Di Silvio Tessari da Italia Caritas novembre 2003 pp. 25-26
Annalena, mistica scomoda, «Hai insegnato ad amare»
Cara Annalena, ora che ti trovi
finalmente davanti a Colui che cercavi nei 'brandelli di umanità ferita'. ti
scrivo con tutta tranquillità una lettera. Non che prima non l'avresti letta,
ma ora la leggerai con calma, perchè non toglierà più tempo ai tuoi malati, ai
tuoi poveri, ai tuoi bimbi vocianti. Ti conobbi nell'ottobre '92 a Merca, su
quel promontorio dell'Oceano Indiano poco sotto Mogadiscio, mentre la Somalia
era in piena anarchia. Mi mandava la Caritas Italiana ad aiutarti, poi
sarebbero seguiti altri nostri medici, infermieri, logisti. Ricordi? Marina,
Stefano, Abeba, Santolo, Franca, Damiana, Enza... A Merca non era stato facile
scovarti. Bisognava atterrare a Mogadiscio sulla terra battuta, e il piccolo
aereo, prima di appoggiarsi, doveva passare raso terra per allontanare capre e
cammelli al pascolo. Poi quattro ore di pista, che l'autista somalo percorreva
a rotta di collo, con la scorta di improvvisate guardie del corpo, nella
speranza che altri uomini armati non tendessero agguati lungo la strada. Poi
bisognava trovarti, nel dedalo di stanze di fortuna che avevi occupato qua e là
e dove curavi centinaia di ammalati di tubercolosi, facevi scuola a centinaia
di bambini, davi da mangiare a non so quante persone: chi giaceva a letto, chi
a terra su una stuoia, chi veniva portato in carriola, e poi le file di chi
avanzava lento e piegato. Occhi tristi, tristi sorrisi. E poi bisognava seguirti,
se si voleva parlare con te, tra un malato e l'altro. Dall'alba a
notte fonda. A me, che pur pensavo di essere mattiniero, non è mai capitato una
volta, in tre anni, di sentirmi dire che eri ancora a dormire nella tua stanza.
Del resto, chi l'ha mai vista, la tua stanza? Una stuoia arrotolata, alle prime
luci del giorno, in un locale che poi serviva ad altro: questa era la tua
'stanza'. Tu che non facevi mai festa, mi hai chiesto subito di portare
dall'Italia una pianola e una fisarmonica per i tuoi malati. Si facevano delle
matte risate, quelli che avevano la forza di ridere, allo strazio di quella
musica e alle scenette comiche che si davano il venerdì nel cortile. Molti di
loro ti avranno accolto in cielo, ora, spintonandosi con l’esuberanza tipica dei
somali e discutendo tra loro su chi ti doveva salutare per primo. E tu avrai
dovuto convincere San Pietro a non spazientirsi, mentre ti indicava i banchi
dei confessori della fede.
L'ultima
beatitudine
Perché tu non
eri né una 'umanitaria', né una 'volontaria'. Intanto eri un carattere
ostinato, e per certi aspetti ruvido. Non ti piacevano i mass media, i
professionisti della cooperazione senz'anima, chi voleva metterti in riga, chi
faceva il furbo, chi era prepotente. Insomma, un bel po' di gente. Poi eri un
cavallo solitario, alieno alle logiche razionali e a volte fredde dei progetti
di aiuto e sviluppo. Inutile imbrigliarti, ma dove galoppavi tu
nessuno si sarebbe mosso. E qualcuno deve pur tracciare la prima pista.
