Di Paul Valadier da Regno
Attualità 18/2003 (15 ottobre) pp. 640-646
STUDIO DEL MESE
(CHIESA E DEMOCRAZIA) : “Le inquietudini morali”
Nel difficile contesto etico e morale di società
individualistica e libertaria
le Chiese debbono ritrovare modalità di presenza e di parola
coerenti col Vangelo.
Di fronte al nichilismo che sconvolge
il senso dei riferimenti fondamentali
nulla è più importante che fare desiderare la vita retta,
suscitando il gusto di esistere nella libertà.
Le Chiese debbono intervenire nel dibattito democratico,
aiutando la libertà a rimanere critica,
restituendo la vista alla società riguardo alla povertà,
all'esclusione, alla precarietà.
In genere non si ama sentir parlare di morale. Molti nostri contemporanei si ritengono al di sopra dei principi inculcati loro nell'infanzia, in quanto sarebbero caratterizzati da rigidità o inadatti alle situazioni che essi vivono. E tuttavia, anche se pensano che la morale non li riguardi, perlomeno quella che hanno ricevuto, la morale invece li riguarda; essa si impone loro, a prescindere dal fatto che ne siano o meno consapevoli.
Infatti: che fare davanti a un bambino difficile, ricorrere alle maniere forti o avere pazienza? Quale decisione prendere di fronte a una persona anziana le cui sofferenze sono un peso per tutti e anzitutto per essa stessa? Di fronte a una gravidanza indesiderata? Come e dove collocare il proprio denaro: perseguire il profitto a ogni costo, risparmiare, investirlo in imprese «etiche»? Queste domande, e molte altre, non possono trovare risposte soddisfacenti, e dunque soluzioni buone e giuste per la coscienza, se non ispirandosi a riferimenti normativi, a valori e principi che dipendono incontestabilmente dalla morale. Così la morale, messa da parte perché considerata antiquata nella forma ricevuta, ritorna in questioni che nessuna retta coscienza può trattare alla leggera, a meno che in tutti questi casi non si decida di fare di testa propria o di seguire il conformismo del proprio ambiente, ma anche questa è una decisione morale e non è certamente la più dignitosa per chi la prende.
** QUESTIONI DIFFICILI
Riconosciamo che nella vita ordinaria non ci interroghiamo quasi mai su come comportarci per essere nel giusto: le abitudini, le convenzioni, lo stile di vita che abbiamo ricevuto dalla società e dalla religione bastano a indicarci i comportamenti adeguati e corretti. Gran parte della nostra vita è modellata da quella che potremmo chiamare l'etica, cioè costumi che in genere non mettiamo globalmente in discussione, anche se di quando in quando ce ne allontaniamo. In questo senso l'etica viene data per scontata e la seguiamo senza troppe domande. Non così quando ci troviamo a dover prendere decisioni gravi, come quelle suggerite sopra. Certo pensiamo di avere dei principi, e ne abbiamo: essi ci parlano di rispetto della persona, di cura del debole o dei malato, di dignità di ogni uomo e ogni donna, di solidarietà con i nostri simili.
Spesso questi principi restano vaghi e indeterminati o entrano in conflitto con altri principi ugualmente importanti. Soprattutto la società moderna rende particolarmente difficili le risposte a causa della complessità dei problemi che vi incontriamo, e perché molto spesso una buona decisione deve tenere conto di dati tecnici complicati, molteplici, che sfuggono in gran parte alla nostra valutazione. Inoltre, cosa più grave e più basilare, assistiamo a una messa in discussione degli stessi principi.
Perciò,
spesso la morale (che cosa devo fare per ben fare, impegnandomi nella
mia decisione?), distinta dall'etica (usi e costumi prodotti dalle
tradizioni), è un riferimento fragile o contestato o instabile.
Così,
come abbiamo detto, crediamo, spontaneamente o basandoci implicitamente su una
lunga tradizione filosofica e teologica, di sapere abbastanza bene in che cosa
consiste la dignità della persona umana. Ma si scopre con grande meraviglia che
quel riferimento, condiviso praticamente da tutti in quanto riconosciuto dalle
dichiarazioni internazionali e nazionali al massimo livello (Nazioni Unite,
Unione Europea, costituzioni dei paesi democratici...) è spesso una parola
vuota che copre contenuti diametralmente opposti. Così si crede di concordare
sul riferimento, ma si scopre che l'unanimità apparente nasconde interpretazioni
che avallano comportamenti e decisioni pratiche radicalmente diversi.
