Severino Dianich in  “Vita Pastorale” 12/2003 pp. 89-91

 

Tutti i fedeli sono mediatori tra Dio e il mondo

Il sacerdozio “laico” di Cristo e dei cristiani

 

Per gli uomini dei suo tempo Gesù era quello che noi diremmo un laico.

In realtà con lui è mutata la concezione del sacerdozio,

non più legato ai riti, ma all'esistenza, alla vita intesa come oblazione.

Questo vale per tutti i credenti in Cristo.

Lungo la storia, però, i cristiani laici sono stati privati dei loro carattere sacerdotale.

Ecco com'è possibile recuperarlo.

 

A chi non avesse molta confiden­za con la lettera agli Ebrei o fosse stato indotto da una tra­dizione esegetica edulcorata a ve­dervi preannunciato il carattere sa­cerdotale dei ministri della Chiesa, vorrei consigliare di mettersi con animo spregiudicato di fronte a que­sto testo, solo a prima vista un po' enigmatico: «Infatti, mutato il sacer­dozio, avviene necessariamente an­che un mutamento della legge. Que­sto si dice di chi è appartenuto a un'altra tribù, della quale nessuno mai fu addetto all'altare. E’ noto in­fatti che il Signore nostro è germo­gliato da Giuda e di questa tribù Mosè non disse nulla riguardo al sa­cerdozio» (Eb 7,12‑14).

 

* Una concezione mutata

 

Basterà un commento elementa­re per renderci conto di quale rivo­luzione abbia operato il Nuovo Te­stamento sostenendo che Gesù è il grande unico sacerdote del mondo: nel dir questo, tutta la concezione del sacerdozio appare mutata («In­fatti, mutato il sacerdozio ... ») e di conseguenza c'è anche «un muta­mento della legge» che governa il popolo di Dio. Era necessario, dice­va il versetto precedente, «che sor­gesse un altro sacerdote alla manie­ra di Melchisedek, e non invece alla maniera di Aronne». Gesù infatti è un sacerdote di tipo completamen­te nuovo, tanto che non viene dalla tribù sacerdotale di Aronne, ma di­scende dalla tribù di Giuda: egli in­fatti non si è mai rivestito dei palu­damenti sacri, non è mai entrato nel santuario, mai ha compiuto i riti sa­cerdotali della legge.

 

Dal punto di vista socio‑religioso e giuridico, in termini contempora­nei potremmo dire: Gesù era un laico. Per l'autore della nostra lettera quest'idea era tanto importante che, lungo tutta la sua scrittura, egli nep­pure nomina l'unico gesto rituale di Gesù che si sarebbe potuto interpre­tare come un gesto sacerdotale: cioè il rito del pane e del vino della sua ultima cena. Egli ci vuol trasmettere l'impressione forte che l'antico ruo­lo sacerdotale della mediazione è tutto concentrato in Cristo e che il sacerdozio di Cristo è tutt'altra cosa rispetto al sacerdozio levitico.

 

Se nella tradizione cattolica il ra­dicalismo della lettera agli Ebrei è stato attutito e la sua dottrina è sta­ta filtrata dal quadro del sacerdozio gerarchico, ciò è accaduto perché i Riformatori avevano assunto il te­ma del sacerdozio dei fedeli come loro cavallo di battaglia e ne aveva­no impugnato l'imponenza per ridi­mensionare, quando non per demo­lire, il sacerdozio dei preti e dei ve­scovi. Oggi però sentiamo il biso­gno di valorizzare il carattere e le funzioni sacerdotali del popolo di Dio e di quella parte dei cristiani che ne costituisce la stragrande maggioranza, cioè i cristiani laici.

 

* Il Nuovo Testamento

 

A questo proposito il NT spazza via il falso proble­ma che invece tante volte domina le nostre discussioni: non si tratta di attribuire ai laici un ruolo maggiore nella liturgia e nella vita interna del­la comunità.

