(libera traduzione da A. BORRAS e B. POTTIER, La grace du
diaconat. Questions actuelles autour
du diaconat latin. Bruxelles 1998 pp. 106-115)
L’evoluzione della pratica ministeriale, a partire dall’alto medioevo, ha portato ad alcune rappresentazioni del clero diocesano “in esercizio”, in particolare dei preti, segnate dalla dimenticanza di una verità che veniva messa in luce dalle fonti liturgiche e patristiche e cioè che essere preti significava entrare a far parte di un “corpo”, cioè entrare in un ordine. Questa concetto non è mai stato totalmente assente neppure nella descrizione che si faceva dell’episcopato, anche se questa ha avuto approfondimento con l’affermazione della collegialità nel Vaticano II°.
Nel linguaggio corrente, e pure nei documenti ufficiali, è frequente sentir parlare di “prete” e di “diacono” al singolare. I testi conciliari invece (la Presbyterorum ordinis p.e. è il decreto sul “ministero e la vita dei preti”) parlano piuttosto di “preti”, e al momento di trattare del diaconato parlano di “Diaconi” (vd. LG 29; AG 15). Il Vat II° ha ricuperato il concetto di “presbiterio” e la realtà di un corpo presbiterale, a esso connesso. Il Presbiterio infatti designa l’insieme dei preti attorno al proprio vescovo e mai senza di lui, poiché ne è il capo. E l’ultimo concilio ha dato dimensione istituzionale al presbiterio istituendo i “consigli presbiterali”. Questa istituzione è sorta tra tanti tentennamenti ma nella maggioranza delle diocesi è comunque servita a scoprire l’idea di un corpo presbiterale solidale con il vescovo in virtù dell’unità di consacrazione e missione (PO 4).
Esiste quindi un “presbiterio” ma non un “diaconio” (esisteva invece un “diaconico” che era sia un locale tipo sacrestia, sia un libro liturgico con le rubriche che riguardavano il diacono, sia un libro di preghiera da recitarsi nella liturgia da parte del diacono). Ciò comunque non impedisce che il diaconato costituisca un “ordine”. Il termine non è di origine biblica. Appare con Tertulliano con il significato di : un collettivo, un gruppo, un corpo sociale. Ricordiamo che a Roma l’ordo amplissimus designava il senato e la coppia ordo et plebs era di uso frequente. Passerà nel linguaggio cristiano per indicare anzitutto il clero nel suo insieme come un ordine distinto dal laicato. La differenza sta nel gesto dell’imposizione delle mani, gesto sacramentale con il quale sono creati vescovi, preti e diaconi.
E’ solo a partire dal XII° sec. che il termine ordo/ordines diviene equivalente a ordinazione, con il significato attuale. E’ da notare che l’uso antico non faceva differenza fra “ordinare” “consacrare” “benedire”. E’ vero che nel linguaggio corrente antico il termine “ordinazione” non significava “essere incorporato a un gruppo”. Ma è pur vero che, nelle liturgie cristiane antiche, l’effetto dell’investitura tramite il gesto dell’imposizione delle mani era di far entrare in un ordine colui che veniva consacrato da questo gesto accompagnato da una orazione consacratoria.
Venire ordinati è concretamente venire incorporati nel rango dei diaconi, essere introdotti nel loro corpo, anche se dopo questa integrazione si accompagna all’affidamento di un incarico o di un ufficio ecclesiale propriamente detto, di una missione precisa o di un ministero ordinato. Integrato in questo “ordine” il diacono è chiamato – e si impegna quindi – a svolgere la sua funzione “con carità e semplicità di cuore, per aiutare il vescovo e i suoi preti, e per il progresso del popolo cristiano” (dal rito di ordinazione).
Certamente, a voler essere precisi nella preghiera consacratoria dei diaconi, nella parte necessaria per la validità della formula stessa, si constata che a differenza di quella dei preti essa non fa alcuna allusione all’ingresso in un “ordine”. Ma la stessa cosa si può evidenziare nel rito di ordinazione dei vescovi. E’ tutta la preghiera nel suo complesso che va presa in considerazione. Ebbene subito prima della formula consacratoria, si dice: “Tu che doni ogni grazia, che distribuisci le responsabilità e ripartisci i diversi ordini….”. E più avanti, quando si evoca l’edificazione della chiesa che Dio opera attraverso la varietà dei doni i vista del bene comune essa dice: “Per farla crescere in tempio nuovo, tu hai stabilito dei ministri in tre ordini diversi”.
Possiamo quindi dire che l’ordinazione integra in un ordine.