Che cosa significa infatti «dignità»? Un essere umano è degno perché possiede una ragione, un linguaggio articolato, una memoria e un progetto aperto sul futuro, secondo una risposta che può basarsi su una bella tradizione filosofica razionalista? Questi attributi sono condizione necessaria e sufficiente per caratterizzare una persona? Spesso si concorda su questo approccio. Ma allora che ne è di un essere umano che ha perso la parola, la memoria, la ragione (per esempio, una persona colpita dal morbo di Alzheimer o una persona gravemente disabile dalla nascita)? Questo essere umano è ancora, o sarà mai, una persona? E se non lo è, non è meglio dichiarare che ha perso la sua dignità e quindi che il comportamento nei suoi riguardi deve cambiare radicalmente dal punto di vista morale? In questo senso vi sarebbero esseri umani che non sarebbero persone, secondo le tesi dello studioso di etica australiano Peter Singer.
* Libertà e libertarismo
Sono
dubbi lancinanti, anche e soprattutto perché le mentalità sono intrise di
individualismo. L'idea moderna dell'autonomia del soggetto morale viene spesso
intesa non nella linea rigorosa di Kant, ma in una prospettiva libertaria. La
libertà individuale, quella che deriva interamente e totalmente dalla
soggettività, viene promossa al rango di riferimento primo e ultimo: a ciascuno
di decidere in merito al suo bene, senza alcuna interferenza «esteriore»,
quindi senza eteronomia e influenza sociale o religiosa. A ciascuno quindi di
valutare e giudicare in conoscenza di causa se la sua vita vale la pena di
essere vissuta, se possiede ancora una dignità; ma allora la dignità è
definita come il giudizio che ciascuno emette su di sé, sull'immagine che ha
di se stesso, sulla percezione del valore della sua esistenza. E allora, in
nome di che cosa limitare o vietare la prostituzione, se una persona ritiene
di dover vendere il proprio corpo e non vede alcuna incompatibilità fra il
suo sentimento personale della dignità e questa pratica sociale? Il
libertarismo, più che il liberalismo, benché suo erede diretto, rivendica per
ognuno il diritto di decidere di se stesso in modo sovrano, senza interferenze
esterne, per cui la dignità, incrociata con la valutazione soggettiva, si
identifica con il giudizio o la scelta di ciascuno, elevati al rango di norma
ultima e insuperabile. La dignità non si identifica più con la capacità di
ragionare o elaborare un progetto sensato su sé stessi, con i diversi attributi
caratteristici di un «proprio dell'uomo» (linguaggio, memoria, ragione ... ),
bensì con il modo in cui ciascuno valuta se stesso, con il giudizio che
ciascuno emette in modo sovrano sulla sua attitudine a vivere o sulle scelte di
vita che lo riguardano. La dignità dipende dalla valutazione soggettiva e
non da un insieme di qualità determinabili e tanto meno dal gioco delle
relazioni interpersonali.
Queste
forme di pensiero libertarie e individualistiche generano necessariamente
grandi dubbi a livello politico e sociale. Le società democratiche conoscono
un vasto pluralismo morale, il che è un dato di fatto e un bene al tempo
stesso, nonostante che questo sollevi molti dubbi sul senso dei valori
condivisi e anche sulla loro esistenza in un consenso comune; ma, cosa più
importante e nuova, esse vogliono conformare il diritto a questo nuovo approccio
etico, imposto dalle prospettive libertarie che abbiamo appena ricordato.
Esse non contestano direttamente, ad esempio, il concetto di dignità, ma gli
conferiscono un contenuto diametralmente opposto a quello che gli conferiva
sia la tradizione kantiana sia la tradizione cristiana. Lo si nota in modo
particolare nell'appello alla libertà individuale, quella della donna a
decidere da sola sulla continuazione di una gravidanza, dal momento che la sua
dignità si identifica con la sua valutazione personale, come se non si dovesse
tenere conto di altre relazioni ‑ la relazione con il padre, con lo
sposo o con l'amante; la relazione con il nascituro; la relazione con la
società che offre il proprio aiuto sul piano delle conoscenze tecniche o
mediche e anche attraverso un contributo finanziario (rimborsi per le spese
sanitarie ecc.). Un individualismo spinto al punto da concepire la relazione
con il corpo non come un'alterità misteriosa o come ciò che alcuni filosofi
(ad esempio Merleau‑Ponty) chiamano il «corpo proprio», ma come un
possesso, supponendo di essere proprietari del proprio corpo al punto da
poterne disporre come di un oggetto o di un utensile, quindi in una pura
esteriorità a sé stessi...
* Ricorsi al diritto
In base a questi stessi principi, molti paesi europei sono molto avanti sulla strada dell'accettazione dell'eutanasia, o del suicidio assistito: ciascuno è giudice della propria dignità, concepita così nel quadro di un approccio individualistico, nel quale il soggetto è il solo giudice di se stesso, e non nel quadro di un gioco relazionale. Diventa legale chiedere aiuto alla società, nella fattispecie al personale medico, per quello che si considera un diritto di morire, come se si potesse disporre di sé stessi e della propria morte, atto unico non paragonabile ad alcun'altra azione della vita umana...
