diaconi li faremmo bivaccare in sonnolenti riti
del Santo Patrono? Non si scoprirebbe, quasi per incanto, il carisma di questi
credenti chiamati sì ad «aiutare» il Vescovo nel suo ministero di comunione (LG
20), ma non primariamente nei riti — dato che non sono stati ordinati in vista
del sacerdozio (LG 29) — bensì per il servizio ad una eucaristia autentica, per
servire cioè la Parola incarnata nella dimensione diaconale dello stesso
ministero episcopale? Si badi bene che solo una teologia fasulla può pensare
che la diaconia del diacono abbia per oggetto di servizio il vescovo che ne determinerà
di volta in volta ambiti e tempi (come fino ad ora si è fatto utilizzando i
diaconi come chierichetti di lusso).
Se è vero che il
ministero del vescovo ha per oggetto una
comunità che si trasforma in Corpo di Cristo, che fondandosi sulla Parola, soccorre il suo Signore nella
persona dei poveri
e degli abbandonati ai margini della
vita, una comunità che testimonia al mondo come verità ultima dell’uomo la
capacità di spezzarsi, servire e donarsi, allora il diacono aiuta il vescovo
quando «serve» la comunità. Questo servizio è molteplice: aiuto al vescovo e al
prete perché l’Eucaristia sia non solo valida e lecita ma autentica, tale da
indurre i credenti a trovare tempi e modi per divenire pane spezzato e sangue
versato per il mondo — aiuto a prete e vescovo perché la Parola non sia mera ripetizione di appelli antichi, ma «ricordo», «memoriale»
del Signore che vuole incarnarsi nella storia e nei gesti dell’uomo di oggi — aiuto perché la comunità
«serva» i poveri destinatari privilegiati del Vangelo, con stile povero, come
quello del suo Signore, Figlio dell’uomo, Servo di Jahwé, umile servo dei suoi
fratelli.
Così il
diacono, sorpassando gli attuali ambiti di sostituto e manovalanza ecclesiale a
basso prezzo, diventa simbolo di una realtà più grande: esprime in modo
eminente in sé ciò che tutta la
chiesa è chiamata a fare: assumere
la condizione del «Servo», diventare
un popolo di servi, testimoniare e ridare al mondo il gusto del «servizio».
Forse non ci rendiamo conto che la nostra società, in quanto a Vangelo, è
arrivata al capolinea della sua pratica negazione. Una società che teorizza il
diritto della forza e la supremazia del denaro, ha finito da tempo di servire l’uomo. Si immagina di essere Dio. E se un
gusto lo mantiene, ha quello del farsi servire dai reietti e non di servire la
crescita di ogni figlio d’uomo.
* * *
Noi non vogliamo
favorire fughe in avanti. La nostra monografia ha un occhio al futuro
certamente, ma è ben piantata nell’oggi. E se ci preme sottolineare che una
chiesa cambia radicalmente quando oltre a centrale della grazia sacramentale si
vede laboratorio di servizio al mondo, ci teniamo ad indicare piste possibili,
ora e qui, perché la comunità stessa diventi diaconale.
Non abbiamo bisogno di nessuna autorizzazione dall’alto se un diacono che già è impiegato nella liturgia la colora di spirito diaconale. Egli non presiede l’assemblea liturgica, ma può darsi da fare perché la gente vi partecipi in pienezza, uscendo da quell’intimismo in cui spesso ristagna. Potrebbe animare la preghiera dei fedeli, abbandonando il «precotto dei foglietti» — come diceva un parroco— lo «spartito» previsto chi sa dove e chi sa da chi. Potrebbe contribuire a far comprendere che non c’è eucaristia senza lavanda dei piedi. E per noi questo è servizio all’autenticità della Messa.
Neppure abbiamo
bisogno di qualche decreto delle Congregazioni romane perché il diacono prenda
sul serio il suo essere associato al ministero della Parola. Proclama il
Vangelo nella liturgia e questo è solo il punto apicale di molte altre
proclamazioni: catechesi, consolazione ai poveri e agli afflitti,
predicazione, professionalità testimoniante, vita coniugale nella gioia di un
amore che si fa nudo dono. Anche qui essi rendono autentica, coerente (non
solo valida e lecita) una comunità di credenti e lo stesso annunzio del
Vangelo.
E c’è appena bisogno
di dire che nulla di straordinario si presuppone se il diacono «aiuta» il
vescovo ad essere… diacono, servitore. Qui gli orizzonti si slargano. Un vescovo
non è chiamato a «prendere possesso» di una diocesi, ma a servirla, con l’unica
veste liturgica prevista dal Vangelo, «il grembiule». Chi sarà segno di questo
appello? Chi gli ricorderà che le sue fatiche non gli danno diritto a niente,
se non ad essere «servo inutile»? Si dimentica piuttosto spesso che la
sofferenza e l’impegno diuturno, nella chiesa non costituiscono diritto. Tu hai
lavorato e sofferto? — insinua il Vangelo (cf Lc 17,10). E allora? Ci si metta
in coda con quanti soffrono, lavorano e non contano nulla. Soffrire, faticare
non basta. Bisogna capire che anche altri lavorano e faticano, e spesso in
modo inimmaginabile, fino al martirio. E se tu puoi farci qualcosa per i figli
di Dio, fallo pure, senza attenderti nulla, senza pretendere di salvare un
altro uomo ma solo di servirlo, senza agitare come un trofèo ed una carta di
credito la tua croce. Neppure come una credenziale per l’avanzamento di
carriera in un «altrove prestigioso». Lavori e ti spezzi per il Regno perché è
la cosa giusta e basta. Perché nel volto del povero hai letto un bisogno ed hai
avuto il dono di potervi rispondere. Ti pare poco essere «servo inutile» di
Dio?
