IL DIACONATO - MINISTERO ORDINATO

FRA MATRIMONIO E PROFESSIONE

 

(relazione di don Severino Dianich al Convegno per I Diaconi del Triveneto tenutosi a Vicenza il 22 settembre 2002) (NB.: la trascrizione non è stata rivista dall ‘autore)

 

 

E’ sempre piacevole ritrovarsi assieme, nell’ambiente dei diaconi; ambiente che rappresenta senza dubbio per la Chiesa del Concilio Vaticano II° un avvio nuovo di vitalità, che dovrà ancora mostrare la pienezza, la ricchezza dei suoi frutti. In questo caso, rispetto ad altri ho il vantaggio di aver avuto proposto un punto preciso, ben determinato, della problematica assai vasta del ministero diaconale.

Un punto che naturalmente non è mai del tutto assente dalle considerazioni, dalle riflessioni sul ministero diaconale; un punto che però qui viene messo in primo piano e cioè il rapporto tra il ministero , il matrimonio e la professione.

 

1. Premessa

La persona e il ministero del diacono hanno una forma complessa, e direi più complessa da questo punto di vista della figura del prete e del vescovo, proprio perché abitualmente la persona e il ministero del diacono assomma in sé tre sacramenti; non obbligatoriamente, ma indubbiamente nella grande maggioranza dei casi: battesimo, ordine e matrimonio.

La presenza dei tre sacramenti non può ovviamente essere considerata un fattore contingente o di scarsa rilevanza per il configurarsi complessivo del senso di questo ministero.

Il matrimonio non fa parte costitutiva del quadro del diaconato perché il diaconato, anche quello permanente, precede il celibe, il votato al celibato; però la situazione diffusa, di fatto, è quella della presenza dei tre sacramenti, con la loro grazia specifica e con le loro conseguenze specifiche.

I tre sacramenti congiungono sul piano della vita quotidiana tre ministeri:

il ministero proprio derivato dal sacramento dell’ordine

il ministero proprio, e parlerei di ministero proprio nel senso pieno della parola, derivato dal sacramento del matrimonio

e tutta l’ampiezza dei ministeri che vengono dal battesimo, e qui ovviamente il discorso si ramifica e si fa complesso.

Dal battesimo viene certo anche la base del ministero del vescovo e del prete (il vescovo non dice "sono un ex prete" e io non dico "sono un ex cristiano") —

Quindi è chiaro che il battesimo ha una base generale però è anche vero che il sacramento dell’ordine staglia dentro al quadro del corpo dei battezzati un ministero particolare, mentre la stragrande maggioranza dei battezzati dal battesimo ricevono impulso e grazia alla vita laica.

Quindi è chiaro che il battesimo è la basa sacramentale di ogni ministerialità della Chiesa. Però è vero anche qui, per un dato di fatto, che già dal battesimo, nell’insieme dell’esperienza della Chiesa ricaviamo soprattutto la grande fioritura, la immensa ramificazione, dei ministeri dei laici, dei più vari, più diversi ministeri dei laici. Ministeri che si esercitano anzitutto nella normale posizione della società, soprattutto attraverso alla professione. 

Da questa complessità quindi, che caratterizza la figura del diacono per la presenza dei tre sacramenti, derivano problemi pratici che tutti voi avete vissuto e vivete, e soffrite anche.

Nella vita quotidiana è il problema pratico della compatibilità, di molte cose da mettere insieme.

Dietro questo problema pratico, che è problema di orari, di tempi, di agenda, di pensieri e di affanni; molte volte, dietro tutto questo, a livello più profondo, c’è il problema di una spiritualità che ha bisogno di integrare questi diversi aspetti in modo tale da sostenere interiormente una personalità compiuta e non schizofrenica, non divisa, non dispersa, ma realizzata in pienezza nella sintesi di questa ricchezza di carismi che il diacono porta dentro di sé.

Posta questa premessa allora lo schema della mia riflessione viene da sé, è comandato.

Vediamo prima di tutto di raccogliere qualche osservazione da questo grande, vastissimo tema dei ministeri laicali, in quanto frutti della base battesimale;

raccogliamo qualche osservazione sul ministero del matrimonio e poi come queste cose si integrano nella figura del diacono in forza del sacramento dell’ordine.

 

2. Dal battesimo ai ministeri tipicamente laicali

Il battesimo fa il Cristiano, lo arricchisce di tutti i carismi necessari perché sia un Cristiano; cioè nella maniera più semplice e più ovvia un testimone di Gesù Cristo nel mondo.

Cristiano è prima di tutto questo: uno che ha creduto in Gesù Cristo, che è stato raggiunto e colmato, rifatto e ricreato dalla grazia del sacramento, è nel mondo con questa missione,

con questo compito: essere testimone di Gesù Cristo.

Poter dire al mondo che Gesù Cristo c’è stato, è vissuto, che ha detto e fatto certe cose, che ha portato la rivelazione di Dio, che si è imposto alla mia, alla nostra coscienza di credenti come nostro Salvatore, la fonte di ogni speranza che noi possiamo avere nella vita, per la nostra vita personale e per la vita degli altri e del mondo intero.

Questa è la missione fondamentale propria di ogni cristiano in forza della sua fede e in forza del battesimo ricevuto.

Per far questo lo Spirito Santo arricchisce il credente dell’ampiezza dei carismi. Non sarebbe molto utile, molto giovevole da nessun punto di vista, cercare in maniera sottilizzante di distinguere fra doni particolare e speciali, non si sa perché, straordinari e quelle che sono abitualmente a livello antropologico quelle che chiamiamo le attitudini, le qualità le professioni, le inclinazioni della persona.

Lo Spirito santo mi crea come Cristiano e non mi crea, diciamo volgarmente, con lo stampino; ma mi crea muovendomi dal di dentro, portandomi all’adesione libera a Gesù Cristo, nella quale io porto con me, appunto ricreate dallo Spirito Santo in forma nuova, tutte quelle che sono le mie qualità, le mie competenze, le mie doti, la mia storia, le mie capacità.

Tutto questo insieme è la fioritura dei carismi dello Spirito.

Ora indipendentemente da altre determinazioni sacramentali il battesimo qualifica i cristiani a questo livello di base, cioè un uomo normale, comune, a tutti gli effetti [scusate questa espressione, sono padre spirituale in seminario e dico sempre ai miei studenti che siamo noi preti a non essere normali].

 

Una persona che conduce vita normale. Però all’interno di un quadro di vita normale, in forza della fede, del battesimo, della grazia dello Spirito Santo, della unione a Cristo il cristiano è arricchito di quei doni ,di quei carismi per essere testimone della fede, di Gesù, nella normale comune situazione di ogni uomo.

Che cos’è la normale comune situazione di ogni uomo? È la normale comune situazione di ogni uomo, di ogni laico e cioè essere parte di una comunità umana, di una aggregazione umana, a tutti gli effetti, senza alcun elemento che in qualche maniera lo differenzi o lo isoli da quella che è la normale condizione umana.

Per me prete o per un monaco il celibato come voto, e non perché uno è rimasto celibe magari per le circostanze della vita ma come voto, come consacrazione a Dio, e questo mi tira fuori dalla condizione normale di vita e il fatto che io come professione faccia il prete in qualche maniera mi tira fuori dalla normale condizione di vita dove uno invece per professione fa l’operaio o il magistrato, l’insegnante o l’infermiere o il contadino; cioè il normale lavoro con il quale uno si guadagna il pane per sé e per la sua famiglia.

Il cristiano comune è colui che vive la ricchezza dei suoi carismi dentro questo quadro normale, comune di vita. Quindi come parte responsabile della società civile in cui vive attraverso le stesse caratteristiche, gli stessi strumenti di qualsiasi altra persona umana, non c'è parte della società civile che il cristiano sia escluso .

Quindi cristiano o ateo, ebreo o musulmano, siamo cittadini di una società civile, membri di uno stato, sottoposti a una legge, impegnati a pagare le tasse, a godere dei servizi che la società ci offre e ci integriamo dentro la società civile principalmente; questo è fuori discussione, attraverso la professione, attraverso il lavoro.