In
tal modo, il concetto di diritto dell'uomo, il quale per garantirne il
contenuto e assicurarne la validità implica il concetto di diritti dei
cittadino, viene rinviato unicamente alla persona, e alla persona nella sua
individualità, al di fuori di qualsiasi relazione, come se l’individuo
socialmente e culturalmente avulso da ogni contesto umano avesse la
possibilità e il diritto di definirsi concretamente. Questa tendenza
individualistica giunge fino al punto di riconoscere al bambino il diritto di
rivoltarsi contro i suoi genitori facendo appello alla giustizia; in Francia un
senatore ha affermato che un figlio disabile dovrebbe avere il diritto di
chiedere conto ai suoi genitori che lo hanno fatto nascere e quindi di
perseguirli in tribunale. Tanto più che oggi la tecnologia permette facilmente
di porre fine a vite indesiderate...
Così,
per un paradosso che è solo apparentemente tale, l'appello alla soggettività
individualistica come riferimento ultimo delle decisioni da prendere sente la
necessità di basarsi sul diritto. L'individualismo moderno rivendica il
rispetto in nome della legge, cioè attraverso la pressione del braccio secolare
e quindi attraverso la coercizione statale, dunque socialmente organizzata e
sanzionata. Ma l'individuo che rivendica la propria sovranità non dovrebbe
aspettarsi dalla società l'assunzione di doveri nei suoi riguardi, poiché si
considera e vuole essere radicalmente autonomo, quindi senza doveri verso la
società: e tuttavia, a riprova del fatto che l'individuo da solo è un'astrazione
inconsistente e vuota, questo stesso individuo si aspetta un riconoscimento
sociale dal punto di vista di un diritto che avallerà le sue aspettative e,
soprattutto, punirà le violazioni di questi diritti, reali o presunti. A
tale riguardo, le sanzioni previste in caso di molestie sessuali, addirittura
di molestie morali (la cui definizione è imprecisa, vaga, rischiando di aprire
la strada ad abusi e a denunce fantasiose) sono tipiche delle società
libertarie nelle loro rivendicazioni, ma in realtà sorprendentemente puritane
e rigide nella loro pratica effettiva. Si afferma che ciascuno è libero di
comportarsi come vuole, soprattutto in materia di sessualità, ma al tempo
stesso gesti che un tempo sarebbero stati giudicati banali o avrebbero comportato
una risposta individuale immediata possono finire in tribunale. Il lassismo
ostentato si sposa tranquillamente con la repressione giudiziaria, secondo i
dettami di un nuovo ordine libertario che ha bisogno della legge e dei
tribunali per fare rispettare i propri principi ampiamente antisociali o
rigidamente individualistici!
Così
nelle società libertarie e individualistiche si moltiplicano i ricorsi al
diritto. In mancanza di relazioni fra individui eticamente fondate,
sufficientemente solide o stabili, i nostri contemporanei non vedono altre
istanze per fare rispettare le loro aspettative individuali che quella del
diritto e della giustizia. Di qui una preoccupante estensione del ricorso alla
giustizia, ai processi, alle querele in settori della vita sociale nei quali
finora il diritto entrava poco o non entrava affatto: relazioni fra sposi, fra
genitori e figli, fra malati e medici, fra consumatori e produttori o
commercianti ecc. La società dell'ordinamento libertario diventa una società di
querelanti e parti in causa: ogni parte, convinta dei propri diritti e decisa
a farli rispettare, da sola è incapace di raggiungere il proprio obiettivo;
così ricorre alla minaccia dell'azione giudiziaria. Queste minacce si
moltiplicano in una società che si considera estranea alle costrizioni
eteronome, ma che vive nella continua paura di trovarsi in difetto. Tutto
questo non è lontano dalla condizione naturale analizzata da Hobbes nel XVII
secolo, nella quale ciascuno vive nel timore dell'altro e del suo diritto
assoluto sull'altro, basato sul proprio diritto incondizionato a vivere.
** TENTAZIONI DI RIPIEGAMENTO
Quest'analisi
non è che un abbozzo troppo rapido e unilaterale dell'attuale situazione
etica. Essa richiama comunque l'attenzione sul contesto culturale e sociale in
cui ciascuno è indotto a prendere le sue decisioni e che, volente o nolente,
lo permea. Da questo punto di vista i cristiani non sfuggono all'attuale
atmosfera etica, alla pressione delle mode intellettuali e degli stili di
vita, al nuovo conformismo che fa dell'individualismo libertario la norma
obbligata e quasi imposta dei comportamenti. Se, come diremo più avanti, questa
situazione richiede il discernimento illuminato, essa è tuttavia propizia ai
ripiegamenti fondamentalistici e agli irrigidimenti identitari.