Mutatis mutandis, questo ordine può essere paragonabile al presbiterio il quale include sempre il vescovo che ne è il capo? Non fatichiamo a crederlo anche se la tradizione non fa riferimento a un “diaconio” analogo al “presbiterio”. Come il vescovo condivide con i preti un medesimo sacerdozio ministeriale, così egli spartisce la mediazione diaconale con i diaconi che l’aiutano nel “ministero della comunità” (LG 20b). E’ vero che tra il vescovo e l’ordine dei diaconi non c’è una unità di consacrazione e di missione come quella riconosciuta fra il vescovo e i preti e che riposa sul ministero sacerdotale (cf. LG 28a). Ma dal punto di vista del “ministero della comunità” – e in questo caso il termine “ministero” è un temine che ingloba qui anche tra l’altro il sacerdozio – c’è una unità di consacrazione e di missione che riposa sul servizio di edificazione della comunità: i diaconi prendono parte al ministero della comunità di cui il vescovo è il primo titolare, il soggetto principale, ma non il solo poiché egli ha dei collaboratori, nel caso i diaconi.
Questa integrazione a un ordine è ricca di conseguenze per una buona comprensione del ministero e la promozione della meravigliosa varietà dei carismi di cui è dotato il popolo di Dio (cf. LG 30 e 32a). E non è inoltre senza interesse per una spiritualità del diaconato se si mette in relazione al postulato che è “il ministero nella sua totalità” che indirizza la loro vita alla perfezione (cf. PO 12c). In modo analogo all’ordine dei preti, è l’esercizio leale, instancabile del ministero che è, per i diaconi, il mezzo autentico di arrivare alla santità (cf. PO 13a; c. 276, p. 1).
Teologicamente parlando l’ingresso in un ordine, qui l’ordine dei diaconi, richiama un elemento essenziale del ministero. Nella chiesa non si è mai ministri da soli, ma sempre in un gruppo, appunto nell’ordine diaconale, alla maniera del presbiterio e del collegio dei vescovi. E d’altra parte non è l’ordine, diaconale nel nostro caso, che solo può esprimere, nella diversità e molteplicità delle sue realizzazioni concrete, ciò che è il ministero diaconale?
E’ l’ordine diaconale come insieme che può a un tempo comprendere e sviluppare la triplice diaconia della parola, della liturgia e della carità alla quale si impegna l’ordinando al momento dell’ordinazione. Allo stesso modo che un prete non può da solo rappresentare né dare pienezza a tutte le ricchezze del presbiterio – o un vescovo a quelle del collegio episcopale – così un diacono
non può lui da solo esprimere e mettere in opera tutta la ricchezza della triplice diaconia.
C’è una seconda conseguenza che viene dalla valorizzazione del diaconato come “ordine”. Essa riguarda la cattolicità della chiesa e la sua missione. E’ il diaconato come ordine infatti, come gruppo, che può meglio assicurare una autentica cattolicità al ministero. Non un diaconato vissuto individualmente e nemmeno un diaconato come somma di individualità, ma è l’insieme dei membri dell’ordine diaconale che è il più adatto a rispondere ai bisogni, ministeriali e altro, della chiesa realizzata “in questo luogo”. Più i membri sono differenti e allo stesso tempo complementari nelle loro sensibilità, negli itinerari, nella spiritualità, nelle competenze ecc. meglio essi possono realizzare una benefica inculturazione dell’annuncio del vangelo. Questo lo si sperimenta nel presbiterio dove la diversità e la complementarietà consentono di assicurare al meglio le presidenza di comunità parrocchiali diverse tra loro e di far fronte agli altri bisogni della missione: un prete è più adatto a un contesto popolare, un altro alla pastorale urbana, un altro ancora la cappellania carceraria. Ciò è ancora più vero per i diaconi permanenti i quali, di norma, continuano a esercitare le loro responsabilità professionali, familiari, sociali e altro. E’ la diversità di questi inserimenti secolari ed ecclesiali che consente all’ordine diaconale di tradurre al meglio il proprio ministero, di essere il sacramento di Cristo Servo e di suscitare la diaconia del popolo di Dio, “in questo luogo”, nella pluralità dei suoi componenti e nella varietà dei carismi, cioè nella sua cattolicità.
C’è infine un’altra ragione da sottolineare la realtà dell’ordine dei diaconi a fianco di quello dei vescovi e dei preti. L’ordine inteso come gruppo esprime un esercizio collegiale o piuttosto collettivo del ministero. Questa modalità di esercizio – in equipe potremo dire – trova il suo posto a fianco dell’indispensabile esercizio personale del ministero e della sua articolazione con la comunità ecclesiale.. E’ una delle richieste del documento ecumenico “battesimo eucaristia e ministero” del 1982 che merita di essere qui riportato per esteso:
“Tre considerazioni sono importanti a questo proposito.