Il cittadino che non fa nulla non è un cittadino. La cittadinanza, la partecipazione alla aggregazione umana, alla vita civile normale, ha il suo primo anello il suo primo ingranaggio, la sua prima ruota di passaggio dentro il lavoro dentro la professione.

In questo quadro appunto la professione è il primo elemento che situa l’uomo nel complesso sociale. Incontriamo una persona sconosciuta e per allacciare un approccio la prima cosa è "di dove sei?", "cosa fai?’, cioè " chi sei nella società? ", " cosa rappresenti? ".

Per il cristiano laico allora la professione diventa il primo quadro, il quadro di fondo nel quale il cristiano è chiamato a essere se stesso, a compiere la sua missione di cristiano.

Se la Chiesa nel suo complesso ha questo compito: di perpetuare nel mondo lungo la storia la memoria di fede di Gesù, di rendergli testimonianza, ogni singolo componente della Chiesa fa questo, di fatto, nella sua vita comune, quotidiana, attraverso il suo inserimento dentro la società.

Se il quadro fondamentale di inserimento nella società è la professione, lo fa nell’ambito della sua professione, nel servizio che rende alla società.

Ciò lo qualifica come cittadino, come uno che dà qualcosa alla vita comune e dalla vita comune riceve lo stipendio per esempio, ma poi anche tutta la rete di relazioni sociale dentro le quali viviamo e della quale viviamo, senza la quale saremmo morti.

Qui dentro è la testimonianza della fede, è la missione del cristiano laico, che potremo delineare su tre piste:

    1. Per prima la cosa più ovvia, la comunicazione del vangelo dentro il proprio quadro sociale, dentro l’ambiente di lavoro: cioè il dire "io sono cristiano", "Gesù Cristo per me è importante", "cerco di credere in Dio e di vivere secondo il Vangelo". Magari non mi riesce sempre, ma è il mio ideale. Dire questo, presentarsi così, è la missione primordiale, elementare, della Chiesa.  
    2. La Chiesa realizza e vive la sua missione prima ancora e molto di più che attraverso le sue grandi istituzioni, semplicemente attraverso questa presenza operosa di ogni cristiano che nel suo inserimento nella vita sociale; si qualifica e si rapporta qualificandosi anche dal punto di vista della sua fede.

      Quindi comunicare la fede, dire il vangelo, parlare di Gesù Cristo, questo il Concilio lo dice, è la fondamentale " opus populi Dei ", compito fondamentale del popolo di Dio.

       

    3. Questo aspetto centrale, questo filo rosso che percorre tutto il complesso della missione della Chiesa e che ogni singolo credente, ogni singolo cristiano realizza, tutto questo non sta e non sta in nessun modo nell’isolamento, ma sta dentro questo quadro dei rapporti sociali, lo coinvolge e ne è coinvolto. Il rendere testimonianza a Gesù Cristo non è mai e non può essere solo la questione di dire ciò che egli è, ciò che egli pensa, come egli vede la vita e il destino dell’uomo. Non è questione solo del dire, ma è questione del retto compimento del proprio servizio dentro la società, alla società, prima di tutto sulla base delle esigenze della propria professionalità. E’ chiaro che la prima condizione, elementare, perché la mia testimonianza su Gesù Cristo vada al di là della parola pronunciata, pura e semplice, è il valore del suo essere uno dentro la società, del suo essere e operare come tale. Quindi i valori della professionalità, competenza e onestà, rispetto della deontologia professionale, cioè l’essere validi in questo quadro che è un quadro fondamentale attraverso il quale l’uomo e il cristiano si inseriscono dentro la società, è l’elemento fondamentale. Mi perdonino i medici che sono qui presenti, se un medico per ipotesi dicesse il rosario tre volte al giorno e facesse lunghi ritiri spirituali ma fosse incompetente, non c’è spiritualità cristiana, non c’è devozione, non c’è fede che lo redima dal fallimento. Perché la prima condizione è che lui sappia guarire i malati, cioè che sia un bravo medico. Non esiste possibilità di missione della Chiesa, o di testimonianza cristiana, che non sia dentro un quadro di questo genere. Quindi l’esigenza della professionalità, con tutte le sue componenti, la competenza, la correttezza nella esecuzione del lavoro, la dedizione, la tensione verso il miglior risultato nel proprio lavoro, l’amore della cosa ben fatta; tutto questo è ciò che dà corpo alla parola della testimonianza cristiana. Direi prima ancora di quest’altro elemento che ora aggiungo e che è la testimonianza della carità e dell’amore. Perché anche la stessa testimonianza della carità e dell’amore è sottoposta a un fallimento effettivo se manca la condizione precedente..
    4. La terza linea, la testimonianza della carità e dell’amore, resta indispensabile perché è chiaro che il cristiano testimonia Gesù Cristo non solo attraverso l’efficienza e la validità, la consistenza di valore del suo servizio sociale attraverso la professione, ma anche in tanto quanto egli è capace di animare tutto questo attraverso questo superiore ideale della dedizione sull’immagine di Gesù crocifisso, nel dono della propria vita al proprio prossimo. E’ questa indubbiamente una esigenza che va oltre l’esigenza della deontologia professionale. Chiaro che anche sul piano deontologico noi! so se giustificherebbe l’infermiere che lascia lì un malato in difficoltà semplicemente perché il suo turno è arrivato, anche deontologicamente ci sarebbe da discuterne. Ma certo qui subentra il superiore e nuovo ideale del servizio all’uomo nell’amore cristiano. Per cui al di là di quello che è il dovere c’è la ricchezza dell’amore, la generosità del dono. Per cui il cristiano laico realizza la missione della Chiesa fondamentalmente in questo quadro della sua testimonianza verbale di fede, nel retto compimento del suo servizio sociale attraverso al sua professione, ma il tutto animato dall’ideale superiore della dedizione totale nella carità.

L’esercizio delle professioni è quindi una componente di base della missione della Chiesa, risposta dei fedeli ad una vocazione, vero ministero ecclesiale.

Qui forse il linguaggio che uso non è molto abituale, ma nonostante questo io ci insisto.

Quando si parla di ministero non possiamo pensare solo ai ministeri eccezionali, perché se i ministeri sono la realizzazione della missione della Chiesa i primi semplici fondamentali ministeri sono quelli che non hanno bisogno di nessun delega, di nessun particolare sacramento, di nessuna istituzione, di nessuna nomina, di nessuna etichetta, perché vengono dal battesimo, così come il battezzato vive il suo battesimo dentro la sua situazione sociale, dentro al quadro dei rapporti per i quali egli è membro della comunità umana. Lì prima di tutto si compie la missione della Chiesa.

Una missione che indubbiamente si realizza così:

  1. Nella comunicazione fede, nella testimonianza da rendere a Gesù in questo mondo. Se alla storia della Chiesa possiamo imputare tante manchevolezze e tante derive, c’è un merito che nessuno potrà negare alla Chiesa nella sua storia bimillenaria ed è quella di aver mantenuto viva per il mondo la memoria di fede di Gesù, il fatto che Gesù non è stato dimenticato lungo due millenni di storia. Questo è l’essenziale della missione della Chiesa. E si compie nella vita del cristiano comune.
  2. Dedicandosi al servizio dell’uomo sul piano sociale e politico, questo prima e indipendentemente di qualsiasi istituzione ecclesiastica. Noi magari diciamo : allora la Caritas, la comunità per i tossicodipendenti, l'orfanotrofio ecc.? tutte le istituzioni che la Chiesa crea qua e là continuamente per realizzare la sua missione di carità e di servizio all’uomo? Chiaro che tutto questo è ricchezza enorme della Chiesa, non lo voglio sminuire, però una domanda viene d’obbligo: se tutte queste cose mancassero? Ciò non significa che la Chiesa non ha strumenti, luoghi, vie, per realizzare la sua missione, perché prima di tutto la realizza attraverso la presenza di ogni cristiano dentro la vita. Quando anni fa la Chiesa italiana era attraversata dai grandi lamenti perché le suore se ne stavano andando dagli ospedali, sia perché certe amministrazioni erano felici di allontanarle o sia perché cominciava la crisi dei reclutamenti dentro le congregazioni religiose, io ricordo in quegli anni ero colpito da questo fenomeno e mi scandalizzavo un po’ il domandandomi che: " ma se le suore non sono più presenti in corsia, allora non c’è più una presenza cristiana in corsia "? ….E gli infermieri cristiani dove sono? ….I medici cristiani che cosa ci stanno a fare? ….O gli amministratori cristiani negli uffici? . Noi affidiamo troppo alle istituzioni il compimento della missione della Chiesa; il compimento della missione della Chiesa ha per protagonisti primi i cristiani nella loro vita comune;
  3. questa è la condizione dei ministeri laici, dove appunto attraverso questa presenza viva nel tessuto sociale i valori evangelici possono diventare e diventano tante volte elementi portanti dello sviluppo di una cultura, di una civiltà; ciò che in fondo è avvenuto nei paesi di grande tradizione cristiana lungo questi due millenni di storia della nostra fede. Bene tutto questo non sarebbe un capitolo di una teologia del Diaconato se voi non mi aveste chiesto di trattare il problema del rapporto tra ministero diaconale e la professione. L’altro rapporto sul quale siamo interrogati è quello fondato sul sacramento del matrimonio.