Si tratta, invece, di prendere sul serio il fatto che la con­cezione fondamentale del sacerdo­zio è mutata e che il primo campo del suo esercizio non è la liturgia: l'opera salvifica di Cristo non è con­sistita nell'invenzione di nuovi riti, bensì nella sua vita vissuta come oblazione totale al Padre al servizio degli uomini, dal suo concepimento nel grembo della Vergine alla sua se­poltura nel seno della terra. Con la sua risurrezione e con il suo ingres­so nel "santuario celeste", egli ha portato la sua esperienza di dedizio­ne, vissuta nella sua carne umana, in seno alla divinità.

Il suo sacerdo­zio esistenziale, vissuto nei fatti del­la vita comune, è ora consegnato ai credenti per il solo fatto di essere credenti e quindi viventi in Cristo: questo è il sacerdozio cristiano fondamentale sia dei preti che dei laici.

 

Per comprenderne più a fondo la novità, oltre alla meditazione della lettera agli Ebrei, è necessario met­tersi di fronte al celebre testo del vangelo di Giovanni (cap. 2), in cui Gesù, dopo aver contestato violen­temente il mercato nel tempio, por­ta il suo discorso ben oltre il proble­ma, un po' scontato, della commi­stione fra denaro e preghiera.

Interrogato sulla ragione che egli avrebbe potuto accampare per prendersi il diritto di protestare nel tem­pio, Gesù risponde lanciando una sfida: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Gv 2, 19). Era come dire che il tempio poteva anche essere distrutto per sempre; la sfida riguardava due real­tà: il tempio di pietre che di fatto, dopo due decenni, sarebbe stato di­strutto davvero, e quello della sua vita, di lui stesso, che poteva essere tolto di mezzo e ucciso. Dalle rovi­ne di questi due "templi" egli avreb­be fatto sorgere, nuovo, il vero tem­pio eterno, il suo corpo risuscitato. L'evangelista chiarisce esplicita­mente il suo pensiero: «Gli dissero allora i Giudei: "Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?". Ma egli parlava del tempio del suo corpo» (Gv 2,20‑21).

 

All'immagine del tempio farà eco san Pietro: i cristiani sono come pie­tre poggiate su Gesù a formare il tempio "spirituale", cioè abitato dal­lo Spirito, nel quale si offrono a Dio vittime "spirituali", cioè azioni ani­mate dallo Spirito (1Pt 2,4‑10).

All'immagine del corpo si riferirà san Paolo, esortando i cristiani a of­frire i loro corpi a Dio, poiché questo solo è il culto ragionevole (logikè la­treia, Rm 12,1).

 

Se ne deduce che, come il corpo di Cristo, così i corpi dei cristiani sono il luogo della me­diazione sacerdotale fra l'uomo e Dio. Dire "il corpo" significa indica­re tutto ciò che l'uomo fa con il suo corpo (camminare, lavorare, parla­re, relazionarsi con gli altri, amare, generare, costruire, ecc.) e anche, al­la fine, morire. Ebbene, tutto questo nell'esistenza credente, vivente in Cristo, è opera sacerdotale, vera me­diazione fra il mondo e Dio: è il sacer­dozio laico di Cristo e dei cristiani.

 

* Una concezione riduttiva

 

Paradossalmente lungo la storia i cristiani laici, almeno di fatto se non nella dottrina, sono stati spos­sessati del loro carattere sacerdota­le e i ministri ordinati se ne sono fat­ti carico in maniera esclusiva, sacra­lizzandolo e ritualizzandolo. Si è parlato allora di sacerdozio dei fede­li in un senso spiritualistico, quasi che preti e vescovi fossero sacerdoti davvero, mentre il sacerdozio dei fe­deli laici ne rappresenterebbe un ri­verbero presente nelle loro intenzio­ni più che nelle loro azioni.

 

Di questa concezione riduttiva il concilio Vaticano Il ha fatto giusti­zia, anche se la Lumen Gentium, per una certa sua timidezza al proposito, accentua l'esercizio del sacerdozio da parte dei fedeli nelle celebrazioni sacra­mentali rispetto alle azioni della vi­ta comune (LG 10s; 34). Pur prefe­rendo la categoria di "apostolato", Apostolicam Actuositatem invece sottolinea con forza il ca­rattere sacerdotale dell'impegno dei laici nel mondo: essi «sono depu­tati dal Signore stesso all'apostola­to. Vengono consacrati per formare un sacerdozio regale e una nazione santa onde offrire sacrifici spiritua­li mediante ogni attività e testimo­niare dappertutto il Cristo» (AA 3).