* Condanna della società
Una
delle forme di questo ripiegamento consiste nel condannare la società attuale o
nel presentarla come cultura di morte: si vedono solo i suoi elementi
negativi, certamente reali e preoccupanti, senza rendersi conto che il
libertarismo è solo una degradazione della libertà e della responsabilità
personale. Bisogna assolutamente evitare di dare l'impressione, con il pretesto
di rifiutare concezioni sbagliate, di rigettare l'ideale della libertà,
costitutivo delle nostre società democratiche e fortemente radicato nel
messaggio evangelico.
Un
credente combatterà i vicoli ciechi libertari quanto più sarà in grado di
difendere la libertà morale con forza, determinazione e coraggio critico. E’ il
suo senso della persona come realtà relazionale a spingerlo a combattere un
individualismo deleterio per la persona, in quanto la imprigiona in
un'insopportabile solitudine. Inoltre, se la nostra cultura recasse in sé e
con sé la morte, bisognerebbe evitarla e sfuggire ai suoi miasmi nauseabondi,
ma per andare dove? Per rinchiudersi in quale fortezza ritenuta immune dalla
peste comune? Immaginando una cultura dell'amore al riparo da ogni contaminazione,
ma che nascerebbe come e a partire da che cosa? E’ evidente che le condanne
radicali hanno solo la parvenza di un giudizio morale serio, perché conducono
a vicoli ciechi e non assicurano assolutamente i mezzi per restarvi fedeli.
Esse non permettono la valutazione e la decisione morali, che presuppongono
sempre questa domanda: che cosa devo (dobbiamo) fare qui e ora, e non in un mondo
ideale o sognato?
*
Regolare il diritto sulla morale?
Ma
esiste anche un'altra risposta che può sembrare più efficace e decisiva. Essa
si basa giustamente sull'importanza del diritto nella regolazione delle
relazioni sociali, importanza del resto spesso misconosciuta o minimizzata.
Infatti spetta proprio alla legge stabilire la relazione fra le libertà
individuali e quelle collettive, evitare le relazioni basate sulla violenza,
fare rispettare il diritto di ognuno, in breve onorare la giustizia grazie alla
quale si dà a ciascuno ciò che gli è dovuto. Come abbiamo già indicato, il
diritto che dovrebbe essere il baluardo delle relazioni giuste poggia oggi su
uno strato sismico fragile; è sottoposto a ogni sorta di pressioni e
sollecitazioni per piegarlo in senso libertario.
E’
quindi comprensibile la forte esigenza intellettuale che si riscontra
attualmente nella Chiesa cattolica nei riguardi del diritto. Si afferma che
quest'ultimo deve essere conforme alla morale, in realtà alla concezione
cristiano‑cattolica della vita buona (o, in formulazioni più astratte,
conforme al diritto naturale o alla legge naturale). In altri termini ancora,
il diritto deve rispettare la verità dell'uomo, in tutte le sue dimensioni,
compresa quella trascendente. Se non si basa su questa verità, il diritto
scade inevitabilmente nel relativismo, è condannato a conformarsi alle
aspettative o ai capricci di maggioranze passeggere e inconsistenti o a
identificarsi con la mera regola del dato di fatto senza contenuto eticamente
accettabile, per esempio sotto forma di un diritto positivista. Un tale
diritto non merita più il rispetto da parte dei cittadini ed è anzi opportuno
opporvi l'obiezione di coscienza, perlomeno nei casi in cui si discosta
gravemente dalla verità dell'uomo. Il diritto sarebbe ancora tale se non si
fondasse sulla giustizia, e dunque sulla morale?
Questa
sembra una posizione forte. Ma occorre anzitutto chiedersi se essa non
misconosca la natura del diritto e soprattutto del diritto in una società
moderna pluralista. Il diritto deve essere conforme alla morale, e a quale?
Non è chiedergli troppo, e non rispettare la sua propria natura? Il compito
del diritto è quello di regolare le relazioni esteriori o la coesistenza fra
gli individui e i gruppi; esso assicura o mira ad assicurare un ordinamento
sociale regolato, ma nello spazio pubblico dell'esteriorità, senza entrare
nelle intenzioni delle coscienze. La morale invece riguarda la decisione personale
e le libertà esistenziali; suppone un impegno nei riguardi di valori che hanno
senso solo a partire da un coinvolgimento personale; presuppone intenzioni e
obiettivi legati all'interiorità; si trasformerebbe in conformismo se venisse
rispettata perché imposta dalla legge.