 

3. Dal battesimo al ministero del matrimonio

Anche il matrimonio fonda un ministero per la costruzione della società, perché la creazione della coppia garantisce il tessuto sociale, questa cellula primaria, garantisce la creazione delle relazioni parentali, di ogni tipo. La coppia con il suo estendersi ha permesso , già dalle civiltà antiche (con il clan , la tribù, ecc.) la formazione dei popoli, delle nazioni, e tutto il tessuto sociale.

Tutto questo avviene perché il matrimonio è l’unione dell’uomo e della donna nella formazione della coppia, così come la rivelazione della Genesi ci mostra il disegno del Creatore; la differenza dentro il tessuto dell’umanità, maschio e femmina, contribuisce alla creazione della coppia feconda, coppia che dice la pienezza della natura umana nella differenza dei generi.

La creazione della coppia è consacrata nel matrimonio, è realtà sacramentale, nella unione con Gesù Cristo.

Dalla coppia la procreazione dei figli e quindi la derivazione a grappolo di tutti i legami parentali che costituiscono il fondamento e amalgama di un popolo, e ne deriva poi la garanzia del futuro attraverso la procreazione, un futuro da un punto di vista della civiltà, della cultura e della esistenza di un popolo , attraverso l’educazione dei bambini e dei giovani.

Quindi grande ministero evidentemente, fondato sacramentalmente, di radicale importanza per la vita sociale e per la vita della Chiesa.

Attraverso l’educazione dei figli, il ministero dei genitori (teniamone conto) è stato di fatto il principale luogo della comunicazione della fede, lungo la storia

Cioè se i cristiani oggi sono un miliardo nel mondo i primi responsabili di questo fenomeno non sono i missionari, non sono i preti, non sono i vescovi, non è il papa, sono i genitori.

Quindi il primo protagonista dell’evangelizzazione, di fatto, lungo la storia, con i suoi pro e i suoi contro, intendiamoci, e' stata la coppia ; si potrebbe fare tutto un discorso elaborato sul significato del fenomeno, ma il dato è questo, fuori di ogni discussione.

Quindi quando si parla di evangelizzazione, nel cuore del discorso non può non stare anche la coppia cristiana, perché la stragrande parte dell’opera di evangelizzazione avviene esattamente nella trasmissione della fede dai genitori ai figli.

Questo ministero però, a differenza di altri, ha un carattere del tutto singolare, che diventa nel caso del problema che stasera stiamo trattando un elemento notevole di complessità e cioè che questo ministero non è affidato al singolo ma è affidato alla coppia, cioè il soggetto di questo ministero è la coppia.

Lo sarà il singolo quando la coppia non è unitaria; ci potrà sempre essere uno credente e uno non credente, uno di una religione e uno di un’altra religione, però la figura fondamentale normale del sacramento del matrimonio rende la coppia protagonista e responsabile, soggetto responsabile del ministero fondato dal sacramento stesso.

E’ la coppia in quanto tale il soggetto responsabile di una missione specifica

- nei confronti dei figli

- ma anche nei confronti della società in ordine della evangelizzazione.

La testimonianza da rendere a Gesù Cristo è si sempre del singolo, (prima ne individuavo il luogo principale e più ovvio: l’ambito della professione)

ma lo è della coppia in tutti quegli altri ambiti della vita sociale dove soprattutto c'è la presenza dei bambini.

La presenza dei figli, l’impegno educativo, tutto il grande mondo dell’educazione, della scuola, della vita giovanile ecc. vede come responsabili in primo piano le coppie di sposi, in questa grande opera sia nella società civile che in quella religiosa . 

La coppia, soggetto di evangelizzazione nell’ambito specifico della vita familiare dei bambini e dei giovani, è testimone della fede nell’amore indissolubile; è testimonianza di fondo da rendere a Cristo crocifisso. A volte l’amore indissolubile è stare con Cristo in croce, per cui la testimonianza da rendere all’amore indissolubile è strettamente collegata alla testimonianza da rendere a Cristo crocifisso.

E' una testimonianza in ordine al servizio di natura sociale e politica da rendere al mondo, a tutta la società civile e soprattutto dentro l’ambito delle istituzioni destinate all’educazione, che oggi queste istituzioni , nella nostra società ricca ed evoluta, siano moltissime e occupino uno spazio abbondantissimo è giusto.

Questo mi sembrava utile ricordare alla vostra riflessione, non sono certo cose nuove, per mettere in luce gli spessori notevoli che abbiamo fra le mani quando parliamo di professione, quando parliamo di matrimonio.

Il diacono nell’ordinamento della Chiesa scaturita dal Concilio Vaticano II°, a differenza del prete e del vescovo, è un ministro ordinato che normalmente ha una sua professione civile e nella maggioranza dei casi è sposato, ha la sua famiglia.

Questo è il quadro di fatto dell’esistenza del ministero diaconale, nella grande maggioranza dei casi.

Che cosa è allora il ministro ordinato ?

 

4. L’integrazione nel ministero dell’ordine

Il ministero ordinato ha una sua prima finalità interna alla comunità cristiana. Questa comunità formata da una infinita varietà di funzioni, ministeri e carismi, di diverse forme di testimonianza da rendere alla fede, è tanto ricca nella varietà quanto è ricca la varietà la società civile.

Pensiamo alle professioni, alle diverse situazioni familiari ecc. in tutto questo grande insieme la comunità cristiana, per grazia del sacramento, si dà un pastore, un responsabile, una guida, che ha il compito fondamentale di assicurare con il suo ministero l’autenticità della fede e l’unità della comunità. Questo servizio ha la sua espressione massima nel ministero eucaristico del prete e del vescovo.

Il diacono però è un ministro ordinato a tutti gli effetti, la formula antica da voi ben conosciuta è "ad ministerium non ad sacerdotium", un ministero quindi non ordinato alla celebrazione eucaristica ma a tutto il resto del ministero ordinato; cioè fondamentalmente a essere per la comunità cristiana un punto di riferimento per l’autenticità della fede e l’unità della comunità. In questo il ministero diaconale è molto vicino agli altri gradi del ministero ordinato.

E’ chiaro che diacono, prete e vescovo sono tre funzioni differenziate ma dell’unico e medesimo ministero, è più forte l’unità della differenziazione.

Molto presto lungo la storia il ministero del vescovo e del prete si sono sviluppati, con delle conseguenze anche negative, in una direzione molto introversa: mentre cioè la Chiesa nei primi secoli ha vissuto di una dinamica missionaria molto forte, molto esposta sul mondo esterno per la diffusione della fede, il ministero del prete e del vescovo si sono qualificati, in epoca antica molto presto, come una funzione di custodia della comunità già costituita.

La grande opera di evangelizzazione non ha avuto per principali protagonisti i preti e i vescovi nel primi secoli ma i laici e i monaci.