 

Il sacerdozio dei laici sarà, quin­di, un sacerdozio a tutto campo. In maggioranza sposati, vengono con­sacrati alla vita coniugale e familia­re con il sacramento del matrimo­nio. A differenza dei chierici e dei religiosi esercitano un mestiere o una professione che li inserisce nel­la vita sociale. Come cittadini assu­mono le loro responsabilità sociali e politiche dentro la società civile.

Come membri del popolo dì Dio hanno il carisma (derivato dal batte­simo) e hanno il diritto e il dovere (sancito anche dal Codice di Diritto Canonico) di evangelizzare, comuni­cando la fede alle persone con le qua­li entrano in contatto: sono quindi il soggetto ecclesiale di base, attraver­so il quale la Chiesa compie la sua missione nel mondo. La loro vita, vis­suta nella fede alla sequela di Cristo, nella dedizione ai fratelli per amore di Dio e degli uomini, è il primo ed elementare servizio che la chiesa ren­de agli uomini per la gloria di Dio in vista del suo Regno (vedi AA 4).

 

* Alcune conseguenze

 

Se il grande tema del sacerdozio comune è diventato lungo la storia un aggrovigliato problema, lo si de­ve al fatto che, quando si è ritenuto che ormai tutto il mondo (che poi era solo la parte di mondo che in questo o quel tempo era conosciu­ta) fosse diventato cristiano, è sem­brato che la Chiesa non avesse più di fronte a sé un destinatario della sua azione. Si è quindi trasferita la dinamica della mediazione all'inter­no del corpo cristiano, sostituendo all'idea del popolo cristiano come mediatore fra Dio e il mondo la figu­ra dei clero come mediatore fra Dio e il popolo cristiano.

 

A questo si è aggiunto un proces­so di ritualizzazione del ministero cristiano, per il quale i sacramenti delle celebrazioni rituali hanno pre­so la prevalenza sul sacramento dell’esistenza, declassando le opere del cristiano (che pur sono segno e strumento della grazia di Dio) ad at­tività profana, da svolgere in obbe­dienza ai comandamenti, ma priva di valore salvifico per il mondo.

 

La soluzione, perciò, del proble­ma dei laicato non va cercata nell’at­tribuire ai laici nuove e ulteriori fun­zioni all'interno della comunità, bensì in una maturazione dell'auto­coscienza ecclesiale, per cui la Chie­sa senta e viva come suo tutto ciò che i laici operano nel mondo, tanto quanto sente e vive come suo ciò che fanno i ministri ordinati: que­sto è, infatti, il primo e fondamenta­le esercizio del suo sacerdozio.

 

A livello teorico bisogna superare l'idea che l'azione dei laici nel mon­do non è azione della Chiesa: essa non ne resterebbe determinata né in alcun modo ne sarebbe responsabi­le.

A livello pratico si tratta di far ri­fluire all'interno della comunità quanto i laici operano nel mondo: la vita di una comunità parrocchiale ha bisogno di lasciarsi determinare a fondo dalle esigenze della missio­ne vissuta dai laici nel mondo.

Se i consigli pastorali fossero rap­presentativi non solo delle attività interne alla comunità, ma anche del­le professioni e delle posizioni tenu­te dai laici nel mondo, la Chiesa sa­rebbe molto più capace di integrar­si nella società e di servirla in ordi­ne alla comunicazione della fede e cooperando al bene comune.

Lo stesso esercizio del magistero potrebbe e dovrebbe lasciarsi deter­minare, per esempio in materia di mo­rale coniugale e in ordine alle respon­sabilità politiche della Chiesa, dall’esperienza di fede di coloro che, in forza dei sacramenti del matrimonio e del battesimo, sono dotati in questi ambiti di loro specifici carismi.