Sarebbe
rischioso sia per il diritto sia per la morale confondere i loro ambiti propri
e tentare di basarsi l'uno sull'altro. Inoltre, non bisogna mai dimenticare che
il diritto non consiste solo di codici e regole, m presuppone anche tutto un
apparato giudiziario costituito da tribunali, prigioni e condanne di ogni
sorta. E’ opportuno fare rispettare la morale (la verità dell'uomo) mediante
l'intervento del braccio secolare? Spetta forse al diritto e quindi alla forza
dei tribunali, imporre la morale a cittadini che non ne vivono? Certo il
diritto deve prevenire i più possibile la violenza, perlomeno limitarla o
canalizzarla, ma non può pretendere di moralizzare gli uomini perciò, la regola
del diritto non può mai coincidere perfettamente con la regola morale, perché
rischierebbe di imporre delle costrizioni in cui si perderebbe, perdendo al
tempo stesso la morale. Si sa fin dal tempo di sant'Agostino e di san Tommaso
che, volendo imporre il maggior bene, si rischia di causare molti mali ancora
più temibili per il benessere collettivo. In questo senso la tradizione
cattolica non si riconosce nella concezione recente e reattiva di cui qui si
parla.
Ci
si può chiedere, inoltre, se attendersi che il diritto sia conforme alla morale,
e dunque che il diritto imponga la morale, non sia la sconcertante ammissione
di una mancanza di fiducia nella morale o nella forza della testimonianza
evangelica. Se si crede nella forza della morale o della verità dell'uomo
proposta dal Vangelo, si riconoscerà anche che la cosa più importante è
anzitutto quella di indurre a desiderare la vita buona o un'esistenza secondo
Dio e il suo Cristo. Indurre a desiderare, non imporre.
Il
ruolo delle Chiese, e dei cristiani in esse, consiste nel fare amare la vita
morale o la condizione cristiana secondo il Vangelo, non nel coprirla con la
sanzione delle leggi umane. Dopo aver misconosciuto la natura del diritto, la
tesi qui discussa non misconosce forse la morale o la specificità
dell'esistenza cristiana, che non si presta a essere imposta con la spada del
potere politico? Non comporta un dubbio sulla sua forza di attrazione e sulla
potenza dello Spirito, dato che si aspetta il rispetto della vita buona dalla
giustizia degli uomini e dalle costrizioni legali? I cristiani dovrebbero
avere abbastanza fede nel potere di convinzione del loro messaggio e del loro
stile di vita da non aspettarsi l'aiuto sempre equivoco e pericoloso di un
qualsiasi braccio secolare.
Ora,
se il diritto non deve confondersi con la morale ‑ cosa che del resto non
può fare senza diventare un sistema oppressivo ‑ tuttavia esso ha
evidentemente una funzione etica essenziale. Deve canalizzare le violenze,
limitare la presenza del male, ma senza pretendere di sradicarlo. Deve quindi
venire a patti con esso, il che gli conferisce ovviamente uno statuto fragile
(e proprio per questo non bisogna aspettarsi molto da esso): dopo tutto, se
fissa delle regole di proprietà o delle sanzioni contro l'omicidio, è perché
esistono dei ladri e degli assassini; il diritto non ha assolutamente la
pretesa di farli scomparire, ma può e deve sanzionare i comportamenti che
ledono gravemente i beni e la vita. In questo senso, esso ha una funzione
etica eminente, ma evidentemente limitata. In un determinato contesto sociale
e culturale, esso cerca di opporsi alle violenze e contenere le aspettative
smodate o folli degli individui. In questo senso esso rappresenta nelle nostre
società una forma di interdizione: non tutto è possibile o desiderabile, non
ogni desiderio è realizzabile e allora bisogna sanzionarne la realizzazione,
quindi non tutto è permesso o tollerabile.
Questo
ruolo essenziale del diritto va richiamato e sostenuto soprattutto in un
contesto individualistico e libertario, poiché anche i libertaristi, a modo
loro, si aspettano che il diritto sia conforme alle loro attese morali. Il
diritto ha un ruolo di mediazione che non può né tradurre completamente sul
piano giuridico la (supposta) verità dell'uomo, né conformarsi alle aspettative
libertarie. Limitando le forme di azione, ne sposa anche i limiti, persino
certe tare; è quindi tenuto a una certa tolleranza verso mali che la morale
condanna, ma di cui deve tenere conto (furto, divorzio, omicidio, violazione
dei contratti ecc.). Ecco perché la coscienza morale deve sempre mantenere una
distanza critica dalle leggi esistenti; infatti, il diritto organizza lo spazio
pubblico, ma non può costringere gli individui a conformarvisi in tutto e per
tutto: una legislazione che autorizza il divorzio non obbliga nessuno a
divorziare!