 

C’è un testo di Eusebio da Cesarea, il grande storico della Chiesa del 1V0 secolo, che descrive l’evangelizzazione e dice che i cristiani vanno a due a due come il Signore aveva loro comandato e quando hanno adunato un gruppo di credenti allora istituiscono un presbitero. [...]

Il ministro diventa quindi ordinato a custodire, a offrire tutti quei servizi sacramentali che permettono a una comunità di sussistere, comunità che altri evangelizzando hanno costituito.

Il ministro ordinato acquisisce un ambito sempre più riservato al "sacro"; un servizio introverso, rivolto alla comunità, (carattere questo , venuto accentuandosi anche per l’influsso del monachesimo e in forza del celibato).

Il ruolo che è venuto ad assumere il ministro ordinato è quello di sacerdote, tant’è vero che ancora il termine più nobile, che dica più in pienezza il ministero del prete è "sacerdote", dire "prete" sembra quasi poco degno.

Sarebbe interessante verificare perché questo termine non è stato attribuito al vescovo, per sacerdote infatti di norma si intende il prete, non il vescovo, anche se in realtà il vescovo è ben più sacerdote che il prete.

Gli scherzi della lingua sono interessanti e denotano molte cose, ma oggi non è il momento di addentrarci in questa ricerca.

Questo carattere abbastanza introverso della figura del prete e del vescovo, si è ancora rafforzato con l’accentuazione del loro carattere sacerdotale, come sacerdoti del culto, come celebranti dei sacramenti, come persone sacre, dentro la comunità sacerdotale, dentro la comunità sacra della Chiesa.

Rispetto a questo movimento storico oggi si ha l’impressione che stiamo vivendo invece una svolta notevole; perché nelle ultime generazioni della vita della Chiesa è arrivato a maturazione tutto quel processo, iniziato con l’epoca moderna e che sta ormai conducendo la Chiesa ad avere una coscienza nuova e diversa del suo rapporto con la società.

Nel convincimento che ormai non è possibile ragionare della missione della Chiesa nel nostro mondo con gli schemi di un tempo in cui tutti e tutto l’impianto sociale, era cristianamente determinato in tutte le sue forme.

E’ chiaro che, in una lunga storia di una società qualificata cristiana, il ministero del prete, del vescovo, poteva benissimo essere concepito e vissuto tutto all’interno della comunità, perché allora dire "all’interno della comunità" coincideva in fondo con il dire "all’interno della società".

Oggi non più. Oggi si riapre il problema del rapporto, il problema del ministero nel rapporto missionario della Chiesa con il proprio mondo, che è un mondo nel quale bisogna riproporre a volte ex-novo la testimonianza della fede in Gesù Cristo.

Operare nell’incontro, nel dialogo con il non credente, con una società laicizzata, secolarizzata, con costumi e ordinamenti civili, istituzioni che non hanno più la caratterizzazione cristiana è affidato ai cristiani laici (ma perché non anche ai cristiani preti e ai cristiani vescovi?),.

Il nostro ministero ordinato, oggi, è sottoposto a questa esigenza radicale di una svolta che apra il ministero da una sua funzione più introversa, interna alla Chiesa, a una funzione più estroversa, di missione e di evangelizzazione.

Si va imponendo una svolta globale dovuta alla situazione inedita della Chiesa di oggi di fronte al mondo e nella società civile. 

In questo contesto si inserisce con grande interesse proprio la figura nuova del diacono. Perché la figura del diacono nell’ordinamento canonico seguito al Concilio Vaticano II° è una figura di ministro ordinato, per cui sacramentalmente il diacono è un chierico a tutti gli effetti, ma dal punto di vista delle condizioni di vita invece il diacono è immerso nella società civile .

L’ordinamento canonico oggi non impone al diacono, quell’uscita dalla condizione del cristiano comune che invece viene imposta al prete e al vescovo, (almeno nell’ordinamento occidentale) per cui gli si chiede il voto di celibato a Dio e la rinuncia a una propria professione.

Questi due elementi che fanno del cristiano comune appunto un cristiano comune, fanno invece del prete e del vescovo una forma di vita assunta dal loro particolare ministero, imposta dalla Chiesa, che rende queste figure si, diverse ed eccezionali, ma come al di fuori o al di sopra della società civile.

Questo è un evento assolutamente nuovo per il diacono (non nuovo rispetto alla tradizione orientale, che ha sempre conservato il prete sposato in ambito ortodosso ), ma nuovo per la professione (anche il prete orientale sposato normalmente è prete a tempo pieno).

Il diacono quindi è un chierico, un ministro ordinato che però conserva un quadro di vita di tipo laicale.

Per questo motivo mi sembra che la figura del diacono rappresenta oggi esattamente questa specie di apertura, di germinale svolta del ministero verso una posizione più estroversa, cioè meno ripiegata sulla vita interna della comunità, e invece più aperta alle esigenze della società, alla presenza non solo del cristiano comune ma anche del ministro ordinato dentro il tessuto della società civile.

In questo senso, a mio parere, la prospettiva più interessante per il futuro del diaconato sta proprio sulla linea della evangelizzazione.

Di quella evangelizzazione che, lo abbiamo ripetuto più volte, è stata realizzata lungo la bimillenaria storia cristiana molto più dai laici, e casomai dai monaci, che non dai preti e dai vescovi.

Proprio perché il prete e il vescovo è stato più impegnato alla cura della comunità, mentre il laico e stranamente il monaco (ma qui il discorso è complesso e oggi qui non ci chiediamo il perché) sono stati più esposti in questo rapporto diretto con la società attraverso la quale l’evangelizzazione si è mossa.

Il fenomeno sta accadendo ancora oggi. Ho fatto di recente un viaggio in Cina. Con i missionari a Hong Kong si parlava di questo; hanno notevoli cifre di battesimi di adulti; richiesto come avviene normalmente l’accostamento alla fede, i missionari dicevano "normalmente non siamo noi; noi riceviamo quelli che desiderano venire perché già conoscono; è quando chiedono l’iscrizione al catecumenato che vengono dal prete, ma chi ha evangelizzato è stato prima il cristiano laico".

Ora la figura del diacono, ministro ordinato, sulla linea dell’evangelizzazione si qualifica proprio per questa sua particolare situazione di integrazione nella vita sociale che gli è data dalla professione e dal matrimonio.

Per cui l’esercizio del carisma del ministro ordinato, che è il carisma della Parola del Vangelo e della testimonianza della fede, tutto questo si può svolgere dall’interno di una situazione "mondo" di vita: questo sembra essere il senso della figura canonica di un ministro ordinato, il cui stato di vita però resta quello laicale.

Cosa significa allora questo per la spiritualità del ministro?

 

5. Per una spiritualità integrata

Cosa significa questo per una spiritualità integrata? Questo è un problema molto delicato e complesso. Non presumo di poter dire qualcosa di decisivo su questo. E’ un problema di vita, di esperienza, di esistenza; uno di voi dovrebbe venire al mio posto a parlarne.

Certamente un problema previo all’ordinazione, che entra dentro il quadro dei criteri di discernimento per arrivare all’ordinazione, è quello, con un termine un po’ tecnico, del giudizio di fattibilità, come si fa in tutte le imprese di una certa importanza.

Io ho questa situazione familiare, ho questa situazione professionale, è fattibile il ministero diaconale in questo quadro?

La fattibilità è chiaramente un criterio fondamentale di discernimento.

Non so se tra voi ci sia qualche coraggioso di questo tipo, ma se viene da me uno che vuole fare il diacono e che ha sei figli, il più grande dei quali ha sedici anni, gli direi pensaci bene, ma molto bene.

Questo giudizio di fattibilità andrà formulato anzitutto a partire dal sacramento già esistente del matrimonio.

Certo c’è anche il sacramento del battesimo, ma dal sacramento del battesimo non deriva il ministero professionale in maniera diretta, mentre dal sacramento del matrimonio deriva in maniera diretta il ministero matrimoniale e quindi dalla posizione della coppia e non del singolo nella ricezione di un nuovo sacramento.

In questo, l’ordinamento canonico è stato prudente e attento fin dall’inizio, esigendo formalmente il consenso della moglie del futuro diacono.