Soprattutto, però, tu eri una mistica, folle di Dio e folle dei poveri. Non una
mistica che si riposa nella preghiera, ma che dalla preghiera si lascia
trasformare e sente il servizio ai poveri come un momento di estasi. E a dire il vero, per te non esistevano i poveri. Esistevano Abdi, Qassim,
Faduma, Amina... con le loro particolari necessità, che tu ricordavi con una
memoria prodigiosa. La preghiera e il servizio: da cui il
fascino e la difficoltà di capire una persona che vive già in un altro mondo,
mentre cura le piaghe del mondo presente, 365 giorni all'anno. Perchè ti hanno uccisa, tu, «dorma, cristiana, nubile» ‑ cioè
un 'disvalore', in una società islamica tradizionale? Banditi, vendetta,
fondamentalisti, anche se la maggior parte ti chiamava mamma? Tutto può essere,
io non m'inoltro su queste piste. Tu saresti stata un elemento destabilizzante
in qualunque società ti fossi trovata a vivere. La tua povertà non era un voto,
ma un fatto; il tuo non guardare in faccia a nessuno era un insulto quotidiano
al potere. Tu eri dolce e materna solo con i poveri. In realtà i poveri e i
semplici erano i tuoi padroni, e poichè sta scritto che non si possono servire
due padroni, ecco che l'altro padrone, il potente e il furbo, sotto qualunque
forma si presentasse, non ti vedeva di buon occhio. Prima o dopo doveva
capitarti quello che ti è successo. Anche se detto così, è offensivo. La tua
ultima ora ha piuttosto verificato l'ultima beatitudine: 'Vi perseguiteranno,
diranno ogni male di voi e crederanno di rendere gloria a Dio'. Sei dunque un
esempio da seguire? Pochi sarebbero in grado di seguire il tuo stile di vita. E
allora? Allora entro fra i tuoi eredi, non tanto perchè il tuo lavoro non vada
perso, ma perchè quella parte legittima che gli eredi si spartiscono diventi a
sua volta un talento da sfruttare da parte mia. Mi hai lasciato un impegno ad
amare i poveri, come fosse il cuore stesso che pulsa nel nostro corpo, a
cooperare senza legarsi ad alcun interesse se non quello dei poveri, ad aver
una fiducia in Dio che unisca l'abbandono di stampo islamico alla confidenza
filiale cristiana. Mi lasci l'eredità del perdono, difficile per i musulmani,
dicevi. Perchè, per i cristiani è facile? Mi hai insegnato a non corrompere il
mio spirito per riguardo alle persone o alle cariche. Non mi hai lasciato una
parte facile da amministrare. Ma ci proverò.
Ciao Annalena,
la pace sia con te – nabad ghelio, come
si diceva dalle tue parti.
di Gianfranco
Brunelli in Regno Attualità 18/2003 pp. 581-582
ANNALENA
TONELLI : La Parola, l'amore, la laicità. Vivere il battesimo in terra islamica
Una cristiana domani
La morte e la vita di Annalena Tonelli richiamano un poco il martirio di una cristiana dei primi secoli. Una donna giovane, colta, elegante, laica che sceglie il Vangelo sino alle estreme conseguenze. Annalisa sceglie di vivere il Vangelo in un luogo a maggioranza musulmana, religiosamente ostile, tra i più poveri della terra, sfigurato dalle malattie e dalle guerre.
Nel nascondimento
Parte nel 1969 per il Kenya. Ha 26 anni, una laurea in giurisprudenza
e un diploma in controllo della tubercolosi. Vive 17 anni tra la popolazione
nomade del Nord‑est del Kenya, impegnata prima nel lavoro con i disabili
motori e psichici e poi incaricata dal governo keniota della direzione del
progetto pilota per il controllo e cura della tubercolosi a Wajir. Questa sua
esperienza viene presentata al Congresso mondiale sulla tubercolosi tenutosi a
Nairobi nel 1978. Nel 1985 segue un corso di specializzazione sulla lebbra a
Fontilles, in Spagna, e consegue il diploma in medicina tropicale presso
l'Università di Liverpool, in Gran Bretagna. Nel 1987 si trasferisce in Somalia.
Diviene responsabile dei
controllo della tubercolosi nella regione di Hiraan; qui lavora nell'ospedale
di Belet Weyne e in vari ambulatori fino all'agosto 1990 e poi a Mogadiscio
fino alla fine dell'anno. Costretta ad abbandonare temporaneamente la Somalia a
causa della guerra in corso nel paese, vi rientra nel marzo 1991. Inizia un
programma di controllo della tubercolosi a Merca e a Brava (50 km a Sud di
Mogadiscio). Accoglie migliaia di affamati.
Salvata in extremis da un'esecuzione è costretta nuovamente a fuggire.
Nel 1996 rientra nel più tranquillo Somaliland, a Borama, dove avvia un programma
contro la tubercolosi. Quando vi arriva, l'ospedale ha 30 posti letto. Oggi ne
ha 350. Estende la sua azione alla prevenzione e al controllo dell’HIV, apre
una scuola per bambini non udenti e portatori di handicap, restituisce la
vista a 3.700 persone affette da cataratta. Lotta contro la mutilazione
genitale femminile.