** DISCERNIMENTO CRISTIANO
* Vigilanza
Oggi
la retta vita morale, sia in famiglia sia nell'impresa, nel mondo politico o
nelle relazioni interpersonali, non è assolutamente scontata. Non si può
pensare che le leggi civili assicurino, nell'armonia e nella coerenza, le
condizioni della vita retta e, da parte sua, il disordine delle idee scuote i
riferimenti più fondamentali, come abbiamo visto riguardo alla dignità della
persona umana.
Se
questa situazione induce alcuni a ripiegarsi su sé stessi e a condannare
perlomeno verbalmente la società, obbliga altresì il cristiano che vuole essere
fedele all'incarnazione e aperto alla presenza dello Spirito nel nostro tempo
a intraprendere un difficile lavoro di discernimento. Nei Vangeli la
vigilanza è del resto la virtù cristiana più fortemente richiesta da Gesù nel
momento più decisivo della sua vita. I discepoli devono prestare attenzione
ai pericoli del presente come anche alle sue ricchezze: devono discernere con
intelligenza i segni dei tempi in situazioni storiche sempre equivoche.
Oggi meno che mai, e per le ragioni indicate sopra, essi possono contare sul
sostegno di principi assolutamente chiari o certi, così come non possono necessariamente
basarsi su leggi conformi alla loro morale (leggi permissive in vari campi e
lontane dalle prospettive evangeliche). Poiché non possono fuggire da questo
mondo sotto pena di infedeltà alla loro vocazione, devono giustamente vegliare,
non dormire sul comodo guanciale di una morale ben definita o di una
legislazione conforme a quella morale.
Questa
situazione li obbliga a ricorrere alla loro libertà nello Spirito, a non
dimenticare che la loro religione non è una religione del Libro o della legge,
bensì una religione dello Spirito. Dura esigenza, più dura e più esaltante di
quella che crede di potersi basare su una morale perfettamente coerente, del
resto inesistente tranne in qualche mente fantasiosa....
* Costruire la libertà
La
nostra situazione etica potrebbe essere definita nichilista. La confusione delle idee e dei valori turba la volontà,
che non può più contare su riferimenti chiari e ben definiti: non vede forse
che sotto gli ideali più alti, come quello della dignità della persona, si può
giustificare il ripiegamento individualistico più deciso, persino l'appello
alla sua soppressione? Non vede forse che sotto l'ideale (autonomia individuale) si nascondono valori di nulla, e
appunto di morte, che è la definizione stessa del nichilismo? Come aveva
anticipato Nietzsche con sorprendente chiarezza, questa situazione nichilista
distrugge la volontà dal di dentro e rovina la libertà, poiché quest'ultima non
sa più in base a che cosa ordinarsi, che cosa volere e che cosa scegliere.
Dubitando
del valore dei valori (traducono l'essere
o il nulla?), la volontà sprofonda nello smarrimento. Si scopre colpita,
perché non sa più che cosa volere e si chiede addirittura se può ancora volere
qualcosa piuttosto che il nulla; essa scopre così la sua propria inconsistenza,
la sua incapacità di decidere e di volere in un contesto nichilista dove tutto
si vuota, dove tutto si annulla, dove il peggio (il nulla e la morte) può
passare per il meglio (l'ideale e i valori) e viceversa. La volontà si distrugge
proprio perché non riesce a legarsi a valori unificanti.
In
questo contesto non si può più presupporre che la libertà sia scontata, oppure
si identifica la libertà con il capriccio individuale, con la vittoria della
pulsione immediata, con la fantasia dell'impressione momentanea; ci si
abbandona di fatto alla moda o al conformismo dominante, come risulta dal
comportamento di molti nostri contemporanei e soprattutto dei giovani che
proclamano a gran voce la loro autonomia, mentre sono schiavi di ogni sorta di
mode.
La
libertà va costruita e non può mai essere certa di aver raggiunto la propria
verità; deve comprendersi come un compito incompiuto, precisamente come un impegno
di vigilanza su sé stessi e sulle varie relazioni che si instaurano nella vita.
Ora questa libertà si costruisce perché, e quando, scopre di essere
desiderata, voluta, e dunque quando si rende conto di essere prodotta da altro
da sé. Questo ci colloca agli antipodi dell'individualismo moderno, il quale
crede ingenuamente e falsamente a un'autonomia quasi meccanica della libertà,
come se quest'ultima scaturisse dal semplice fatto di dirsi o volersi moderni.
La
fede cristiana offre un quadro simbolico eminente per la costruzione delle
libertà. Essa situa l'ascoltatore della Parola davanti
al desiderio di un Dio Padre che propone di entrare in una vita di alleanza
nella quale ciascuno e tutti sono chiamati nel Figlio ad aprirsi a uno stesso
Spirito. Lo Spirito di Dio, che è Spirito di amore e di comunione, che
bisogna accogliere a partire dalla sua umanità così «assunta» e vivificata.