Non è una questione formale, ovviamente, non è neanche che si possa esasperare questo aspetto del soggetto collettivo - non è la coppia che viene ordinata - il ministero ordinato è individuale però essendo colui che si ordina già sposato è chiaro che l’intreccio dei due sacramenti coinvolge la coppia.

E’ quindi un fatto costitutivo, non semplicemente un fatto di opportunità, di migliore percorribilità del cammino che ci si propone.

Certamente una condivisione, in una qualche misura, che andrà valutata di caso in caso, condivisione della vocazione al ministero, della disponibilità della coppia intera in quanto tale alle esigenze del ministero, è chiaro che fa parte di questo giudizio di fattibilità.

A differenza dello stato matrimoniale la condizione professionale può invece anche essere cambiata; e i dati che mi avete inviati, del vostro precedente convegno, dimostrano che su questo c’è stata discussione tra voi.

Che cosa dovrebbe portare un diacono, questo si può fare sia prima che dopo, per esempio a cambiare professione? Sollecitato da questa questione sono stato spinto a un pensiero: non vedrei la questione di un eventuale cambiamento di professione impostabile su una specie di giudizio di incompatibilità etica, della professione con il ministero.

Se si trattasse di un giudizio di incompatibilità etica, questo non ha bisogno di aspettare il ministero diaconale per essere posto con rigore.

Si tratta di essere cristiani o non essere cristiani.

Se io dovessi giudicare che la mia professione ha qualcosa di immorale come suo costitutivo, io come cristiano sono messo in questione, non come futuro diacono.

Si dirà che è una cosa ovvia, cosa serve dirla? Serve dirla per evitare questa sorta di costume, di mentalità diffusa, che il cristiano comune abbia una moralità di serie B, per cui il prete e anche il diacono devono essere cristiani di un certo livello mentre il cristiano comune può avere un livello inferiore di eticità cristiana.

Questo va categoricamente rifiutato e combattuto. Quindi l’eventuale giudizio di incompatibilità non può essere posto nei termini di un alto rischio etico della professione.

O meglio: certo ci può essere un alto rischio etico, ci sono professioni più delicate, più esposte, e professioni molto, più tranquille da questo punto di vista.

 

Se sì trattasse di una professione ad alto rischio etico in questo caso io direi che sarebbe proprio bene che il cristiano che si sente di fare il diacono lo faccia.

Proprio per portare fino in fondo il discorso del rigore delle esigenze evangeliche per un cristiano anche nelle situazioni più esposte. Dove è chiaro che uno dovrà essere disponibile come minimo a sciuparsi la carriera.

Proprio in un convengo di diaconi mi fu proposto in privato, nelle chiacchiere di corridoio, da un diacono, la questione della sua professione di funzionario di banca dove i suoi superiori gli chiedevano di suggerire degli investimenti, che a suo giudizio invece non erano buoni per niente per i clienti. La questione della professione ad alto rischio etico va affrontata a viso aperto ed è un caso interessante di testimonianza.

Qui c’è il problema della incompatibilità e dovrebbe essere impostato semplicemente sulla possibilità di integrazione di fatto; come una questione di agenda e di agenda non solo materiale, di ore e di minuti da dedicare, ma anche di agenda interiore, di coinvolgimento personale più o meno forte della professione.

Nella valutazione di questa integrabilità della professione nel ministero sarà importante valutare gli spazi che questo o quel lavoro, in quanto più o meno ricco di contatti umani, possono offrire all’esercizio del ministero stesso.

Conobbi un aspirante diacono che faceva il postino e lui diceva: io incontro tutte le famiglie tutti i giorni! interessante la ricchezza di rapporti umani in una professione a prima vista molto modesta.

Certamente là dove la professione ti dà ampiezza di rapporto umano è chiaro che l’integrabilità della

professione dentro la missione ministeriale risulta particolarmente felice.

La professione in ogni modo, una volta decisa, dovrà essere esaltata e valorizzata nel ministero diaconale e non mortificata o vissuta come un male necessario.

Teniamo questa situazione sempre con la percezione di forti margini di elasticità; ci sono anche nella nostra vita sociale professioni e lavori dove semplicemente c’è il " ti guadagnerai il pane con il sudore della fronte ".

Ci sono lavori e professione che dal punto di vista della ricchezza umana hanno ben poco da dare di fatto. Anche se credo la coscienza cristiana, la coscienza di un ministro ordinato sarà capace anche in questi casi di valorizzare e arricchire, non fosse altro la rete di rapporti umani dentro i quali ogni lavoro si colloca.

Comunque sia la professione sarà amata come la prima forma della diaconia della carità soprattutto quando per natura sua è al servizio dei poveri, è un elemento importante della spiritualità del diacono.

Quando per natura sua il servizio ai poveri non fosse particolarmente accentuato, qualunque sia la sua natura, potrà sempre essere orientata ad un servizio da rendere con opzione preferenziale per i poveri. Penso semplicemente all’impiegato postale che deve riempire i moduli di conto corrente alla vecchierella imbarazzata a farlo da sé.

C’è una attenzione ai poveri in ogni rapporto umano, una capacità di dare la preferenza ai poveri in ogni relazione umana.

L’avvocato che ha un cliente della consistenza della cui parcella può ragionevolmente dubitare potrà servirlo con più o meno amore; è chiaro che questo riguarda la professionalità cristiana globale; nel caso del ministero tutti questi elementi saranno accentuati proprio perché è diakonia ai poveri.

Ciò che potrà essere necessario mortificare nella professione sarà la carriera in quanto posizione competitiva con i colleghi che crea un rapporto umano a dir poco sempre problematico.

Non dico con questo, sarebbe una radicalizzazione che non sento, che ogni perseguimento di carriera non sia, di per sé, cristianamente accettabile. Ma certo la composizione della professione con il ministero diaconale pone su questo punto esigenze particolari.

Il diacono che nella professione avanza in maniera spregiudicata, come avviene nel percorrere le carriere, incontra problemi e spesso sarà fortemente condizionato nella libertà degli atteggiamenti.

Bisognerebbe quindi elaborare una spiritualità diaconale che non imiti quella presbiterale e tanto meno quella monastica, ma sta, come abbiamo detto, più vicina a quella laicale anche se sempre determinata dal carisma della Parola da comunicare dal di dentro di un ruolo centrale nella Chiesa.

Ministero ordinato che è punto di riferimento per tutta la comunità, ma da svolgersi soprattutto sul confine, là dove si compie l’evangelizzazione là dove la Chiesa vive il suo rapporto con il mondo; ministero della Parola dentro l’esperienza della vita comune più che all’interno della comunità e nella sua liturgia.

 

 

6. Conclusione

La valorizzazione della professione potrebbe condurre la Chiesa locale a strutturare il suo ministero diaconale in modo tale da perseguire una sorta di quadro complessivo in cui realizzare possibilmente una presenza del ministero ordinato in tutta la gamma delle professioni.

Sarebbe un quadro interessante, da studiare per il futuro: testimonianza dell’esistenza di una Chiesa bene integrata nella società in cui vive.

lo mi occupo di pastorale universitaria nella mia diocesi: sogno che gran parte del lavoro che io faccio lo faccia un giorno un docente universitario, magari diacono. C’è all’interno degli ambiti professionali una presenza segnata, arricchita dalla grazia del sacramento, questo potrebbe rappresentare una Chiesa che è capace di articolarsi anche con la ricchezza di tutti i sacramenti dentro le diverse fasce sociali, professionali, nelle diverse espressioni della vita sociale.

Comunque sia , la struttura ministeriale della Chiesa ha sempre bisogno di non essere impostata in maniera rigida e immobile; per cui su tutte le cose che io ho detto finora lascio il dubbio, perché si tratta sempre semplicemente di pizzicare qua e là alcune prospettive, ma il mio non è un quadro organico con la pretesa di diventare un quadro normativo.

Il ministero è un servizio e il servizio è comandato da chi deve essere servito.