Un vescovo è «padre dei poveri» a somiglianza del Cristo. È chiamato non solo alla beneficenza, alla solidarietà coi diseredati, ma a rendere presente il Cristo che si è donato agli uomini amati, che è stato dono sostanziale. Colui che tutto ha ricevuto dal Padre, tutto si dona agli uomini. Questa dimensione cristica trasforma ogni nostro amore ed ogni nostra elemosina. Ci fa sognatori di un mondo dove l’amore struttura la storia e non la infiocchetta soltanto di qualche rimasuglio di compassione posticcia. In questo amore ogni uomo è suo fratello, è me. Di lui mi importa. E chi se non il diacono ricorderà — coi fatti! — alla chiesa il suo dovere di prendere seriamente il Vangelo? Chi rammenterà il taglio autentico di una solidarietà cristiana con gli esclusi e i marginali? Oppure la necessità di stare dalla loro parte anche quando scioperano o ripudiano la guerra, perché senza questa connivenza coi «poveri» l’uomo non si salva e la chiesa rinnega il suo Signore (Mt 25,31 ss)?
Queste dimensioni si
legano tra loro, come del resto l’Eucaristia è legata e realizzata in tutta la
complessa vita della chiesa. Si può allora dire che «l’aiuto» dei diaconi a
preti e vescovi, il loro apporto al ministero apostolico di servizio alla
comunità consiste nel vegliare perché i santi misteri di Cristo e della Chiesa
vengano sempre celebrati «in verità», nella loro ricaduta pratica esistenziale,
da cuori che vogliono autenticamente vivere lo Spirito di Cristo, servo di Dio
e degli uomini.
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I contributi che
presentiamo si basano su un presupposto: se i diaconi sonnecchiano tra sacre
parate e arrangiamenti di vocazioni mancate, se oggi il diaconato appare
privilegio di pensionati o vedovi, qualche volta alla conquista di un nuovo
riconoscimento sociale, la ragione sta in una chiesa troppo poco «serva» e
troppo poco compassionevole. Essa non è aliena dall’amore, ma forse difetta del
«principio-amore». Fa della carità una virtù morale, non l’asse portante di
ogni suo dire su Dio e di ogni suo fare a favore dell’uomo.
I diaconi sono
esattamente l’espressione del modo come una chiesa, —poco evangelicamente
—percepisce l’amore, se stessa, il suo compito. Se vogliamo diaconi altri, la
chiesa deve essere altra.
A questo ripensamento di se stessa non può non contribuire l’ascolto della Parola di Dio che si leva dalla storia. Una chiesa a-temporale, tutto sarebbe ma non la chiesa del Verbo fatto carne e concretezza spazio-temporale. Ebbene, è a questo snodo che bisogna porre certe domande. Di che ha bisogno il mondo moderno? Di che ha nostalgia questa umanità scaraventata violentemente nel terrore? Cosa attendono questi poveri che spingono i loro figli migliori ad affrontare ad occhi aperti una morte per riscattare i loro fratelli da una vita oppressa e disprezzata?
Agli inizi del
secolo scorso quando la rivolta dei poveri era circoscritta alle istanze di una
classe operaia che chiedeva condizioni di vita più umane, la chiesa tardò
molto a rendersi conto di cosa era in gioco. Al turbinio sociale rispose in
genere con le stesse armi di conservazione e cecità messe in campo dalla media
e alta borghesia: un rifiuto radicale delle basi culturali del movimento
operaio, una accusa di ribellismo gratuito, una diffidenza preconcetta al
nuovo che si profilava.
Nel 1881 a Parigi si proibì
un quaresimale dal tema: «Riconciliazione della Chiesa con l’età moderna».
«Parlate della Vergine Maria, è meglio» suggerì al predicatore il Cardinale
Guibert, Arcivescovo di Parigi. E nel 1883 Leone XIII nell’enciclica
«Libertas» contesta che la libertà di pensiero, di parola, di religione, siano
«diritti che la natura ha attribuito all’uomo». Con questi presupposti la
risposta della Chiesa del secolo XIX e XX ai tempi moderni è stata la
rinascita delle «sorgenti del cuore»: pratiche devozionali, richiamo alla misericordia
di Dio, appelli a penitenza e rinuncia, alla «devozione eucaristica», alla
Vergine, atti di consacrazione, pellegrinaggi. E il quadro è sempre identico,
si può dire fino al Vaticano II. Una simile chiesa non aveva bisogno del
diaconato. Ma la chiesa che si sognava a partire da Giovanni XXIII, quella sì
che ne aveva bisogno. Nella misura in cui la Lumen Gentium, la Gaudium et Spes,
onorate a parole ma ostacolate nei fatti, diventavano documenti storici e non
paradigmi di chiesa, nella stessa misura il diaconato rientrava nei ruoli
consueti, sostanzialmente inutile, congruo ad una comunità ecclesiale che in
fondo di esso non aveva alcun bisogno. Aspettiamo una chiesa povera, dei
poveri, «serva». Segno premonitore e quasi primizia di questa chiesa sarà un
diaconato «altro», la venuta di diaconi «veri».