L'appello a entrare nell'alleanza è anzitutto e essenzialmente desiderio puro
di Dio, non imposizione di un codice giuridico o di una legge costrittiva, ma
desiderio di un Padre che i suoi figli e le sue figlie rispondano al suo
desiderio con il desiderio di esistere come figli e figlie. Il desiderio di
Dio può e deve suscitare il desiderio di rispondere liberamente; esso risveglia
quindi la libertà a se stessa. Chi ascolta il messaggio evangelico non sente
forse di avere un valore infinito agli occhi del Padre e di essere chiamato a
rispondere liberamente per entrare nella comunione dello Spirito, gratuitamente,
generosamente, come Dio chiama gratuitamente, generosamente, senza altra
ragione se non quella di chiamare alla vita nello Spirito?
Nessuna
libertà si realizza pienamente se non si scopre anzitutto e fondamentalmente
come desiderata. E desiderata per se stessa, non come
agente sociale, partner economica, referente politico, ma per se stessa. La
fede cristiana presenta una Parola interamente finalizzata a promuovere
libertà corrispondenti al volere del Padre, cioè uguali a lui, che diventano
simili a lui nel Figlio e attraverso la vita del suo Spirito. Essa può quindi
strappare al nichilismo del qualunque cosa o del relativismo se e quando si
apre a questa Parola che provoca a essere qualcuno piuttosto che nulla. E non
si scopre questa Parola negli sconvolgimenti delle rivelazioni del Sinai, nelle
tempeste cosmiche o nelle pieghe del cervello rettiliano, ma nei volti dei
genitori, degli amici, delle persone che, molto concretamente, con la
testimonianza della loro vita, il loro stile di vita e il loro modo di
relazionarsi con gli altri, danno il gusto, quindi il desiderio di entrare in
quel genere di vita. La comunità dei fedeli, la Chiesa, suscita queste libertà
perché attraverso i suoi modi di essere (testimonianze, vita fraterna,
celebrazioni liturgiche, esperienze spirituali ... ) invita a essere qualcuno
che trova il suo posto nell'alleanza, a divenire quindi una persona che
possiede una dignità ricevuta da questa Parola, che la trae fuori dal suo caos,
dalla sua indegnità, dalla sua impotenza, per inserirla al suo posto nella
comunità dei figli e delle figlie di Dio.
* Gusto della vita retta
Il
messaggio evangelico proposto dalla comunità credente ha dunque un ruolo anti‑nichilista;
esso propone alle volontà sconfitte di non disperare; le impegna a rischiare
di esistere, scommettendo su una Parola che le chiama a uscire dal loro nulla e
dal loro caos (Parola creatrice e redentrice), che le chiama quindi a
rischiare, prendendo i sentieri della libertà.
Questo ruolo antinichilista non passa anzitutto attraverso prescrizioni morali
imperative che, proposte in modo diretto e rigido, rischierebbero di schiacciare
e scoraggiare, come rischiano di fare tante dichiarazioni opprimenti
provenienti dalle autorità. Esso consiste nel percepire nei volti un appello
che viene da più lontano e più in alto di sé stessi. Questo appello non si
ascolta una volta per tutte, ma, come parola di Dio presente nella nostra
storia, che sempre continua a stimolare in noi il desiderio di essere figli e
figlie di Dio. Solo così possiamo scoprire il gusto della vita retta (e santa),
cioè acconsentire al desiderio di non deludere il desiderio del Padre e di
restare all'altezza delle sue aspettative. La libertà si costruisce quindi a
partire da quest'appello ascoltato, che continua a risuonare lungo tutta
l'esistenza. Essa consiste essenzialmente nel desiderio di rispondere in modo
degno e generoso attraverso le varie relazioni che costituiscono la nostra
concreta umanità.
Ora
questo gusto di vivere bene trova nella nostra stessa umanità le
regole, i principi e i valori grazie ai quali è possibile essere all'altezza
della sua vocazione. Assumere la propria umanità nella rete delle relazioni che
la costituiscono (vita familiare, attività professionale, impegni sociali e
politici, esperienze estetiche ... ) pone davanti a un compito di umanizzazione
essenziale per ogni vita umana e cristiana. E’ dall'interno di questo compito
che noi scopriamo i doveri che esso richiede; se si ha il desiderio della
vita retta, si assumeranno non come un insopportabile fardello, ma come la
condizione di una vita sensata e gratificante. 0, piuttosto, il desiderio
della vita retta si rafforzerà e si confermerà a contatto con questi compiti
di umanizzazione di sé. Si assumeranno nella vigilanza e nel discernimento:
dove passa oggi la responsabilità di un padre o di una madre di famiglia,
quella di un educatore o di uno studente, quella di un imprenditore o di un
sindacalista o di un politico? Come abbiamo affermato sopra, non ci si può
affidare ciecamente all'ethos dominante, a meno di lasciarsi trasportare dalla corrente del
conformismo. Ma un cristiano animato dallo Spirito di Cristo dispone di riferimenti
che gli permettono di trovare vie di saggezza, soprattutto se si appoggia a
una comunità credente che lo aiuti nel discernimento.