Il ministero ordinato dovrebbe essere esercitato secondo un modello personale,
collegiale e comunitario.
- personale: una persona ordinata per proclamare il vangelo e invitare la comunità a servire il Signore nell’unità della vita e della testimonianza manifesta più chiaramente la presenza di Cristo in mezzo al suo popolo.
- collegiale : cioè bisogna che un collegio di ministri ordinati condivida il compito di rappresentare le preoccupazioni della comunità
- infine la relazione stretta fra ministero ordinato e comunità deve trovare la sua espressione in una dimensione comunitaria e cioè l’esercizio del ministero ordinato deve essere radicato nella vita della comunità e richiede la sua partecipazione effettiva nella ricerca della volontà di Dio e della guida dello Spirito.”
Se il ristabilimento del
diaconato mette in opera questa modalità “collegiale” del ministero diaconale,
ciò potrà incoraggiare, almeno per osmosi, un esercizio più collegiale del
ministero presbiterale. Più ancora, dal punto di vista ecumenico, la
restaurazione di un ordine diaconale che esercita permanentemente il ministero,
favorirà un riconoscimento dei ministeri delle diverse chiese che, oggi, non
sono ancora in piena comunione.
Si intravedono le
conseguenze pastorali e spirituali di una valorizzazione del diaconato come
“ordine dei diaconi”. Anzitutto un diacono ordinato di fresco si aggrega a un
corpo diaconale che lo precede ed è già all’opera nella chiesa locale. Inoltre
l’ordine diaconale ha una storia, recente certo ma pure feconda per la
pastorale della diocesi e, di riflesso, per il rinnovo del ministero nella
chiesa, a motivo di questi nuovi attori e i necessari aggiustamenti del
ministero al suo interno.
Così pure i diaconi si
ricorderanno che se la Chiesa li ha un giorno chiamati è perché essa aveva
bisogno di loro, ma ciò nell’esercizio di un ministero che si inscrive sempre
nella missione assunta nell’ordine dei diaconi in comunione con il vescovo e i
preti. Parliamo di umiltà? E perché no! In ogni caso di modestia e di saggia
docilità, perché è dai loro predecessori e dai loro compagni nel ministero
diaconale che i nuovi diaconi impareranno ad apprezzare la missione conferita
al loro ordine.
La diversità degli
incarichi assunti dai diaconi farà pure percepire la loro complementarietà
nella realizzazione della triplice diaconia. L’immagine muta a seconda del
luogo : qui il diacono potrà essere anzitutto assistente del parroco in un
paesaggio ecclesiale dove i preti vanno rarefacendosi; là è un militante “a
tutto campo”; in altra parte lo si vedrà responsabile delle istituzioni
caritative ecclesiali. Dipenderà dal modo in cui si garantirà una pluralità di
inserimenti e di impegni – concretamente ciò dipenderà dalla politica delle
nomine e dalla vigilanza episcopale – che si offrirà un’immagine a un tempo
consistente e credibile del “nuovo diaconato”. Non dimenticando comunque che
nell’esercizio della triplice diaconia che compete all’ordine dei diaconi sarà
sempre, almeno in linea di principio, la diaconia della carità che colorerà le
diaconie della parola e della liturgia.
La valorizzazione
dell’ordine diaconale ha ugualmente come conseguenza che nessun diacono può
pretendere di realizzare tutta la funzione diaconale. Essa contribuisce a
scartare ogni velleità monopolista: nessun ha l’esclusività del diaconato. E
sul piano delle rappresentazioni, nessuno incarna lui solo il diaconato. E ciò
dovrebbe avere un effetto trainante sul popolo cristiano: a loro volta i
battezzati comprenderanno che essi pure hanno mutuamente bisogno gli uni degli
altri per realizzare la meravigliosa varietà dei carismi che anima e struttura
il popolo di Dio.