Compiuti i 60 anni ad aprile,
a giugno era tornata in Italia per poi andare a Ginevra a ricevere il premio
Nansen per l'opera svolta in favore dei rifugiati. Aveva accettato il premio,
uscendo dal nascondimento, per i suoi malati e per la Somalia.
Le notizie sulla sua morte
sono scarne. Sapeva di essere in un grave e crescente pericolo. Era minacciata
a motivo della sua testimonianza, della sua opera, della sua denuncia. Il 5
ottobre, verso le 19, mentre entrava in casa, dopo la giornata trascorsa in
ospedale, due sicari armati di fucile le hanno sparato alla nuca. Non è morta
subito. Un cerchio di persone le si è fatto intorno per proteggerla. L’hanno
condotta in ospedale. La ferita era troppo grave.
«Partii ‑ aveva detto lo scorso anno, in Vaticano, in
occasione della giornata internazionale per il volontariato ‑ decisa a gridare il Vangelo con la mia vita, sulla scia di Charles de Foucauld, che
aveva infiammato la mia esistenza. Trentatré anni dopo, grido ancora il Vangelo
con la mia sola vita e brucio dal desiderio di continuare a farlo fino alla
fine ( ... ). All'inizio tutto mi era contro. Ero giovane, dunque non
degna né di ascolto né di rispetto. Ero bianca... Ero cristiana... Non ero
sposata».
Bisogna cercare tra le
parole di Annalena e guardare alla sua opera per cogliere il senso della sua
testimonianza di fede. Lei stessa ce l’ha raccontata in diverse lettere ai
familiari e in qualche rara testimonianza pubblica, come quella in Vaticano. Le
parole qui riportate risalgono al momento più critico della guerra civile
somala.
Il giardiniere
«La bellezza della terra, deifrutti, degli
alberi, deifiori, degli uccelli, del cielo che oggi cifaceva saltare e gridare
di gioia, forse non ha mai fatto prorompere in grida di esultanza nessuno di
quei contadini bruciati dal sole e risucchiati dalla miseria. Ci vuole un
giardiniere che ama per fare sbocciare una rosa. Di giardinieri per le masse
dei poveri non se ne trovano, se non rarissimi, viaggiando per tutte le contrade
del mondo» (7 giugno 1991, lettera ai familiari)
«Sono a Nairobi dopo essere stata
saccheggiata di tutto quello che avevo. La vita mi è stata risparmiata quando
pareva che anche quella fosse perduta. Purtroppo solo ieri mattina sono
riuscita a ottenere un nuovo passaporto e sto tentando tutte le vie possibili
per tornare dalla mia gente. Non èfacile. La Croce rossa internazionale che
gestisce i voli e gli aiuti si è trincerata dietro ilfatto che non può prendersi
la responsabilità di riportarmi in zona di guerra... sembra uno scoglio insormontabile
per il momento... Sanno che vado sempre in prima linea, che non conosco timore
quando si tratta di aiutare la mia gente. Ma è questione di giorni. Ce lafarò.
Il mio piano è di passare solo da Mogadiscio
dove per il momento è impossibile riprendere le mie attività di aiuto e di
andare invece a Merca dove lo staffini aspetta, dove ho casa, magazzini,
medicine, un po'dí cibo, l'ospedale chefunziona, l'ospedale TB in via di
sìstemazione, la MCH Clinic (clinica per la salute delle mamme e dei bambini)
interrotta solo a causa della miaforzata evacuazione il 19 novembre, la gente
che sta pulendo le
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il regno‑attualità 18/2003
strade e i recinti degli edifici pubblici saccheggiati, liberando le
strade dalla duna che le ha invase. Lo capi . sco che molti, moltissimi non
desiderino altro che fiuggire dalla Somalia, dimenticare gli orrori della
guerra, della violenza, della lottafratricida. Per me è differente. La mia
vita è per loro.per queipiccoli, quegli ammalati, quei poveri senza voce. lo
debbo essere con loro.‑ vivere e morire per loro» (4 dicembre 1991).
«Ed ecco che il Signore mi enedice. t
troppo straziante stare ntano dalla mia gente. Il popolo ' i poveri, gli
ammalati soffrono in misura che va al di là di ogni possibilità di narrazione.