Così
possiamo riprendere l'esempio iniziale relativo alla dignità della persona
umana. Un cristiano aperto all'appello di Dio sa bene di non essere amato e
«scelto» a causa delle sue specifiche qualità; Dio non lo ama perché dotato di
ragione o di intelligenza, di memoria e di progetti per l'avvenire. Un
cristiano scopre di essere amato e desiderato per se stesso e da se stesso,
indipendentemente dalle sue qualità intrinseche. Meglio ancora, sa di essere
amato nella sua stessa indegnità, perché un Padre degno di questo nome ama i
suoi figli anche se ingrati o indifferenti, anche se indegni e privi di
qualità. La venuta del Figlio dimostra fin dove si spinge questa elezione,
perché essa suppone che l'umanità, benché peccatrice, sia chiamata alla vita
dello Spirito. E il cristiano che medita la parabola del buon samaritano del
Vangelo di Luca scopre anche che la sollecitudine non dipende dalle qualità
religiose, sociali o intellettuali di colui che giace sul ciglio della strada,
bensì dalla solidarietà elementare verso un essere umano che non può esibire
alcun titolo per convincere a tirarlo fuori da una situazione virtualmente
mortale. Questa parabola esprime evidentemente la tipica relazione che esiste
fra Dio e l'uomo, il quale scopre che nella sua stessa indegnità è desiderato e
amato da Dio; essa illustra anche in modo paradigmatico ogni atteggiamento
morale fra gli uomini: la sollecitudine verso l'altro non deriva da una dignità
legata a qualità intrinseche, ma dalla
realtà della nudità umana; essa si applica all'uomo senza qualità e
senza virtù degne di onore. Siamo posti gli uni nelle mani degli altri ed è
persino il più indegno secondo le apparenze (malato, prostituto/a, criminale,
disabile ... ) a dover attirare la maggiore attenzione e provocare quindi la
maggiore vigilanza.
* Testimonianza della Chiesa
Nel
difficile contesto etico e morale di società individualistiche e libertarie,
le Chiese hanno un compito essenziale da svolgere. Ma devono trovare delle
modalità di presenza e di parola coerenti con il messaggio evangelico,
anzitutto coerenti con il desiderio di Dio verso l'umanità. Si potrebbe
affermare che, di fronte al nichilismo che ostacola le volontà e sconvolge il
senso dei riferimenti fondamentali, nulla è più importante del fare desiderare
la vita retta, suscitare il gusto di esistere, aprire al dinamismo della
creatività, quindi della libertà.
Non aspettarsi dalle leggi umane che
impongano una verità dell'uomo supposta nota, e neppure condannare una cultura
di morte facendo balenare un'illusoria civiltà dell'amore, ma proporre qui e
ora alle libertà di costruirsi, di volere essere al centro delle relazioni
umane più semplici e quotidiane. Infatti, bisogna provare il gusto della vita
retta, scoprire concretamente che il bene è desiderabile, che esso fortifica e
costruisce giorno dopo giorno una vita sensata e gioiosa, anche se non esiste
vera vita umana che non passi attraverso le prove e i sacrifici. Non si
tratta quindi tanto di denunciare quanto di promuovere il senso della
relazione, che strappa alle solitudini mortali di una società
individualistica.
Le
Chiese non devono quindi temere di intervenire nel dibattito democratico. Ma
devono intervenirvi suscitando iniziative, aiutando le libertà a scoprire le
dimensioni dei problemi, attirando l'attenzione sulla cecità collettiva riguardo
all'esclusione, alla povertà, alla malattia sia all'interno dei nostri confini
sia al di là di essi, come pure sulla grandezza delle imprese di costruzione
collettiva dello spazio pubblico. Perciò, esse possono e devono insistere sulla
solidarietà costruttiva delle relazioni umane con l'umanità globalmente
considerata, come pure nei riguardi dell'ambiente di cui siamo, secondo Dio,
incaricati e responsabili. Quando sono al servizio delle libertà e le aiutano
a essere all'altezza della loro vocazione, le Chiese fanno eco all'appello di
Dio Padre, il quale vuole che l'umanità si costruisca come una comunità
fraterna chiamata a vivere nello Spirito del dono e del perdono.
Paul
Valadier sj*
* Paul
Valadier, decano della Facoltà di filosofia al Centro Sèvres di Parigi, già
caporedattore di Esprit, ha insegnato all'istituto di studi politici e
all'Università cattolica di Lione.