Deve essere servito il mondo, deve essere servita la Chiesa e saranno i bisogni che comanderanno sempre di più l’articolarsi e il determinarsi del servizio diaconale. Se di un servizio si tratta dovrà essere determinato di luogo in luogo e di tempo in tempo dai bisogni di coloro ai quali dobbiamo servire.

In questo senso risulterà importante la coscienza viva di appartenenza del diacono, al di là della sua storia personale, alla Chiesa locale. Nelle noto che mi avete mandato avete toccato anche questo aspetto della derivazione del diacono da particolari associazioni o movimenti, da particolari ambienti dentro la Chiesa.

Certamente l’ordinazione ti mette dentro la Chiesa locale, a servizio non di una sola linea della spiritualità cristiana o a servizio di una unica ed esclusiva forma di aggregazione cristiana, ma al servizio del popolo di Dio all’interno del quadro tracciato dal vescovo dentro una Chiesa locale.

Quindi questa disponibilità nella collaborazione con il vescovo e il presbiterio, a servire le esigenze della Chiesa locale in una decisa prevalenza dell’appartenenza diocesana rispetto a ogni altra eventuale appartenenza ecclesiale mi sembra sia il quadro di fondo sul quale si muovono le diverse forme e i diversi modelli che stiamo vivendo di tempo in tempo, di occasioni in occasione, e che piano piano, per grazia dello Spirito Santo porteranno senza dubbio a una chiarificazione maggiore dei carismi specifici di questo ministero di cui il Signore ha voluto arricchire la Chiesa dei nostri tempi.

 

 

Domande per i gruppi di studio:

1. ministero del vangelo per i non credenti: esperienze, difficoltà e prospettive

2. la coppia coniugale come soggetto comune nella missione della Chiesa e l’impegno individuale del diacono sposato: esperienze, difficoltà e prospettive

3. come fare della professione un atto di missione ecclesiale senza strumentalizzarla alla

predicazione o al proselitismo?

 

 

 

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DOMANDE DAI GRUPPI DI STUDIO :

1. se il matrimonio è elemento determinante nella vita del diacono che ruolo e in che modo deve svolgere il suo compito la moglie? e come la comunità deve curare la sua formazione?

Siamo chiamati come singoli o come coppia?

2. La relazione dedica più spazio al rapporto spiritualità professione e meno spiritualità matrimonio - ministero vissuto nella coppia.

Nei piani pastorali delle diocesi il diacono entra nelle premesse. Il concreto della pastorale invece è ancora incentrato sulla figura del prete. Se il ministero ordinato promuove il sacerdozio comune dei fedeli il diacono è colui che nella Chiesa vive questo in modo più esplicito, e che porta la famiglia e la società all’interno della Chiesa (e quindi i piani pastorali dovrebbero ricordarlo).

Va notato inoltre che la professione dei diaconi è per una gran parte quella del pensionato.

  1. Nel lavoro ci troviamo spesso a incontrare persone non più credenti, anche se battezzate. Come si deve porre il diacono verso di loro: testimonianza o evangelizzazione?

4. Come pensare la relazione della moglie in riferimento alla configurazione del suo sposo a Cristo servo mentre è legata a lui dalla configurazione a Cristo sposo?

Come pensare l’accompagnamento della moglie al ministero del marito, è possibile una risposta non standardizzata, chiusa, ma che sia aperta e rispettosa della sensibilità, della possibilità e della spiritualità della moglie?

5. Quali sono le caratteristiche che deve avere una coppia perché funzioni bene il matrimonio e il diaconato?

6. Fino a che punto dovrebbe essere coinvolta la moglie nel ministero diaconale del marito? Il consenso che lei dà prima dell’ordinazione è una pura formalità o porta a un coinvolgimento pieno?

Abbiamo parlato di ministero introverso nei presbiteri e vescovi e di ministero che dovrebbe tendere alla estroversione nei diaconi, come si concilia l’immagine di un diacono mandato dal suo vescovo a reggere una parrocchia rimasta senza presbitero, con compiti praticamente di supplenza presbiterale, confondendo un po’ anche la gente?

7. Essere a servizio dei poveri può comportare l’assunzione di una posizione sul piano politico, come si concilia la scelta politica con la ministerialità? Quale l’equilibrio tra la spiritualità e la ministerialità diaconale da una parte e la professione e la famiglia dall’altra? E un breve chiarimento sulla " fattibilità ".

8. Molto valida la sottolineatura di quanto il lavoro richieda coerenza e professionalità.

Si critica l’ordine delle domande nella relazione: secondo noi prima è la coppia che vive, che funziona e che dà testimonianza; poi abbiamo il cristiano che vive la professione e infine c’è il diacono che predica e annuncia il vangelo; e non viceversa.

Come mai ha parlato di evangelizzazione, come compito del diacono, e non ha parlato della liturgia e della carità?

9. Come armonizzare la dimensione introversa, richiestaci spesso e volentieri dalla comunità, con la dimensione estroversa verso la quale ci sentiamo chiamati, cioè uomini di speranza, immagine di una Chiesa che cambia?

10. Ci sono professioni che facilitano la diaconia, altre che non aiutano, e trovare l’equilibrio oggi è difficile, le esigenze sono molte; qualche chiarimento sull’ipotesi di cambiare professione in ragione del ministero.

Oggi l’esperienza dei diaconi è giovane ed è affidata allo sforzo delle singole diocesi, forse manca una identità comune, vista la disparità di esperienze dei singoli, potrà esserci una linea comune e chiara come c’è per il presbitero?

 

 

** L'INTERVENTO FINALE DI DIANICH

Ho parlato più della professione e poco del matrimonio, perché uno qualcosa sa un po’ più e qualcosa sa un po’ meno. E sulla professione ho avuto altre occasioni di riflessione, sul tema del matrimonio invece mi trovo più impreparato. Cerchiamo comunque di dire qualcosa su questo punto, toccato dalla grande maggioranza delle domande e quindi segno che è un punto cruciale della vostra esperienza. Ed è giusto sia cosi.

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Il ruolo della moglie, la formazione della moglie, il singolo o la coppia. In un passaggio ho detto: certo il sacramento lo riceve il singolo non la coppia. A quanto io conosca in letteratura teologica, anche se non ho seguito molto la letteratura sulla teologia del matrimonio, non mi sono mai imbattuto su una proposta di una ordinazione collettiva, di una coppia, al diaconato.

Resti vero che essendo il matrimonio un sacramento già esistente nel momento dell'ordinazione, il nuovo sacramento non lo può ignorare. I sacramenti non sono delle entità staccate una dall’altra, Il complesso sacramentale è un complesso integrato e questa è forse una pista da seguire e perseguire con maggiore attenzione.

Non ci si può limitare a un consenso formale nel quale la moglie dica: "non ho nulla in contrario". Il coinvolgimento non è solo una questione che avviene di fatto da impegni di servizio ministeriale che il diacono avrà, ma è un coinvolgimento di natura spirituale, di natura interiore. La formazione ha bisogno, per quanto possibile, di essere comune, e la coppia come tale, ha bisogno di coinvolgersi spiritualmente.

Nei fatti è poi possibile che la moglie non faccia nulla come collaborazione al ministero diaconale del marito, ma non può essere spiritualmente estranea. Anche per quanto riguarda la fattibilità io insisterei di più sulle condizioni interiori. Poi se la moglie, sia perché ha le attitudini, sia perché la famiglia glielo permette (una cosa è avere 4 o 5 figli e una cosa è non averne o averli grandi) ben venga. Ma se anche si prevede che la moglie non potrà collaborare attraverso la sua operosità al ministero diaconale, però la sua implicazione spirituale questa va coltivata. Si alla formazione, si alla spiritualità di coppia che dovrà essere spiritualmente orientata anche da questo fatto nuovo dell’ordinazione diaconale.

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Una questione sottile (gruppo 4) sul problema delle immagini, il Cristo servo e il Cristo sposo. Qui il problema diviene di metodo e nella conduzione della riflessione e nella costruzione della spiritualità. Quando pensiamo per immagini non si ragioni per concetti matematici e nemmeno concetti teologici, sono immagini, suggestioni, intuizioni, e non contengono mai un solo significato.