Io, grazie a Dio, sono in molti sensi parte di loro inscindibile. Per me è
molto facile condividere con loro, servirli, essere di sollievo, conforto,
motivo di speranza per loro. Come fare a rimanere lontana? Certo è rischioso,
ma non ho timore. Se Dio vuole, prestissimo io sarò di nuovo con loro, e sarà
gioia grande e gratitudine infinita pur nel dolore del loro dolore, della loro
sofferenza, pur nello sgomento difratelli che si massacranofra loro, pur nella
necessità da cui non riesco a fuggire di dover essere testimone ogni giorno di
uno dei più grandi misteri di iniquità della mia vita.‑ dei grandi che
per una sete sfrenata, smisurata di potere hanno portato alla violenza,
all'odio, alla brutalità più efferata deifratelli contro i proprifratelli e
hanno precipitato in un baratro un'intera nazione. Mai piccoli, i senza voce,
quelli che non contano nulla agli occhi del mondo, ma grandemente agli occhi
di Dio, i suoi prediletti hanno bisogno di noi e noi dobbiamo essere con loro e
per loro... e non importa nulla se la nostra azione è come una goccia d'acqua
nell'oceano. Gesù Cristo non ha mai parlato di risultati. Lui ha parlato
soltanto di amarci gli uni gli altri, di lavarci i piedi gli uni gli altri, di
perdonarci sempre... E poi se avessimo tanto timore a esporci, se stessimo
afare calcoli di convenienza, comefaremmo mai a vivere la carità che non cerca
il suo interesse, che non tiene conto del male ricevuto.la carità che tutto
copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta? Perdonate. Non sono certo qui
per insegnare a nessuno. A solo per dirvi ciò
in cui credo, ciò che mi muove.
E qualsiasi cosa succeda, state tranquilli.
Dio sa e tutto è sicuramente grazia. Io la vivo così. Se potete, continuate ad
aiutare la Somalia. 1 poveri ci attendono. Dio ha bisogno di
mani . per servirli. Voi e io, solo che lo vogliamo, possiamo essere
quelle mani . » (7 dicembre 1991).
Solo Amore
1 media hanno
letto la notizia dell'uccisione di Annalena interpretandola sull'imminente
beatificazione di madre Teresa di Calcutta, annotandone come in una
dissolvenza incrociata le somiglianze: due donne che scelgono di stare assieme
agli ultimi tra gli ultimi, lo stile povero. Dimenticando che sia le somiglianze,
sia le differenze fra le due testimonianze fanno capo al Vangelo, non a
qualche modello di santità da comparare.
Annalena ha
condiviso la vita dei poveri attraverso la sua esperienza professionale. Ha
scelto il nascondimento, rimanendo lontana il più possibile dai media; è
rimasta laica: non si è fatta religiosa, né ha fondato congregazioni; dai
nomadi del deserto ha imparato a non strutturare pressoché in nulla la sua
opera (se non nell'indispensabile), sapendo che chi opera in zone di conflitti
può perdere tutto da un momento all'altro e deve poter ricominciare daccapo,
subito, senza sprechi.
Nella sua vita
e nella sua morte, Annalena ha tenuto ferme tre cose: l'amore per i poveri, il
riferimento costante alla parola di Dio, la laicità. In queste tre cose sta la
peculiarità e la novità della sua testimonianza. Ella ha percorso strade nuove
della carità in un contesto nel quale il cristianesimo è assoluta minoranza.
In tutto quel
che ha fatto l'ha mossa Amore. Amore
per i brandelli di umanità, per gli uomini nella loro indegnità, soli in mezzo
alla fame, alla malattia, alla violenza. Amore al di là della razza, della
cultura e della fede. Amore come incarnazione: parola di Dio resa carne, vita
intima di Dio con l'uomo. Amore come conformazione a Cristo.
Nella sua fede
laica, così libera e autorevole, Annalena ci dice oggi che per la santità basta
il battesimo. «Non sapete che quanti
siamo stati battezzati in Cristo Gesù siamo stati battezzati nella sua morte?
Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte,
perché come Cristofu resuscitato dai mortiper mezzo della gloria del Padre,
così anche noi possi . amo cammi . nare i . n una vita nuova» (Rm 6,3‑4).
Una cristiana domani.
Gianfranco Brunelli