E’ importante comprendere
bene tutte le implicanze di un “ordine” dei diaconi per ben pensare e
soprattutto ben vivere la “fraternità” diaconale. In un buon numero di diocesi,
la restaurazione del diaconato permanente ha molto presto suscitato la nascita
di una “comunità diaconale” (a volte chiamata “fraternità diaconale”) come
luogo di scambio, di condivisione e di formazione. Concretamente le riunioni
danno corpo, per così dire, all’ordine dei diaconi al di fuori delle
celebrazioni liturgiche specialmente le ordinazioni. Esse sono da incoraggiare
perché creano un legame di stima e di collaborazione. Esse consentono inoltre lo scambio fraterno e
l’approfondimento spirituale e talvolta pure un confronto sui bisogni della
missione in un luogo. Per questo non conviene ridurre la “comunità diaconale”
alla vita spirituale dei diaconi ma conviene prendere in considerazione pure i
loro rispettivi ministeri. Ciò non significa pretendere che questo corrisponda
al consiglio presbiterale dei preti (PO 7a e cc. 495-502). Il consiglio
presbiterale non è il consiglio dove si tratta delle questioni relative alla
vita e la ministero dei preti; esso è piuttosto un’istanza di governo che
associa i preti all’esercizio del ministero episcopale, a partire dall’unità di
consacrazione e di ministero fra vescovo e preti sul piano della mediazione
sacerdotale, e cioè la presidenza e la direzione della comunità.
A differenza del consiglio
presbiterale, la “comunità diaconale” potrebbe essere il “consiglio del
diaconi” [va ricordato che molte diocesi si sono dotate di un “consiglio del
diaconato” composto dai responsabili diocesani dell’ammissione dei candidati,
della formazione iniziale e permanente e dell’accompagnamento dei diaconi. Esso
comprende il vescovo, sovente il vicario generale, alcuni preti e diaconi
implicati in questi compiti].
Ma è il caso di pensarlo e
viverlo senza la presenza del vescovo che lega nel suo ministero la mediazione
diaconale presa in carico dai diaconi? Che dire sulla presenza delle spose agli
incontri di queste fraternità? Essa ha un senso perché esse, in un modo o in un
altro, prendono parte alle preoccupazioni pastorali dei loro mariti, e talvolta
all’esercizio stesso di certi compiti del loro ministero. Ma se si afferma il
principio della loro partecipazione abituale, si potrà veramente parlare di
“consiglio dei diaconi”? Va detto che a trent’anni dalla restaurazione del
diaconato permanente si può certo tirare delle conclusioni dalle diverse
iniziative, ma si deve comunque mantenere anche la prospettiva
dell’apprendistato. E’ il caso appunto della “fraternità diaconale” e conviene
farlo nella più grande coerenza teologica e canonica con la natura del
diaconato e nella sua articolazione con gli altri ministeri della chiesa
locale.
Notiamo infine un aspetto
particolare della realizzazione del ministro diaconale: se l’ordine del
diaconato è al servizio del vescovo, egli esercita pure il suo ministero a
servizio del presbiterio, di cui il vescovo è il capo. I diaconi infatti si
impegnano a svolgere il ministero “in aiuto al vescovo e ai suoi preti”. E’
così che fanno progredire il popolo cristiano. Si può dunque rimanere perplessi
davanti ad alcune proposte per le quali i diaconi sarebbero al servizio del
vescovo e non dipenderebbero dai preti. Il semplicismo di tale affermazione
trascura almeno due cose.
Da una parte la mediazione
diaconale che si lega al ministero episcopale si svolge al servizio di una
chiesa locale le cui comunità sono presiedute da preti. In un modo o nell’altro
il ministero dei diaconi si incrocia con quello dei preti. I primi, l’abbiamo
già detto, sono a servizio della convocazione ecclesiale “in fieri”, nel suo
farsi; i secondi esprimono, nella presidenza delle comunità, il principio della
convocazione ecclesiale sempre “data”.
E d’altra parte non
esistono in una diocesi i diaconi e i preti in astratto: sono sempre diaconi e
preti incaricati di tale o tal’altro ufficio. E’ dunque in relazione agli
impegni ministeriali concreti assegnati agli uni e agli altri che si
strutturano poi le relazioni tra loro, che si vive la comunione nel ministero
e, all’occorrenza, l’obbedienza a un superiore. Un diacono impegnato
principalmente nella pastorale parrocchiale eserciterà il suo ministero “sotto
l’autorità del parroco” (a imitazione del vicario parrocchiale cfr. c. 545 p.
1). E d’altra parte un diacono responsabile della carità, cancelliere nella
curia diocesana o membro di un consiglio economico ella diocesi, potrebbe avere
ai suoi ordine dei preti. Non si deve riconoscere che certe difficoltà di
relazione o di collaborazione sono ancora sottese a una certa rappresentazione
della subordinazione lineare del diaconato? Ed è anche questa una sfida alla
coscienza di sé dell’ordine dei diaconi: più essi approfondiranno la loro
condizione di corpo la cui mediazione diaconale si lega al ministero
episcopale, più essi comprenderanno come, grazie al vescovo, il loro ministero
di convocazione ecclesiale “in via di realizzazione” richiama/esige quello dei
preti, suoi collaboratori nella mediazione sacerdotale.