Se ragioniamo per concetti precisi, ben determinati e logicamente puliti, allora abbiamo davanti a noi problemi precisi di compatibilità o di contraddizione, certe idee sono contraddittorie l’una con l’altra. Le immagini difficilmente sono contraddittorie, si intersecano, funzionano come un caleidoscopio. Così è il ruolo dell’immaginario cristiano nella spiritualità.

Nel mondo delle immagini quindi mi muoverei con molta libertà e lascerei le immagini sovrapporsi; e quindi l’accostarsi da un lato all'immagine di Cristo servo suggerisce atteggiamenti spirituali di disponibilità, di amore per i poveri, di dedizione e capacità di umiltà, dall’altro l’immagine di Cristo sposo suggerisce l’intensità degli affetti, la profondità delle emozioni nell’accostamento a Gesù.

Ma tutte queste cose nella pratica della vita spirituale, nella meditazione e nella preghiera, si congiungono tranquillamente.

Non vale la pena proporre problemi di rigore logico quando si muove con l’aiuto di queste immagini che ci vengono dalla storia cristiana e dalle sue fonti e che alimentano le nostre emozioni, i nostri affetti, e quindi anche la nostra spiritualità e alla fine la nostra azione.

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Lo stesso gruppo si domandava quale possibilità di azione ha la coppia nel ministero. In linea teorica amplissime. Abbiamo tra l’altro l’esperienza più del mondo protestante che di quello ortodosso, nel quale la donna è molto più marginale. Nel mondo protestante la moglie del pastore ha un ruolo importante e molte volte è la coppia a reggere la comunità, insieme.

Là dove allora ci sono le possibilità concrete, le attitudini e il desiderio di un lavoro in comune, io direi che gli spazi sono molto aperti. Chiaro, ci sono gli atti strettamente legati all’ordinazione, la moglie non presiederà la liturgia o proclamerà il vangelo al posto del marito, ma quella che è l’azione pastorale può essere condotta insieme.

Però non vorrei che là dove le possibilità non ci sono perché per esempio la famiglia è impegnativa, li nascesse un senso di frustrazione. Bisogna essere molto pragmatici, non lasciarsi condurre da idee precostituite molto rigide, che disegnano ideali troppo assolutistici. E’ la pratica della vita, la buona sensibilità, il senso pratico, che devono guidare.

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Altra domanda: come vede allora la moglie il rapporto con Gesù e con il marito diacono. E’ una risposta che viene più dalla vostra esperienza. Ma non credo ci sia molta differenza con quella che è la vita del cristiano comune: io vedo Gesù in ogni fratello, anche in colui al quale dò un bicchiere d’acqua, e lo vedo nel mio pastore, prete o vescovo.

Certo nel rapporto sponsale la sposa vede Cristo nel suo sposo e lo sposo, sulla scorta del famoso brano di Paolo agli Efesini, vede la Chiesa personificata nella sua sposa; ma questo rapporto, là dove sono le immagini a guidarci, rimane sempre aperto e neppure è che lo sposo non debba vedere Cristo nella sua sposa; quando è congiunto a lei formano un solo corpo, il corpo di Cristo, la dimensione cristologia è sempre reciproca. 

Non è unidirezionale il discorso nel senso che la sposa vede Cristo nel proprio sposo e ancor di più lo vede quando il marito diventa diacono; il cristiano vede Cristo in ogni fratello.

Il diacono vede Cristo nella sua sposa, che lo comanda in base al sacramento del matrimonio nelle scelte della sua vita, più radicalmente di quello che è il suo ministero di diacono. Perché il matrimonio precede e quindi il ministero diaconale non può togliere nulla alla grazia, ai carismi e ai doveri del matrimonio.

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Un altro punto: testimonianza o evangelizzazione? Non è lecito porre la questione in termini di alternativa se non in un caso solo. E’ stato ricordato il vescovo di Algeri e la Chiesa in Algeria: là dove l’evangelizzazione è proibita la si fa semplicemente con i fatti; ma là dove non è impedita, nessuno ci impedisce di parlare di Dio, di parlare di Gesù, di parlare della nostra fede.

Noi qui viviamo in una situazione abbastanza strana:

viviamo in un clima di forti libertà, grazie a Dio, una grande ricchezza della nostra civiltà moderna; stranamente, proprio in nome di questa libertà circa l’evangelizzazione noi sembriamo tutti inibiti.

Sembra che parlare della mia fede a una persona che non crede sia violentarne la coscienza o la spiritualità. Certo non va fatto con spirito di presunzione o di intolleranza; ma parlare della mia esperienza di fede significa parlare di una ricchezza che io considero tale e vivo come tale e che mi piace comunicare anche agli altri, e sarei felice che anche gli altri ne partecipassero.

Allora l’interlocutore deve sentire che l’evangelizzazione è questo atto di amore, di carità, di comunicazione fraterna.

C’è un buon criterio di verifica sull’autenticità di tutto questo, verifica molto semplice anche se molto dura : quando la persona che tu hai cercato di evangelizzare ti risponderà a pesci in faccia continuerai ad amarla, a metterti al suo servizio ancor più di prima?

Se capiterà così allora significherà che l’anima dell’evangelizzazione era quella autentica. Se a quel punto quella persona ti interessa meno, voleva dire che facevi del gretto proselitismo.

Questa è la prova del fuoco dell’autenticità dell’evangelizzazione. Quindi la capacità di dialogo. di collaborazione, di servizio con i non credenti, la capacità di mettersi sempre come Cristo servo : questa è la cartina di tornasole dell’autenticità dell’evangelizzazione.

Ma noi dobbiamo riacquistare quella libertà di cui la nostra civiltà va giustamente gloriosa anche nel fatto di parlare di fede. Si tratta di vincere un clima culturale che si è insediato tra di noi e che non ha nessuna ragione di esistere.

Storicamente non è difficile individuarne le ragioni e cioè che noi cristiani abbiamo la coda di paglia; c’è la storia della nostra intolleranza passata che ci inibisce probabilmente.

Insomma, grazie a Dio è passata, oggi credo che nessuna comunità cristiana possa essere tacciata di intolleranza; e allora riprendersi la libertà vivendo la proposta evangelica e l’esperienza dell’evangelizzazione con quello che è il suo unico spirito autentico: l’amore e il servizio alla persona, che va e deve andare al di là di come questa persona risponderà alla nostra proposta.

In fondo la capacità di dialogo e di collaborazione con il non credente, paradossalmente, diventa la verifica dell’autenticità dell’evangelizzazione. Questo discorso dell’evangelizzazione meriterebbe che voi diaconi vi impegnaste a rifletterci sù perché è un’esperienza nuova per la nostra Chiesa.

Siamo gli eredi di una storia lunghissima nella quale la nostra Chiesa non ha evangelizzato; hanno evangelizzato i nonni e le nonne, le madri e i padri, i figli e le figlie, ma la comunità come tale, il cristiano come tale, in testa il prete, non ha mai evangelizzato e missionari abbiamo chiamato quelli con la barba che vanno in Africa.

Invece noi oggi abbiamo urgente bisogno di riprendere questo che è il cuore della missione della Chiesa è il ministero diaconale è una via nuova, molto bella e molto ricca a questo riguardo.

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Cos’è allora questo ministero più estroverso? Il primo elemento è proprio il dato che il diacono non vive in convento e neppure in canonica, ma conduce una normale vita professionale, in quartiere, alla mattina va al lavoro, ha una sua presenza nella vita comune, tutto questo diversamente dal prete.

Tutto quello che nel diacono si può sviluppare in questo senso di rappresentare il luogo forte del servizio della parola agli uomini e al mondo, in forza del sacramento, tutto questo merita di essere sviluppato.

Naturalmente con l’ambizione, questa la potete avere, che poi questo si rifletta anche sul ministero del prete e del vescovo, perché anche questi ministeri hanno bisogno di riacquistare (o di acquistare per la prima volta nella storia) una dimensione estroversa.

Se io prete curo la mia comunità ma non faccio esperienza di incontro con chi non crede, di evangelizzazione, come faccio a educare la mia comunità a diventare più missionaria?

E poi, lo dico sempre ai preti ai giovani più ancora che agli anziani, di evitare la tentazione di formarsi un gruppetto con il quale pregare tutte le sere e tante attività spirituali, molto gratificanti, e poi tutta la vita pastorale si chiude lì.

Una premura per i più bravi e quelli della strada invece ?, e quelli del muretto e della droga ? e a quelli che non gli interessa niente ? .

C’è quindi bisogno che il nostro ministero acquisti una dimensione più coraggiosa, più estroversa, e voi potete aiutarci.

In questo senso allora il caso di un diacono che viene incaricato dal vescovo della cura pastorale di una parrocchia è un caso che si va moltiplicando, a causa dei bisogni.

Però non è la via che aiuterà il diaconato a crescere, il problema della mancanza dei preti non va risolto facendo fare il parroco ai diaconi; e d’altra parte è vero che i bisogni sono imperativi e quindi sarà importante rimanere fedele al progetto iniziale mantenendo una certa elasticità, perché alla fine il servire è rispondere ai bisogni.

Pensate anche nell’ambito del servizio presbiterale, quanti servizi si fanno che non corrispondono a ciò che dovrebbe essere. (Io ho fatto il sacrestano per tanta parte della mia vita). Anche perché se stai li ad aspettare lo specifico poi non fai nulla.

Alla fine si fa quello che è necessario, in quel momento. La spiritualità della diaconia, dell’essere servi ci porta a questa disponibilità.

Io suggerirei, senza rinunciare a questo ideale, di trovare un ministero che sia specifico diaconale e non semplicemente sostituire un parroco, anche se non è poca cosa sia chiaro, e la si fa perché è necessaria.

E’ la comunità, si dice, che spinge che chiede che pretende. E quindi il diacono, nel normale esercizio del ministero si trova determinato a un ministero molto interno alla comunità.

Questo è però un problema anche per noi preti sia chiaro. Anche a livello banale: sono stato parroco di una comunità di 600 abitanti, piccola e quindi con rapporti interpersonali molto intensi, una condizione pastorale ideale per certi aspetti.

Ma una delle mie fatiche era difendermi dagli inviti a cena dei buoni parrocchiani perché io volevo andare a cena dai non praticanti.

La comunità ti cattura, si impossessa di te. Perché poi anche nel linguaggio emerge che parliamo di comunità ma parliamo esclusivamente di noi e non tutti i battezzati del paese, del territorio, e non solo "i devoti". La comunità non sono solo i bravi, i buoni, i catechisti ecc. ma tutti i battezzati.

E’ doveroso servire tutti, ma riservare tempo ed energie per coloro che hanno più bisogno.

Invece di dare il dessert a chi ha già mangiato bene (tanti ritiri, tante preghiere tanta spiritualità), bisogna dare il pane a chi ha fame. Questa è una esigenza del ministero dal vescovo in giù, per tutti quelli che sono a servizio nella Chiesa.

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La vita dei poveri e la posizione politica. Questa è una domanda molto impegnativa. Il Codice di Diritto canonico non proibisce al diacono la militanza politica (proibita invece per il prete), però la CEI e poi molte altre Conferenze episcopali lo hanno poi detto, cioè l’esclusione della militanza politica anche per il diacono.

Però nella professione posso diventare dirigente sindacale e non conosco le direttive dei vescovi a questo riguardo.

In ogni caso ci si muove in un terreno molto delicato perché da un lato non possiamo inseguire una linea che oggi sembra vincente nella Chiesa di una pastorale, di un ministero, di un concetto di missione che si lava le mani dei problemi politici.

Questa non è la Chiesa del Vaticano II°.

Perché allora il prete e il diacono non devono fare militanza politica? Non certo perché la Chiesa debba occuparsi solo di anime; anche la politica deve occuparsi di anime! Perché quando si imposta una politica scolastica non ci si occupa di anime? Quando si imposta una politica economica o familiare non ci si occupa forse di anime? La politica fa parte della missione della Chiesa.

Questo va detto in maniera forte e va perseguito.

Il motivo per cui si chiede al vescovo, al prete e al diacono di non fare militanza politica è che essendo questo un ruolo a servizio dell’unità della comunità cristiana, è chiaro che la comunità cristiana avrà diverse opzioni politiche.

I cattolici si ritrovano attorno alla stessa mensa eucaristica e poi chi vota A e chi vota B e chi vota C. Quindi il ministero ordinato serve l’unità della fede pur nella diversità delle opzioni politiche.

Questo però non significa che anche nella predicazione, nel ministero, il tema politico debba restare assente.

E’ difficile, ma la parola del ministro deve essere quella che persegue sempre la linea unitaria.

Mi è stata chiesta consulenza da Famiglia Cristiana per rispondere ai lettori proprio su questo tema e io ho suggerito esempi concreti : la questione se l’articolo 18 debba essere riformato o no non spetta alla Chiesa rispondere, si valuta tra tante opportunità e nell’oggi della situazione, però che nella Chiesa si dica quali sono le implicazioni sulla vita delle famiglie della mobilità nel lavoro, che si ponga la questione: ma come potranno i nostri giovani sposarsi se lui lavora a Milano e il giorno dopo dovrà lavorare a Torino e lei oggi a Varese e domani a Napoli?

Porre la questione su cui qualunque buona coscienza cristiana non può che convergere; considerare quelle che sono le conseguenze etiche.

Che il falso in bilancio debba essere considerato un reato oppure possa essere depenalizzato, tocca ai politici e non ai vescovi dirlo. Ma che fare falso in bilancio sia peccato mortale questo tocca ai vescovi dirlo.

Non è facile trovare la via giusta, ma non bisogna che la predicazione cristiana resti sulle nuvole mentre la vita scorre con i suoi problemi.

Il lettore che scriveva a Famiglia Cristiana diceva che i preti in Chiesa ci dicono che dobbiamo essere cristiani, ma poi non ci dicono come.

Bisogna dirlo il come, e questo implica questioni di natura politica. Questo è un tema di riflessione importante per chi ha il ministero della parola.

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La professione e la pensione. Si va in pensione ancora abbastanza presto e poi la scienza medica ci rende pimpanti ancora per molti anni ed è chiaro che tutta questa folla che ha forza energia ed esperienza è un settore prezioso dove " pescare " vocazioni.

Anche in questo caso la competenza professionale non dovrebbe essere azzerata. Se hai fatto l’insegnante per tutta la vita la tua competenza avrà qualcosa da dire nel tuo ministero. Sarà comunque la situazione pratica a comandarci (magari invece verso una svolta radicale, se necessario).

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Un’ultima questione era su un mio silenzio sulla liturgia e sulla carità. Non è stato un silenzio di dimenticanza ma perché ho avuto un tema e ho cercato di svolgere il tema. Quale riflesso tutto questo abbia nel servizio liturgico del diacono, credo bisogna tenere come stella polare in questa riflessione la bellissima espressione del Concilio : la liturgia non esaurisce la vita della Chiesa ma ne è il punto culminante e la fonte.

Non è tutto, anzi direi come tempo è minimo, è un punto, ma un punto cardine. Casomai si potrebbe porre la questione che io ho visto in diaconi o aspiranti o gente che non è disposta al cammino; perché?

Ci sono spiritualità laicali che si sono sviluppate in maniera molto laica per cui uno al limite potrebbe anche avere grandi capacità e disponibilità al ministero diaconale, ma poca attitudine, poca chiamata a mettersi il camice, gestire celebrazioni liturgiche, entrare in questo mondo del simbolo liturgico che è un mondo tutto particolare.

Io ne vedo la difficoltà quando ho delle persone che si riavvicinano alla fede o se ne avvicinano per la prima volta: leggere il vangelo è una cosa, ma quando passi ai sacramenti, la cosa non è ovvia.

Non è ovvio entrare nel mondo del simbolo. Non è ovvio per chi si accosta per la prima volta, ma non è detto sia ovvio neppure per un laico bravissimo, ma con una sua laicità per cui si sente a disagio dentro al quadro dell’esperienza liturgica.

Questa ve la lascio come ultima domanda: cosa fare in questo caso?